Peter Medak, morto a 88 anni il regista di La classe dirigente, Changeling e The Krays

È morto, a Los Angeles, a 88 anni, Peter Medak. Nato a Budapest e fuggito in Inghilterra nel 1956, firmò La classe dirigente, satira weird sull’aristocrazia britannica con Peter O’Toole, candidato all’Oscar per il ruolo di un conte che si crede Cristo e poi Jack lo Squartatore, e Changeling, ghost story con George C. Scott amata da Spielberg e Scorsese. Dai gemelli Kray al neo-noir Triplo gioco, fino alle serie The Wire, Breaking Bad e Hannibal: ritratto di un esule che filmò la follia dei potenti
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«Il pazzo non è colui che ha perso la ragione. Il pazzo è colui che ha perso tutto tranne la ragione». Lo scriveva Gilbert Keith Chesterton in Ortodossia (1908), e pare la didascalia perfetta per il cinema di Peter Medak, morto martedì 27 ottobre a Los Angeles, all'età di 88 anni. Lo ha annunciato la famiglia. Esule ungherese con il gusto del grottesco e il passo del flâneur, il regista di La classe dirigente e di Changeling aveva consegnato alla storia del cinema un conte inglese che dorme appeso a una croce nel salotto di famiglia, convinto di essere il Figlio di Dio. Quel conte aveva gli occhi febbrili di Peter O'Toole.
La classe dirigente, quando il mostro diventa presentabile
Nel 1972 Medak porta sullo schermo la commedia di Peter Barnes (che firma anche la sceneggiatura) e apre il film con un rito privato: il tredicesimo conte di Gurney (Harry Andrews), in tutù, giubba militare e bicorno napoleonico, si impicca per sbaglio durante una delle sue liturgie domestiche. Titolo e terre passano al figlio Jack, che si crede Gesù Cristo, predica l'amore universale e, a chi gli domanda come faccia a sapere di essere Dio, risponde che quando prega si accorge di parlare con sé stesso. La famiglia lo affida a uno psichiatra. E la cura, ahinoi, funziona: Jack smette di credersi il Messia e comincia a credersi Jack lo Squartatore. Solo allora l'alta società lo trova finalmente normale, lo applaude, lo spedisce alla Camera dei Lord, che Medak ci mostra popolata da cadaveri impolverati e ragnatele.
Ne ho parlato di recente, in una lezione dedicata al cinema weird, mettendo il film accanto a Che fine ha fatto Baby Jane? di Robert Aldrich e a L'angelo sterminatore di Luis Buñuel. Se Buñuel chiude la borghesia in un salone, Medak fa di peggio con l'aristocrazia inglese. Il weird, qui, si trasfigura in arma satirica: il mostro non è il pazzo, è il mondo che lo trova presentabile solo quando diventa violento. Del resto lo sapeva già Polonio, in Amleto: se questa è follia, c'è del metodo.
Presentato in concorso a Cannes, il film regala a O'Toole la quinta delle sue otto candidature all'Oscar come miglior attore (la statuetta andrà a Marlon Brando per Il padrino), con un cast di comprimari da antologia, da Alastair Sim vescovo svagato ad Arthur Lowe, maggiordomo bolscevico. Nei panni di Grace, la sposa del conte, c'è Carolyn Seymour, che l'anno dopo diventerà la seconda moglie del regista
Da Budapest a Londra, la fuga del 1956
Péter Medák nasce a Budapest il 23 dicembre 1937, in una famiglia ebraica (il padre è un industriale tessile). Nel 1956, durante la rivolta contro il regime comunista, fugge in Inghilterra. Alla Associated British Picture Corporation fa la gavetta come montatore, operatore e aiuto regista: lavora con Fred Zinnemann in I nomadi (1960) e sul set di International Hotel (The V.I.P.s, 1963), con Elizabeth Taylor e Richard Burton. Nel 1963 firma con la Universal per la televisione, e nel 1965 esordisce dietro la macchina da presa con un episodio della serie Court Martial.
Il debutto nel lungometraggio arriva con Negatives (1968), erotico e bizzarro, con Glenda Jackson agli inizi della carriera cinematografica. Seguono A Day in the Death of Joe Egg (1972), commedia nerissima con Alan Bates e Janet Suzman tratta dalla pièce di Peter Nichols, e appunto La classe dirigente. Un inizio folgorante. Il difficile, come spesso accade, venne dopo.
Il fantasma di Peter Sellers
All'indomani di La classe dirigente, Arthur Krim della United Artists gli propone Il giustiziere della notte. Medak vuole Henry Fonda come protagonista; quando lo studio rinuncia a farlo con lui, lascia il progetto, che finirà nelle mani di Michael Winner e Charles Bronson. Poco dopo, sulla King's Road, incontra Peter Sellers, che lo invita a dirigere Ghost in the Noonday Sun, commedia piratesca ambientata nel Seicento e girata a Cipro con Spike Milligan. Sarà, parole sue, il peggior incubo della sua vita: il galeone si guasta ogni giorno e va rimorchiato in porto, Sellers licenzia i produttori e simula un infarto per prendersi qualche giorno di pausa, salvo comparire poco dopo su un giornale a cena con la principessa Margaret. La Columbia non distribuirà mai il film, approdato in VHS soltanto negli anni Ottanta.
