“Ho sei figli. Al più piccolo racconto più storie della buonanotte che al grande. Non tratto tutti allo stesso modo”: senso di colpa (e svolta) di Nicole Schildt
Per anni Nicole Schildt, mamma di sei figli, ha pensato che essere una buona madre significasse “essere una madre giusta” e che giusto volesse dire trattare tutti allo stesso modo: stesso orario per andare a letto, stessi compiti in casa, stesse conseguenze, stessi privilegi alla stessa età. Con il tempo ha capito che quella regola non funzionava, perché sotto il suo tetto “non crescevano sei versioni dello stesso bambino, ma sei persone completamente diverse”.
Oggi Nicole racconta di aver smesso di inseguire l’uguaglianza a tutti i costi: la sua missione, dice “è conoscere ogni figlio abbastanza da dargli l’infanzia di cui ha bisogno”. E ammette che anche lei è cambiata: la mamma che cresce l’ultimo nato non è più quella che ha cresciuto il primo. Lo riporta Business Insider.
Uno dei suoi figli dà il meglio quando gli viene concessa indipendenza: gli si affida una responsabilità, gli si lascia un po’ di spazio, e di solito risponde alle aspettative. Un altro ha bisogno di più struttura, più promemoria, più verifiche. Questo non rende uno più responsabile e l’altro meno capace: semplicemente hanno esigenze differenti.
Lo stesso vale per i privilegi. Nicole pensava che, se un figlio si era guadagnato un orario di rientro più tardi a una certa età, tutti gli altri avrebbero dovuto ottenerlo automaticamente al compimento di quell’età. Oggi sa che l’anagrafe non è l’unico criterio. La fiducia si costruisce attraverso le scelte: un ragazzo che ha dimostrato con costanza di essere responsabile può essere pronto a una libertà che un fratello della stessa età non è ancora in grado di gestire.
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