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Friday, October 9, 2026

Il Melonellum è legge, già agita il centrodestra e preoccupa il Campo Largo

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Il Melonellum, o lo Stabilicum secondo il vocabolario del Governo, è diventato legge. Con il via libera definitivo della Camera e il ricorso alla fiducia, il governo archivia il Rosatellum e ridisegna le regole delle prossime elezioni politiche.

Le reazioni dei partiti seguono un copione inevitabile: Giorgia Meloni parla di stabilità ritrovata e fine dei governi balneari o nati nelle stanze d'albergo. Con il premio al 42% e il candidato premier stampato sul simbolo, l’obiettivo politico di Palazzo Chigi è stato raggiunto: chi vince può decidere da solo. È il premierato di fatto, come ha detto ieri il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari.

Parallelamente, all'opposizione si grida al "blitz democratico": Elly Schlein e Giuseppe Conte attaccano la morsa dei capilista bloccati, che garantiscono la rielezione ai fedelissimi scelti dai segretari di partito, e il vincolo delle firme per i nuovi simboli, pensate per blindare i partiti esistenti e penalizzare le nuove formazioni.

Ma è lontano dai microfoni e dai taccuini dei giornalisti che si sprecano le confessioni sui reali contraccolpi del testo. La soglia del 42% impone di non perdere un solo punto per strada, ma sulla strada del centrodestra è spuntato il macigno Roberto Vannacci e tra Lega e Forza Italia circola un malumore sommesso per la convivenza tra il ritorno delle preferenze nei collegi e i listini bloccati in cima. 

Nell’ordine: se Futuro Nazionale dovesse correre da solo drenando quel 3-4% a destra, la coalizione rischierebbe di fermarsi al 39-40%, vedendo sfumare il premio di maggioranza, infatti: "Senza di noi il centrodestra non vince", va ripetendo il Generale nei corridoi. Sui giornali compare già l'indiscrezione su una diplomatica "operazione di ricucitura: offrire a Vannacci e ai suoi dei posti blindati nei listini del proporzionale per evitare il disastro delle urne, a patto di rientrare nel perimetro della coalizione.

Questo riconduce direttamente al secondo problema del centrodestra: il timore che Fratelli d'Italia faccia la parte del leone nella spartizione dei capilista, relegando gli alleati, Lega e Forza Italia, al rischio delle preferenze. Sempre sui giornali si vocifera di patti informali sui collegi uninominali per compensare le truppe di Salvini e Tajani, ma la tensione sulle candidature a premier sfociata nell'obbligo d'indicazione formale lascia strascichi pesanti.

Se l'intenzione del governo era dividere gli avversari, l'esito del voto conduce in direzione opposta. La necessità di raggiungere il 42% impone le alleanze o si regala la maggioranza assoluta agli avversari. Risultato: il Campo Largo o Larghissimo diventa puro istinto di sopravvivenza.

Al Nazareno e a Campo Marzio si ragiona ormai su uno schema secco: lista unica o coalizione blindata, mentre l'obbligo di indicare un candidato premier comune costringe PD e M5S a sciogliere il nodo della leadership in tempi brevissimi.

I fari sono puntati anche sui movimenti delle forze centriste. Le indiscrezioni descrivono un Matteo Renzi che torna a saggiare la disponibilità di Carlo Calenda ad un patto di non aggressione. L'obiettivo sarebbe costruire un listone federale che permetta di scavalcare agevolmente la soglia del 3%, evitando l'annientamento elettorale o una fusione a freddo nel blocco progressista. Dalle parti di Azione, tuttavia, si registra ancora il timore di rimanere schiacciati dalla polarizzazione tra Meloni e il ticket Schlein-Conte spingendo ad accettare il rischio della soglia del 3%.

Mentre la politica fa i suoi calcoli, giuristi e costituzionalisti hanno prodotto i testi per preparare i ricorsi alla Corte Costituzionale.

Il vulnus più insidioso riguarda l'articolo 57 della Costituzione: "Il Senato è eletto a base regionale". La nuova legge prevede invece un premio di maggioranza su scala nazionale scattato al superamento della soglia del 42%. Diversi docenti di diritto costituzionale notano come ribaltare un premio unico nazionale su un organo da eleggere su base strettamente regionale ricalchi in pieno le criticità già sanzionate dalla Consulta sul Porcellum. Se una coalizione vince a livello nazionale ma perde in Regioni chiave, come viene distribuito il bonus dei 35 senatori in più senza violare la sovranità dei territori? È la classica coperta corta che rischia di strapparsi prima ancora di arrivare alle urne. 

Non c'è solo il problema della territorialità del voto per Palazzo Madama, resta l'impatto del premio su un Parlamento ridotto a 400 seggi: regalare 70 deputati extra a chi sfonda il 42% potrebbe spezzare l'eguaglianza del voto. 

Un altro potenziale vulnus riguarda la modalità di raccolta firme per i partiti non rappresentati, aumenta da 1.500 a 6.000 sottoscrizioni per collegio. Diversi docenti di diritto pubblico hanno già firmato una bozza d'appello rivolta al Quirinale, sostenendo che l'innalzamento improvviso del numero di sottoscrizioni violi il principio di democraticità e pari accesso alla competizione elettorale. 

Negli uffici del centrosinistra e dei Comitati civici la macchina dei ricorsi è già partita con l’obiettivo di depositare istanze pilota in una trentina di tribunali civili nei 15 giorni successivi alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Gli avvocati puntano al cuore del sistema: spingere i giudici ordinari a sollevare la questione di legittimità dinanzi alla Consulta per ottenere una pronuncia prima dell'apertura formale dei seggi.

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