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Tuesday, November 3, 2026

Perché in tempi di caos votiamo a destra? Risponde la scienza

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Perché in tempi di caos votiamo a destra? Risponde la scienza

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Quando l’ansia sociale monta e il futuro comincia a fare paura, il consenso politico tende generalmente a spostarsi verso destra. Non si tratta di un automatismo geometrico o assoluto, ma di una tendenza ampiamente documentata dalla ricerca politologica e comportamentale: di fronte all’incertezza, ampie fasce di elettorato cercano riparo in risposte di tipo identitario e autoritario. Perché? È questa una domanda a cui i salotti progressisti rispondono spesso parlando di analfabetismo funzionale, ignoranza, manipolazioni algoritmiche o di una rozza infatuazione per l’uomo forte. Diagnosi che colgono probabilmente i sintomi di superficie, ma non sembrano scalfire il cuore del problema. E se una possibile spiegazione risiedesse infatti in qualcosa di ben più radicale?

Un primo tassello ci viene offerto direttamente dalle neuroscienze e dalla psicologia evoluzionistica. Sotto il profilo biologico, quando il sistema nervoso percepisce un segnale d’allarme, la nostra corteccia prefrontale — la sede del pensiero critico, della mediazione e della complessità — viene temporaneamente scavalcata e ridotta al silenzio. A prendere il sopravvento sono i circuiti arcaici del cervello e l’amigdala, che reagiscono con una fulminea reattività agli stimoli di minaccia.

Come hanno ampiamente documentato studiosi della materia quali John Hibbing e Jonathan Haidt attraverso analisi empiriche sulle risposte fisiologiche, questo automatismo non è un difetto morale, ma un originario meccanismo di sopravvivenza che innesca una reazione istintiva orientata all’ordine gerarchico, all’autorità forte, alla nettezza geometrica dei confini e alla drastica sterilizzazione di qualsiasi ambiguità. Se tale istinto è provvidenziale di fronte a un pericolo fisico immediato — come l’attacco di un animale feroce —, questo meccanismo si rivela tuttavia meno efficace quando scatta in relazione a problemi complessi, astratti e strutturali della modernità. Le neuroscienze ci offrono così un formidabile ancoraggio per interpretare questa dinamica del consenso nel presente.

Un secondo tassello riguarda invece il nostro passato più atavico. Per lungo tempo l’ipotesi di fondo, alimentata da una certa eredità positivista e dal mito del progresso continuo, è stata quella dell’uomo primitivo cacciatore (Man the Hunter di Richard B. Lee e Irven DeVore). La convinzione diffusa voleva che “l’unione fa la forza” fosse una strategia adottata anzitutto per attaccare: cooperare per abbattere prede titaniche ed espandersi verso l’esterno. Poi, come accade per molte speculazioni suggestive, questa narrazione si è scontrata duramente con la documentazione fossile, la quale ha progressivamente svelato uno scenario del tutto diverso. A scardinare il vecchio paradigma è stato in particolare il lavoro dell’antropologo Robert Sussman e di Donna Hart nel saggio Man the Hunted. Esaminando i reperti e i fori inequivocabili lasciati sui crani degli ominidi dai canini dei grandi felini, la ricerca ha dimostrato come, per gran parte della nostra storia evolutiva, la nostra specie sia stata sostanzialmente una preda. Come ama ricordare il filosofo della scienza Telmo Pievani, i primi ominidi non si svegliavano per andare a caccia, ma cercando innanzitutto di non essere mangiati.

Ora, unendo questi due fili, vien da pensare che se di fronte al pericolo tendiamo ad affidarci agli istinti primitivi del nostro cervello antico e dal punto di vista del comportamento di gruppo tendiamo a unirci in circoli difensivi, le destre moderne, nel mietere consensi, fanno solo il loro mestiere, raccogliendo questa eredità e mettendola a valore. Di fronte a un mondo caotico e pericoloso (almeno nella percezione, che è poi quella che conta), nulla è più desiderabile di risposte elementari a problemi complessi. Inutile promettere grandi visioni sul domani: bastano un perimetro chiuso, un cerchio intorno al quale stringersi, un nemico visibile e la sensazione di una protezione efficace (pur se accompagnata da politiche di controllo decisamente invasive).

Ed è qui che si palesano i limiti analitici di un certo progressismo autoreferenziale, che liquida sbrigativamente il consenso conservatore, accusandolo di “parlare alla pancia”. La destra fa ben altro: dialoga, un po’ come l’inquietante demone Old Georgie interpretato da Hugo Weaving in Cloud Atlas, direttamente con il nostro sistema nervoso primordiale, sussurrando alle nostre paure ataviche, al nostro sistema operativo arcaico di base, sempre pronto a riemergere dalle ceneri. È inutile continuare a stigmatizzare questi “riflessi atavici”, prendendo atto piuttosto del fatto che l’unico strumento di cui disponiamo, in grado di disinnescarli, è una sovrastruttura culturale che agisca come una sorta di moderatore. È lo stesso meccanismo mostrato dagli esperimenti neuroscientifici sul riconoscimento dei volti: se una persona osserva il viso di un individuo con un fenotipo diverso e non familiare (per carnagione o tratti somatici), l’amigdala si allarma in automatico; ma se quel volto appartiene a una figura nota — come un famoso sportivo —, la conoscenza e la familiarità culturale intervengono immediatamente a «sovrascrivere» il riflesso di paura.

Ripensando infine a Marc Augé, ci vorrebbe oggi un vero e proprio nuovo Illuminismo per sconfiggere le ansie sistemiche del nostro secolo: un umanesimo globale fondato sulla razionalità scientifica, sulla condivisione del sapere e sul superamento dei miti della finanza e delle chiusure identitarie. È soprattutto in una feroce riaffermazione della centralità della cultura che dovrebbe dunque consistere la lotta politica progressista. La giungla è infatti l’habitat naturale della destra, un luogo dove l’istinto prevale sulla complessità; il compito della sinistra è invece quello di curare il giardino. Ma coltivarlo richiede anni di semina nella scuola e nelle coscienze, esigendo il coraggio di mettere in conto numerose sconfitte politiche e il rischio concreto che i frutti di questo lavoro vengano raccolti da altri… Tuttavia, un minimo d’ottimismo è d’obbligo, visto che le conquiste oggi difese con fermezza dai conservatori sono proprio le innovazioni culturali che un tempo osteggiavano con ferocia inaudita.

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