Cosimo Ferri torna al Csm da ‘indipendente’. Un fatto che spiega perché le correnti sono irrinunciabili
di Giovanni Antoci*
I fatti riescono a spiegare le cose con efficacia estrema. Lo fanno infinitamente meglio di quanto spesso possa l’enunciazione di un concetto e consegnano la spiegazione alla dimensione della certezza.
Costituisce un fatto l’avvenuta elezione al Consiglio Superiore della Magistratura di Cosimo Maria Ferri, magistrato già più volte sottosegretario di Stato, deputato, candidato sindaco e poi ricandidato parlamentare. Coinvolto nelle note vicende dell’hotel champagne, definite dal Capo dello Stato, con “grave sconcerto e riprovazione”, “una inammissibile commistione fra politici e magistrati”, la sua elezione, scattata con il recupero proporzionale previsto dalla riforma Cartabia, è avvenuta a seguito della candidatura del neoconsigliere da “indipendente”, cioè quale candidato non collegato ad alcuna corrente ossia ad alcun gruppo che pubblicamente agisce come corpo associato di magistrati.
Inutile dire che dietro a un simile successo elettorale non può non esserci un insieme di persone certamente ben organizzate, come dimostrano gli apparentamenti tra candidati che hanno consentito l’elezione al proporzionale. Un siffatto gruppo, però, non presenta neanche uno dei fondamentali attributi delle correnti, alcuni dei quali posti a presidio della trasparenza e, primo tra tutti, quello della pubblicità.
È allora del tutto lampante come i fatti spieghino, e con effetti a dir poco dirompenti, ciò che la magistratura associata, insieme a numerosi accademici, commentatori e altri uomini di buona volontà hanno sostenuto, specie nel periodo dell’ultimo dibattito referendario, di fronte agli incessanti attacchi, a volte di inaudita violenza verbale, sferrati anche da alcuni autoproclamati magistrati antisistema, contro le correnti, ingenerosamente dipinte come origine e causa di tutti i presunti mali della magistratura.
Le associazioni dei magistrati, sebbene con metodi diversi e più o meno condivisibili, operano e agiscono alla luce del sole, assicurano il dibattito tra i loro iscritti e simpatizzanti, garantiscono il necessario filtro nell’individuazione dei magistrati candidati, con relativa e consequenziale assunzione di responsabilità “politica” in ordine alla loro affidabilità, alla loro storia personale e professionale e alle successive scelte quali componenti dell’organo di autogoverno. Esse ancora assicurano luoghi (anche e soprattutto fisici) e occasioni di confronto.
Ma a ben vedere vi è un altro aspetto ben più importante e profondo che rende necessaria e imprescindibile l’esistenza delle tanto criticate correnti e che differenzia distintamente queste da altre più o meno occulte aggregazioni. Si tratta dell’autonomia, da intendersi nel suo significato strettamente etimologico. Autonomia, dal greco αὐτός “stesso” e νόμος “legge”, significa darsi delle regole, nella prospettiva di rispettarle e farle rispettare.
Ecco come questa caratteristica, che si traduce nella capacità delle correnti di darsi non soltanto regole di condotta, ma anche regole dirette a disciplinare strutture, forme e pubblicità, a garanzia della partecipazione degli iscritti e simpatizzanti, costituisce il tratto che più nettamente distingue le correnti da coloro chi si proclamano semplicemente indipendenti, ma che in realtà si muovono fuori dalla dimensione autenticamente pubblica o ancor peggio nell’ombra, e da altre nuove e inedite formazioni, come ad esempio quelle basate sulla creazione di affollate chat, che appaiono caratterizzate da forti componenti personalistiche e dall’assenza di effettive garanzie di partecipazione, poiché proiettate ad ottenere semplici adesioni.
Partecipazione, garanzie, regole e trasparenza costituiscono senza alcun dubbio i tratti distintivi e più preziosi dell’associazionismo giudiziario. Questa conclusione, con buona pace dei detrattori, ha superato sicuramente la prova dei fatti.
*Magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo
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