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Monday, October 12, 2026

La chiesa nella roccia diventata virale sui social, i tortellini del “nodo d’amore” e le degustazioni tra i vigneti: la nostra guida per un weekend d’autunno low cost alla scoperta dei luoghi insoliti del Lago di Garda

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A ottobre il Garda “abbassa” il volume. L’alta stagione è ormai alle spalle e a Lazise, sulla sponda sud-orientale del lago, a sorprendere è soprattutto il silenzio che regna nel Camping Lido. Certo, sono da poco passate le 7 del mattino e a farci compagnia sul lungolago sono solamente lo sciabordìo gentile delle acque e qualche uccello che tenta di procacciarsi la colazione, ma questa inaspettata pace si protrae fino a sera. Non sembra affatto di trovarsi in uno dei territori turistici più frequentati d’Italia, malgrado l’affluenza, soprattutto straniera, sia ancora importante.

L’inizio dell’autunno è uno dei momenti migliori per vivere il Garda. I parchi divertimento e le località più rinomate sono un richiamo irresistibile per turisti da ogni dove, ma lasciando per un po’ la Gardesana e spostando lo sguardo altrove, ci si ritrova tra vigneti e ulivi, fiore all’occhiello del territorio; si scopre che dal lago si può seguire il Mincio in bicicletta fino a Valeggio, dove la pasta dei tortellini è così sottile da sembrare un velo e una leggenda d’amore rivive dentro un nodo di sfoglia. Ancora più su, sulla parete del Monte Baldo, c’è persino una chiesa che sembra volersi nascondere nella roccia.

L’altra faccia del Garda in un calice di vino

È l’altra “faccia” del Garda che Lago di Garda Camping, network che riunisce venti campeggi della zona meridionale, vuole raccontare. Strutture diverse tra loro, ciascuna con una propria identità, hanno deciso di fare sistema non soltanto sul fronte dell’ospitalità ma anche nella promozione del territorio. Tra le realtà da conoscere c’è l’Azienda Agricola Roccolo del Lago, nelle località Saline e Colombare di Lazise.

Qui Matteo e Marco rappresentano la quarta generazione di una famiglia che produce vino nell’area del Bardolino Classico. Il Bardolino rosso e il Chiaretto sono tra le bottiglie simbolo della zona, ma accanto ai filari crescono circa duemila piante di ulivo, dalle quali si ricava un olio tanto leggero quanto profumato. Il modo migliore per rendersene conto? Partecipare a una degustazione di prodotti locali, perché anche il palato vuole la sua parte quando si viaggia.

Mani in pasta con il “nodo d’amore”

A maggior ragione se Nadia e la mamma Albina ci raggiungono direttamente in campeggio dal loro ristorante “Alla Borsa” di Valeggio sul Mincio per una speciale cooking class tutta dedicata ai tortellini. A Valeggio li chiamano anche “nodi d’amore”. La leggenda racconta di Silvia e Malco, una ninfa e un capitano innamorati, che prima di lasciare la terra per vivere il loro amore nelle acque del Mincio, avrebbero abbandonato sulla riva un drappo di seta gialla annodato. È proprio quel nodo che la forma del tortellino continuerebbe simbolicamente a riprodurre. Ma al di là della leggenda c’è una storia molto più concreta che parla di donne.

Prima di diventare famosa per la ristorazione, Valeggio era legata alla lavorazione della seta. Il Mincio alimentava le filande e per lavorare la seta arrivavano donne da territori vicini, ospitate dalle famiglie del posto. Sarebbero state loro a insegnare alle valeggiane a confezionare a mano i tortellini. Un sapere trasmesso da donne ad altre donne, che ancora oggi sopravvive nei gesti ripetuti intorno a un tavolo: tirare la sfoglia, aggiungere il ripieno, piegare e chiudere con le dita un piccolo nodo.

Sul vassoio di legno decine di tortellini prendono posto ordinatamente uno accanto all’altro, in attesa di essere tuffati nell’acqua bollente e risalire dopo un minuto o poco più. Una volta in bocca, questi manicaretti colpiscono oltre che per il gusto del ripieno realizzato con diversi tipi di carne anche per la leggerezza della pasta, un velo “setoso” quasi impalpabile.