Per Medak è un purgatorio lungo cinque anni, fino a The Odd Job (1978) con Graham Chapman dei Monty Python. Nel 2018 tornerà sul luogo del delitto con il documentario The Ghost of Peter Sellers. Un fantasma, appunto. E i fantasmi, per il regista ungherese, sarebbero diventati un mestiere.
Changeling, la ghost story che Spielberg mostrò sul set di Poltergeist
Changeling (1980), produzione canadese, è il suo capolavoro di inquietudine. George C. Scott è John Russell, compositore che perde moglie e figlia in un incidente stradale e prende in affitto una villa vittoriana a Seattle. Ogni mattina, alle sei, colpi sordi attraversano la casa: Russell pensa alle tubature, ma la spiegazione razionale non regge a lungo. Una sedia a rotelle che si muove da sola. E una pallina rossa che rimbalza giù per le scale, anche dopo che Russell l'ha gettata nel fiume. Medak non mostra quasi nulla: la sua macchina da presa scivola nei corridoi come un intruso, e la paura nasce dal vuoto, lo stesso che il lutto ha scavato nel protagonista.
Il film vince otto Genie Awards, gli Oscar canadesi, ed entra nella lista dei film più spaventosi di sempre stilata da Martin Scorsese. Steven Spielberg lo proiettò alla troupe di Poltergeist per indicare il tono giusto. Guillermo del Toro e Alejandro Amenábar (pensate a The Others) lo citano fra i loro numi tutelari. E chi ama il J-horror non può non avvertire una parentela con Dark Water di Hideo Nakata (2002): anche lì l'acqua che filtra dai muri, una madre sola con la figlia, un oggetto rosso, una borsetta, che torna ostinato come la pallina di Medak. Le case infestate, a ogni latitudine, ricordano ciò che gli adulti vorrebbero dimenticare.
Dai gemelli Kray a Triplo gioco
Gli anni Ottanta americani sono altalenanti, tra la parodia Zorro mezzo e mezzo (1981) con George Hamilton e The Men's Club (1986). È il ritorno in patria, quella adottiva, a rilanciarlo. The Krays - I corvi (1990) affida a Gary e Martin Kemp degli Spandau Ballet i ruoli dei gemelli Ronnie e Reggie Kray, signori del crimine nella Londra degli anni Sessanta, e trasforma il gangster movie in un melodramma matriarcale dominato da Billie Whitelaw, madre adorante di due belve in doppiopetto. Con Let Him Have It (1991), interpretato da Christopher Eccleston e Tom Courtenay, ricostruisce il caso di Derek Bentley, diciannovenne impiccato nel 1953 per concorso nell'omicidio di un poliziotto, ucciso a colpi di pistola dal complice sedicenne Christopher Craig. Al centro del processo, una frase attribuita a Bentley: «Let him have it», che poteva voler dire tanto «sparagli» quanto «dagli la pistola». La condanna sarà annullata soltanto nel 1998, quarantacinque anni dopo l'esecuzione. Una sola frase, due significati, una vita.
Poi Triplo gioco (1993), neo-noir febbricitante che prende il titolo originale, Romeo Is Bleeding, da una canzone di Tom Waits: Gary Oldman è un poliziotto corrotto di New York che perde la testa (e non solo) per una sicaria spietata, una Lena Olin da antologia del femminile fatale. Nel mezzo c'è spazio anche per La voix humaine (1990), dal testo di Jean Cocteau musicato da Francis Poulenc, con la terza moglie Julia Migenes, la Carmen di Francesco Rosi. E più avanti per il fantascientifico Species II (1998) e un Gobbo di Notre Dame televisivo con Mandy Patinkin.
Da The Wire a Breaking Bad, il Peter Medak televisivo
La televisione, per Medak, non è mai stata un ripiego. Dirige le fiabe di Faerie Tale Theatre prodotte da Shelley Duvall, diversi episodi di Ai confini della realtà negli anni Ottanta, Homicide, Hart to Hart, Magnum, P.I., Dr. House, Law & Order: Unità vittime speciali. Firma due episodi della prima stagione di The Wire e, nella seconda stagione di Breaking Bad, Peekaboo, una delle puntate più disturbanti della serie, con Jesse Pinkman intrappolato nella casa di due tossici con un bambino silenzioso. Per Masters of Horror gira The Washingtonians, per Hannibal due episodi tra la prima e la seconda stagione. E nel tempo libero, si fa per dire, realizza videoclip per Pink Floyd e Peter Gabriel. Lascia quattro figli, Christopher, Joshua, Karen e Cornelia, e cinque nipoti.
Lo sguardo, fino all'ultimo
«La regia non la smetti mai», amava ripetere Medak. E c'è da credergli: ancora a 88 anni raccontava di sognare Peter O'Toole e di dirigerlo, come se il set non si fosse mai smontato. Il pazzo, scriveva Chesterton, ha perso tutto tranne la ragione. Il regista ungherese, che aveva perso una patria, un film e qualche illusione, non aveva mai smarrito l'unica cosa che conta: lo sguardo. E da qualche parte, in una villa vittoriana, una pallina rossa continua a rimbalzare.
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