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Saturday, September 12, 2026

Ho passato un agosto lacerante tra la stenosi del meato e la stenosi del mojito

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Ho passato un agosto lacerante tra la stenosi del meato e la stenosi del mojito

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Ho passato un agosto lacerante tra la stenosi del meato e la stenosi del mojito. Finire al pronto soccorso a metà agosto perché non riesco più a fare la pipì, mi adagiano su un lettino e mi dicono che l’urologa è in arrivo da Lucca mentre io sono all’ospedale di Massa; so già che dovrò aspettare ore con la vescica gonfia tra gemiti di persone sofferenti, urla di malati psichiatrici e silenzi densi di dolore e solitudine sul volto di anziani abbandonati in corsia. Una dottoressa mi fissa, poi dice “se non riusciamo a metterle il catetere le faremo un buchetto per svuotare la vescica”. Un buchetto? Prima che possa chiedere spiegazioni la dottoressa è già volata via verso un’emergenza.

Non riesco a stare sdraiato, passano le ore, l’urologa non arriva, sono entrato a mezzanotte e sono quasi le cinque del mattino. Una signora silenziosa con la bandana mi osserva con curiosità, è sdraiata sul lettino e non dice una parola, non un lamento, soffre con grazia e compostezza, mi levo il panama in segno di saluto. Alle 5.30 del mattino una giovane donna mi dice: “Sono l’urologa, è lei che ha la stenosi del meato?”. Annuisco stralunato. Senza tanti complimenti mi ficca dentro un catetere, urlo e lei mi fa “Signor Farina, un po’ di male devo farglielo”. E io vorrei dirle “Sì, ma almeno mi faccia urlare, grazie”. In realtà sto zitto e buono perché mi ha appena salvato la vita o almeno la vescica e nessuno ha dovuto farmi un buchetto sulla pancia.

“Deve tenere il catetere per dieci giorni”. Sono stati dieci giorni da incubo, un bruciore incommensurabile, appena il catetere si spostava sentivo una fitta atroce nel meato. Una sera però sono riuscito a uscire a bere qualcosa con gli amici, ho rispolverato una vecchia tunica araba di mio padre per nascondere la sacca del catetere. Passeggiare per Forte dei Marmi come un arabo, avere tutti gli occhi addosso, qualcuno forse ha pensato che stessi lanciando una nuova moda: tunica araba e panama.

Ci fermiamo a bere un mojito da Riccardo, il mio barman preferito, lo conosco da più di 30 anni, l’ho visto crescere, ha un volto rassicurante, sereno, il volto di chi sa fare alla perfezione il proprio mestiere, dosando con maestria lime, gentilezza, menta, sorrisi, zucchero e rum bianco con acqua minerale. Al momento di pagare arriva la ferale notizia, Riccardo mi dice che a settembre andrà finalmente in pensione. Tutto finisce, il mondo cambia senza pietà. Sono felice per il suo meritato riposo ma al contempo sono triste perché non gusterò più il suo mojito perfetto. Ci lasciamo il numero di telefono, lo inviterò a cena.

Così questo agosto passa tra la stenosi del meato e la stenosi del mojito. Mi viene da sorridere in attesa di una cistoscopia. Ricky, stai invecchiando. Le estati stan finendo, al plurale, non al singolare come cantavano i Righeira. La coperta del tempo di sta ritirando, fra poco sarai nudo davanti all’ eternità. Non ci saranno più le stagioni, le mezze latitano già da un po’, non ci sarà più nulla, solo un mucchietto di polvere e tanto silenzio in gola. Un momento, sono troppo tragico, suvvia, ho “solo” 57 anni!

Andiamo, non abbatterti Ricky, fatti forza, il catetere per adesso è un ricordo, ora devi pensare al tuo amato champagne, al caviale e alla tua donna che ancora crede in te, sei ancora vivo, e ci sarà ancora qualche estate nel tuo futuro, e poi con la tunica araba e il panama stai benissimo, magari ti prendono per la prossima campagna di Armani: tunica araba, panama e catetere. Perché no? Non tutto è perduto, anche se tutto è destinato a perdersi…

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