Digger, pensavamo di essere spettatori di una storia. Poi Iñárritu ha fatto cadere un albero
Digger, di Alejandro González Iñárritu, divide la critica. C’è chi lo trova eccessivo e volgare; per altri è un capolavoro di recitazione e di sostanza. Dipende dal modo in cui lo si guarda. Se inteso come una rappresentazione realistica della crisi ambientale, è evidentemente assurdo; ma tutto cambia se lo consideriamo una rappresentazione della nostra incapacità di riconoscere l’assurdità della realtà.
Digger Rockwell, un irriconoscibile Tom Cruise, è un ricco petroliere texano, volgare, arrogante e convinto che il mondo debba continuare a funzionare secondo le sue regole. Digger è quello che scava e Rockwell evoca Rockefeller. John Goodman è Trump. Il mondo va verso la catastrofe, ma lui è preoccupato per il suo cancro al culo, e ministri e consiglieri si raccolgono in preghiera attorno a lui, come succede nella realtà americana. Le espressioni facciali di Trump non sono molto diverse da quelle di Goodman: molte delle cose che consideriamo esagerate sono già realtà, e la recitazione segue questa logica. Trump diffonde immagini generate dall’intelligenza artificiale di se stesso travestito da papa e video in cui bombarda con la cacca i suoi oppositori. È stato rimproverato a Iñárritu di non conoscere la misura, ma siamo sicuri che la realtà non abbia ormai superato la misura della farsa?
Il film, a un certo punto, smette di permetterci di attribuire tutta la colpa ai potenti. Guardiamo Rockwell e possiamo sentirci dalla parte giusta: lui è il petroliere cattivo che ha distrutto il pianeta. Poi Digger si presenta davanti all’assemblea europea e le restituisce l’accusa. Voi condannate il petrolio, ma volete guidare automobili, prendere aerei, ricevere merci dall’altra parte del mondo, riscaldare e raffreddare le vostre case, consumare energia in continuazione. Io vendo ciò che volete comprare. Rockwell ha in parte ragione e usa quella parte di verità per assolversi.
È questo, per me, uno dei punti più forti del film. Il sistema dei combustibili fossili non è soltanto il prodotto dell’avidità delle compagnie petrolifere. È un contratto fra produzione e consumo, fra chi offre e chi domanda, fra chi ricava enormi profitti e chi considera ormai irrinunciabile il modo di vivere che quei combustibili rendono possibile. Il contratto è asimmetrico, ma questo non elimina la partecipazione di entrambe le parti. È molto più rassicurante pensare che esistano dei cattivi che ci hanno imposto tutto questo. Iñárritu non ci concede questa consolazione. E poi ci mostra i fili.
Per metà del film il mondo di Digger sembra perfettamente reale. Vediamo un aereo, un paesaggio, alberi, nuvole e un oceano. Poi un albero cade e compare un tecnico; l’aereo si rivela un modellino sostenuto da un’asta; le nuvole sono scenografia. Ciò che stavamo guardando era una rappresentazione teatrale, Fossil Fools, espressione che trasforma i fossil fuels, i combustibili fossili, nei folli dei combustibili fossili: noi.
Se Iñárritu avesse mostrato subito il trucco, non avrebbe ottenuto lo stesso risultato. Prima ci fa credere alla rappresentazione, poi ci mostra come è costruita. Quello che sembrava vero si rivela falso, ma paradossalmente è proprio quando vediamo l’asta che sostiene l’aereo e il tecnico che rimette a posto la scenografia che entriamo nella realtà.
È difficile non pensare che questo valga anche per il sistema economico rappresentato dal film. Automobili, aerei, merci che attraversano gli oceani, aria condizionata, riscaldamento, disponibilità permanente di energia e crescita senza limiti ci sono stati presentati così a lungo come elementi naturali della modernità che abbiamo dimenticato che sono una costruzione storica, resa possibile in gran parte dall’uso massiccio di energia fossile. Come il paesaggio visto dalla finestra di Rockwell, sembra un mondo reale finché qualcuno non ci mostra ciò che lo sostiene. Digger ce lo mostra.
Il passaggio dal film al teatro compie anche un’altra operazione. Noi pensavamo di essere spettatori di una storia che riguardava altri: petrolieri, presidenti, militari, scienziati, politici incapaci di prendere decisioni. Poi il pubblico, noi, entra nella rappresentazione e la rappresentazione comincia a parlarci. La domanda non è più soltanto chi abbia provocato la catastrofe, ma perché continuiamo a desiderare il sistema che la produce.
Questo rende significativo persino il gatto di Rockwell, oggetto di un affetto sproporzionato mentre tutto ciò che lo circonda sta crollando. Non è difficile riconoscere il meccanismo: davanti a problemi di dimensione planetaria continuiamo a riportare tutto alla nostra piccola sfera privata, al nostro corpo, ai nostri affetti, alle nostre comodità. Il presidente pensa innanzitutto al proprio corpo malato. Il potere è esercitato da uomini che decidono del destino di milioni di persone, restando prigionieri della propria mortalità.
E infine c’è l’Europa. L’assemblea che dovrebbe rappresentare la capacità collettiva di affrontare la crisi diventa una massa di persone che gridano e finiscono per aggredirsi. Anche qui l’esagerazione è evidente, ma serve a togliere un’altra possibile via di fuga allo spettatore. Non possiamo attribuire tutto al petroliere americano, al presidente americano o alla cultura americana e considerarci estranei al problema: chi denuncia la catastrofe non sa rinunciare alle condizioni che la producono.
Digger non è un film contro il petrolio. Ci mostra come costruiamo una realtà, finiamo per considerarla naturale e poi troviamo quasi impossibile immaginarne un’altra. I combustibili fossili sono il caso concreto, ma il meccanismo è più generale. Chi detiene il potere non deve inventare i nostri desideri: spesso gli basta riconoscerli, assecondarli e costruire attorno ad essi un sistema dal quale poi non abbiamo intenzione di uscire. Vogliamo andare a Ibiza con i voli low cost!
Iñárritu prima costruisce quel sistema davanti ai nostri occhi con una perfezione tale da farcelo credere vero. Poi fa cadere un albero e ci mostra che era una scenografia. Ma proprio nel momento in cui la rappresentazione si dichiara falsa cominciamo a capire quanto fosse vera. Digger ci chiede di fare la stessa cosa fuori dal cinema: guardare ciò che consideriamo normale e cercare i fili che lo tengono in piedi.
Nota: per i fanatici di Frank Zappa: in Digger lo zio Frank riemerge in ogni fotogramma, da It Can’t Happen Here a When the Lie’s So Big. Ma questa è un’altra storia.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.