Il ruolo del doxxing nello scovare la presunta cabina di regia del ‘Movimento 17 ottobre’
I miti dell’invisibilità e dell’anonimato online erano morti da tempo, ma non tutti lo avevano capito. I fatti recenti hanno confermato l’avvenuta sepoltura di certi sogni che per anni avevano accompagnato gli utenti di Internet, rasserenandoli nella perigliosa navigazione in Rete e distraendoli dalle insidie dei protocolli di comunicazione.
Lasciamo tracce in ogni istante della nostra vita digitale e chiunque è capace di raccogliere i sassolini che – come Pollicino – lasciamo cadere al nostro passaggio nell’intricata foresta del web, dei social e della messaggistica istantanea. A catturare le informazioni, che convergono su un determinato soggetto o che permettono di dare un nome o almeno un numero di telefono a Tizio o a Caio, non sono soltanto le realtà istituzionali preposte a garantirci la sicurezza e la democrazia.
I primi che mietono e incrociano quei dati sono i signori delle diverse piattaforme digitali di uso quotidiano, quelle che offrono ammalianti servizi gratuiti ripagandosi con la profilazione e la schedatura degli incauti utilizzatori. A ruota vengono le organizzazioni criminali che vogliono assicurarsi il controllo parallelo di qualunque contesto, così da trarne vantaggio per i più diversi obiettivi. Nella sequela di coltivatori diretti di piantagioni di dati ci sono anche gruppetti di curioso volontariato e anche singoli appassionati che si cimentano in una ginnastica da impiccioni che li porta a mostrare quanto sono bravi.
La liceità di certe iniziative è francamente discutibile, ma recentemente una esperienza di quel tipo si è rivelata di una certa utilità per l’identificazione di chi ha organizzato i raid che hanno messo a ferro e fuoco le nostre città.
A dare trasparenza alla composizione della presunta cabina di regia del Movimento 17 Ottobre è stata una operazione di doxxing messa in atto da un team di giovani tedeschi con evidenti simpatie viscerali di estrema destra. La circostanza ha mortificato la tradizione secondo la quale hacker e smanettoni fossero una delle colonne portanti dei centri sociali, ma i tempi cambiano e non c’è da stupirsi. Il doxxing, o doxing che scriver si voglia, è una tecnica che viene utilizzata per smascherare una persona, rendendola vulnerabile o ricattabile. Niente di nuovo, è naturale, ma in questo momento qualcosa di evidente attualità.
La filiale italiana del gruppo Der Einzige ha mostrato grande abilità nell’applicazione di questa metodologia di azione e da quel che si è visto ha saputo giocare tutte le carte che il contesto permette di sfruttare raccogliendo informazioni personali che risultano accessibili pubblicamente o che sono state protette con eccessiva superficialità.
Gli strumenti sono il banale monitoraggio dei nomi e dei nickname degli utenti presi di mira, il riscontro della loro presenza sui social, l’analisi di tutto quel che ruota attorno ad un determinato profilo (foto, geolocalizzazioni, relazioni…), l’utilizzo di software di scraping che automatizzano la raccolta di dati online, l’aggregazione e il riordino del materiale eterogeneo collezionato, l’eventuale uso di tecniche di phishing e in ultimo il ricorso a chi – broker di dati – può aver già dossierato questo o quel soggetto.
L’insieme di queste iniziative ha portato i baldanzosi giovanotti in virtuale camicia bruna a pubblicare su Telegram una serie di liste di soggetti che a diverso titolo avevano animato la chat di “17 Ottobre”. I numeri telefonici riportati in quegli elenchi hanno senza dubbio accelerato le operazioni di polizia. E tutto il resto è cronaca.
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