Al Velayat park di Teheran le donne corrono a viso scoperto: una sfida aperta al regime
Potrebbe sembrare, a un primo sguardo superficiale, soltanto una gara di corsa come tante altre, una di quelle manifestazioni sportive che popolano le nostre città nei fine settimana. Ma a Teheran l’aria che si respira è densa di una tensione sociale e politica che si taglia con il coltello, e una corsa di dieci chilometri al Velayat Park si trasforma nel simbolo potente di una vera e propria rivoluzione pacifica.
Venerdì scorso la capitale iraniana è stata teatro di due scene diametralmente opposte, due cartoline emblematiche che mostrano senza filtri la profonda spaccatura che attraversa il Paese.
Da un lato la parata militare e filogovernativa “Jan‑Fada‑ye Iran”, messa in scena dalle autorità per esibire la muscolatura del regime e il rigore ideologico in un momento di fortissima escalation con gli Stati Uniti e Israele. Un corteo dove hanno sfilato i Basij e centinaia di migliaia di sostenitori della Repubblica Islamica, tra cui immagini che hanno raggelato la stampa internazionale: donne in chador completo che imbracciavano armi tenendo in braccio neonati avvolti nella kefiah.
Dall’altro lato della città, l’altra faccia dell’Iran: decine di donne che correvano a viso scoperto, con i capelli sciolti nel vento e divise sportive, sfidando apertamente e con incredibile coraggio l’obbligo del velo in pubblico.
Per chi conosce quella realtà, poter indossare ciò che si desidera, sentire l’aria tra i capelli o semplicemente fare sport in libertà è un atto di dignità fondamentale che nella Repubblica Islamica si paga a caro prezzo, già a partire dai nove anni d’età. Disobbedire significa rischiare l’arresto, le percosse, la prigione. Il pensiero va inevitabilmente a quel tragico settembre del 2022 e alla memoria di Mahsa Jina Amini, uccisa dalla polizia morale per una ciocca di capelli fuori posto; una scintilla che accese il movimento “Donna, Vita, Libertà”, poi soffocato dal regime nel sangue di centinaia di vittime.
I riflessi della repressione non si sono fatti attendere: subito dopo la corsa, la Procura di Teheran ha annunciato l’apertura di un procedimento penale contro gli organizzatori e i partecipanti del Velayat Park, accusati di violazione delle leggi e dei precetti religiosi.
Eppure, nonostante le minacce di condanna e il pugno di ferro che non si allenta, si avverte con forza che qualcosa nella società civile si è spezzato per sempre.
Su questo evento è intervenuta Masih Alinejad, tra le voci e attiviste più autorevoli per i diritti umani in Iran, che ha affidato alla sua pagina X una riflessione illuminante che condivido e sostengo integralmente: Nessuno ha regalato la libertà alle donne iraniane. Se la sono ripresa. È per questo che il regime ha ingaggiato questi agenti in borghese per reprimere le donne! Di recente, nel video di Christiane Amanpour, l’ho sentito di nuovo: il governo riformista avrebbe permesso al suo popolo di accendere candele per le vittime dell’11 settembre. Oggi alcuni in Occidente ripetono la stessa falsa narrazione sul popolo iraniano. Dicono: ‘Guardate, il governo sta cambiando. Permettono alle donne di mostrare i capelli, concedono loro il permesso di correre le maratone senza hijab!’. Voglio essere chiara: nessuno ha dato niente al popolo iraniano. Agli iraniani non sono mai state ‘concesse’ queste libertà. Le donne dell’Iran hanno continuato a camminare svelate nonostante gli arresti, le intimidazioni e le pressioni. La Repubblica Islamica non ha abolito l’hijab obbligatorio.
Questa settimana, la Repubblica Islamica ha inscenato la sua massiccia mobilitazione Janfada. Le autorità sostengono che vi abbiano partecipato più di 300.000 persone e che oltre 600.000 volontari si siano registrati per l’addestramento militare insieme ai Basij e alle Guardie Rivoluzionarie. Sono loro gli incaricati di molestare le donne senza velo per strada. Questo è il vero volto di questa ‘riforma’. Quindi, quando vedo una donna senza hijab, non vedo un permesso da parte del governo. Vedo qualcuno che ha abbattuto quel muro da sola. Vedo una società che è cambiata dal basso, perché i cittadini iraniani comuni si sono rifiutati di aspettare il permesso per essere liberi.
Sostengo con tutta me stessa le parole di Masih. Chi mi legge su questo blog sa bene quante volte, negli anni, ho denunciato gli abusi, i soprusi e gli arresti subiti dalle donne iraniane solo per aver rivendicato la propria identità e libertà. Ho atteso a lungo di vedere questi semi di resistenza germogliare in modo così aperto e irrefrenabile. Correre a testa alta e a capo scoperto non è una concessione o un’apertura calata dall’alto da parte del regime: è la vittoria della dignità e del coraggio indomabile di chi ha scelto di riprendersi il proprio futuro, a qualsiasi costo. Che sia davvero giunto quel momento di libertà che abbiamo aspettato per così tanto tempo?
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