Israele, i possibili scenari post-voto: accordo con le liste arabe o lo spettro di un nuove elezioni entro pochi mesi
Il conteggio del voto reale delle elezioni del 27 ottobre in Israele ha sgonfiato in parte le speranze dei partiti ebraici che hanno fatto campagna contro Netanyahu, quello che è stato chiamato il blocco del cambiamento o anche semplicemente l’opposizione. Mentre i voti continuano a essere scrutinati e i risultati si prevede tarderanno ad arrivare – forse giovedì o addirittura più avanti – per via dei tanti voti per corrispondenza dei soldati e dei difficili calcoli rispetto ai partiti che hanno o meno superato la soglia di maggioranza, risulta chiaro che il Likud di Benjamin Netanyahu resta il partito più votato in Israele. Anche con la campagna di massa che ha portato un record di cittadini al voto come non si vedeva dal 1999 e anche dopo i disastrosi, quattro anni di governo Netanyahu segnato dal 7 ottobre e dalla Guerra a Gaza.
Il Likud è vicino ad assicurarsi 27 seggi al parlamento, e anche se le altre liste di estrema destra che fanno parte della maggioranza che sostiene il premier non brillano, il totale arriva comunque a 54 seggi. Uno stacco significativo rispetto ai 48 che l’opposizione a Netanyahu riesce a contare. C’è un dato però che sempre più chiaramente si afferma come quello determinante di questa tornata elettorale, ed è un storico a modo suo, anche se è tutt’altro che chiaro la direzione che potrà prendere e cosa significherà per il futuro del paese. È quello dell’exploit delle liste arabe, la Joint list che contiene all’interno Partiti anti sionisti israeliani e palestinesi e il partito comunista, e poi la lista islamica conservatrice di Mansour Abbas, Ra’am. La lista unita delle sinistre ha più che raddoppiato i suoi voti ed è proiettata come terzo partito del paese, con 12 seggi, mentre anche il Ra’am, che in passato è già sceso ad accordi politici per entrare in una maggioranza di governo quando era premier Naftali Bennet, viaggia fra 6 e 7 seggi.
Il totale delle liste arabe quindi è determinante, sono 19 seggi che non vengono calcolati nel novero di quelli dell’opposizione tradizionale a Netanyahu, ossia i partiti che si riconoscono in un sismo di sinistra di centro o di centrodestra, e però l’alleanza fra i due blocchi potrebbe determinare una maggioranza chiara. Tutto questo, però, solo in teoria, perché non è mai successo e portare i palestinesi della lista unita dentro una maggioranza di governo è ancora un tabù anche per la maggioranza delle forze di opposizione Netanyahu. In particolare per Avigdor Liberman e anche per la base, se non proprio per Yashar di Gadi Eisenkot che si è piazzato secondo per preferenze dopo Netanyahu.
La situazione è sospesa, non in stallo, ma c’è tempo per riflessioni e trattative. Netanyahu non ha i numeri per formare una maggioranza che richiede almeno 61 seggi all’Knesset e l’opposizione non è d’accordo sul dialogo con le liste arabe. Ma ci sono dei tempi tecnici che possono aiutare i leader a negoziare. Innanzitutto, i risultati ufficiali non saranno certificati prima del 4 novembre, e solo dopo una settimana da questa data il presidente Isaac Herzog assegnerà l’incarico di formare una maggioranza a uno degli sfidanti. Per legge non ha l’obbligo di affidarlo al primo arrivato alle consultazioni, ma deve dare il mandato alla figura che ritiene avere più probabilità di costruire un governo stabile. Potrebbe essere quindi Gadi Eisenkot.
Le norme danno all’incaricato fino a 42 giorni di tempo per formare una maggioranza, poi il mandato torna al presidente che ha la facoltà di affidarlo a un secondo candidato, o più probabilmente rimandare la questione alla Knesset. A quel punto, se non si riuscirà a trovare una maggioranza di 61 voti per indicare un altro premier potenziale si dovrà necessariamente sciogliere e convocare nuove elezioni. Il calendario che porta a una seconda tornata elettorale entro pochi mesi in Israele, dopo quattro anni di turbolenze, quindi è già segnato. Ma nel frattempo è tornata in primo piano la questione palestinese, in Israele, stavolta declinata come la questione dell’accesso alla politica e ai vertici della società da parte della comunità di palestinesi che vivono stabilmente in Israele, ne sono cittadini e hanno diritto di voto. E per la prima volta da quando partecipano alle elezioni, hanno deciso in massa di provare a cercare una svolta attraverso il voto democratico.
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