Da Sanchez a Mamdani, fino a Linke: all’estremismo guerrafondaio c’è un’alternativa
di Sara Gandini e Paolo Bartolini
La vittoria a Berlino della candidata di Linke, la crescita di consenso intorno alla via cinquestelle rappresentata da NOVA, i segnali provenienti dai Democratici socialisti negli Stati Uniti (in particolare, ma non solo, dal sindaco di New York Mamdani), l’impegno di Sanchez in Spagna per garantire al suo paese dei margini di sovranità reale: questi e altri sussulti di dignità esterni alle istituzioni, ma in tensione generativa con esse, ci dicono che l’ascesa delle destre non è un destino ineluttabile. Dove esistono proposte neo-socialiste e democratiche che rifiutano la guerra, il riarmo, il genocidio, l’impoverimento progressivo del ceto medio (oltre che dei lavoratori e dei ceti popolari, già danneggiati da decenni di neoliberismo feroce), vediamo che la risposta popolare non si fa attendere.
All’estremismo del centro liberale guerrafondaio, esemplificato in Germania da Merz e in Italia dai noti propagandisti che vedono solo armi nel nostro futuro, non si risponde con la fuffa del moderatismo politico. I cittadini chiedono radicalità, nel senso profondo del termine: andare alla radice dei problemi e invertire rotta. Che si parli di “progressismo” o “sinistra popolare”, il punto chiave, oggi, è prendere le distanze dal campo neoliberale, atlantista ed europeista a prescindere. Per allentare i vincoli esterni e ripensare la convivenza tra i popoli in modo cooperativo, è necessario avanzare proposte che siano di rottura, non astratte e massimaliste, ma applicabili nel medio-lungo periodo.
I fenomeni che sopra abbiamo ricordato, con tutte le ambivalenze che possono avere le dinamiche sociali e politiche in corso, costellano una figura della politica contemporanea che può contestare il capitalismo sfrenato da una posizione più etica che ideologica. Nessuno ha la ricetta definitiva per immaginare un sistema alternativo a quello dell’accumulazione e dello spreco, ma porre al centro della nostra ricerca il concetto di “cura” ci sembra una possibilità preziosa. Alla società delle armi, dell’oppressione, della distruzione del pianeta – dunque alla società dell’incuria e del possesso – opponiamo una società che non vuole lasciare nessuno indietro, che pensa la diplomazia come necessaria e finanche obbligatoria, che ha un’idea della pace non infantile e irenica, ma come processo di armonizzazione del molteplice, nei contesti politici, collettivi, ma anche dentro ciascuno di noi: un cammino di integrazione dei conflitti che attraversano il singolo, le coppie, le famiglie, i piccoli gruppi.
Questa società centrata sul nodo borromeo “pace/giustizia sociale/giustizia ecoclimatica” non può che imparare dai fallimenti delle utopie novecentesche, tornando però a valorizzare lo slancio socialista in una battaglia condivisa contro le privatizzazioni selvagge, la concentrazione eccessiva di denaro e potere in poche mani, le diseguaglianze economiche. Costruire una risposta corale al peggio che avanza richiede, allora, il coraggio di contaminare i pensieri e di allentare le chiusure identitarie (che tanto danno fanno, da sempre, nella galassia delle forze cosiddette anti-sistema), con il fine di mobilitare corpi e anime contro il riarmo e l’escalation militare voluti dal partito unico del neoliberalismo di guerra.
Contrariamente a una certa rassegnazione che serpeggia da decenni in modo trasversale, riteniamo che l’urgenza delle sfide odierne possa riaccendere il desiderio di una politica trasformativa, dove il conflitto di classe possa essere rinominato e attivato in maniera nuova, e dove i bisogni materiali, psicologici e relazionali delle persone ricevano finalmente l’attenzione che meritano e delle proposte per soddisfarli. Sull’orlo del baratro c’è ancora il tempo per chiederci chi ci ha portato fin qui e come destituirlo definitivamente.
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