Una chiesa tra cielo e roccia

Per fortuna il Garda è una palestra a cielo aperto, perché dopo svariati assaggi di pasta fresca urge mettersi in cammino e smaltire. Tra le tante escursioni possibili, quella al Santuario della Madonna della Corona, a Ferrara di Monte Baldo, va messa in cima alla lista. Non fosse altro che per la vista da cartolina che offre quando lo si inizia a scorgere da lontano: una chiesa sospesa tra cielo e terra che per metà pare volersi nascondere dentro la parete rocciosa nella quale è incastonata, a 774 metri di altitudine.

La storia del luogo comincia molto prima dell’edificio che vediamo oggi. Intorno all’anno Mille monaci ed eremiti legati all’abbazia di San Zeno di Verona si stabiliscono nella zona, vivendo in grotte seminaturali. Anche il nome racconta il luogo: “corona” va ricondotto alla voce “cròna”, utilizzata per indicare una parete rocciosa. Nel Quattrocento arrivano i Cavalieri di San Giovanni, poi noti come Cavalieri di Malta, mentre secondo la tradizione nel 1522 la Sacra Statua sarebbe giunta dall’isola di Rodi, dando nuovo impulso ai pellegrinaggi.

La basilica attuale viene costruita tra il 1975 e il 1978, inglobando la roccia nella struttura stessa. Due i percorsi principali per raggiungerla: da Spiazzi di Caprino si prosegue a piedi (o con la navetta) lungo la monumentale Via Crucis, con statue in bronzo a grandezza naturale di Raffaele Bonente; da Brentino Belluno si affronta invece l’antico Sentiero della Speranza, con più di 1.800 gradini e circa 600 metri di dislivello.

“Si pensa di salire verso il cielo ma, una volta arrivati nella chiesa, si viene accolti dentro il ventre di madre terra, perché il cristianesimo funziona al contrario: non siamo noi che andiamo verso Dio, è Dio che scende in mezzo a noi”, ci spiega don Martino Signoretto, rettore del Santuario.

La posizione spettacolare ha contribuito a rendere virale il luogo, tanto da farlo arrivare persino a Las Vegas. Madonna della Corona compare infatti in “Postcard from Earth”, il film immersivo di Darren Aronofsky che porta sul gigantesco schermo della Sphere immagini girate nei sette continenti.

Il campeggio non è più soltanto una tenda

Due giorni sono sufficienti per capire che da queste parti ognuno può trovare il proprio Garda. E che pensare al campeggio soltanto come a una tenda piantata sull’erba è riduttivo. Nelle strutture raccolte sul portale lagodigardacamping.com, accanto a tende e roulotte ci sono case mobili attrezzate, alloggi con idromassaggio e perfino piazzole con bagno privato.

C’è poi chi prova a ripensare gli spazi e i servizi per ridurre gli sprechi e rendere la vacanza davvero accessibile, come il Camping Bergamini, a Peschiera del Garda, dove sostenibilità e inclusione si toccano con mano. Basta curiosare nella reception, costruita utilizzando elementi assemblati a incastro, senza colle. Le scrivanie sono in cartone, mentre nel parco giochi il legno impiegato è certificato e le attrezzature sono pensate anche per bambini con differenti abilità.

Pure orientarsi all’interno del campeggio può diventare una questione di accessibilità. “Le casette sono associate a immagini che permettono ai più piccoli di riconoscere la propria sistemazione anche se non sanno ancora leggere”, ci spiegano i proprietari, “mentre alcuni alloggi sono identificati attraverso piante aromatiche diverse: un riferimento olfattivo pensato per chi ha difficoltà visive e che, contemporaneamente, mette a disposizione degli ospiti erbe da utilizzare in cucina”.

Il Garda non ha certo bisogno di chissà quali riflettori puntati. Da queste parti la sfida, semmai, è convincere chi arriva a guardarsi intorno e a spingersi oltre i luoghi che tutti conoscono. A pochi chilometri dalle spiagge ci sono filari da attraversare, racconti da ascoltare mentre si mettono le mani in pasta e sentieri sospesi tra cielo e terra.

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