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Monday, October 26, 2026

L’ex portavoce del Comitato No Pfas assolto dall’accusa di diffamazione per aver detto che la Regione Veneto nascose le prove dell’inquinamento

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L’ex portavoce del Comitato No Pfas assolto dall’accusa di diffamazione per aver detto che la Regione Veneto nascose le prove dell’inquinamento

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BELLUNO – “Come possiamo avere fiducia di gente come Bottacin o di gente come lui che negavano la questione Pfas… lo stesso Bottacin che nascose i documenti sanitari di Mantovan (direttore della Sanità veneta) in un cassetto…”. La frase, pronunciata nell’aprile 2019 durante la trasmissione “Centocittà” su Radio Rai 1, è costata un processo infinito all’ecologista vicentino Alberto Peruffo, all’epoca portavoce del Comitato No Pfas. A querelarlo era stato l’allora assessore regionale all’Ambiente e alla Protezione civile, l’ingegnere bellunese Gianpaolo Bottacin, rimasto in carica fino a un anno fa. Si era sentito diffamato da una critica politica aspra che nascondeva un’accusa nemmeno tanto larvata “di presunte omissioni nelle pratiche relative all’inquinamento da Pfas”. Sette anni dopo il Tribunale di Belluno ha assolto Peruffo perché il fatto non costituisce reato. Ha così messo fine allo scontro giudiziario tra l’esponente della giunta di Luca Zaia (che partecipò alla trasmissione Rai) e il mondo dell’ambientalismo che si è battuto per conoscere la verità intorno all’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche della falda che attraversa il sottosuolo di tre province del Veneto (Vicenza, Verona e Padova), in un’area abitata da 350mila persone.

Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 6 mesi di reclusione, il difensore avvocato Edoardo Bortolotto, invece, l’assoluzione con formula piena. L’esito di un processo apparentemente minore ha aperto uno squarcio non tanto sulla vicenda ben nota di inquinamento ambientale tra le più gravi in Italia negli ultimi decenni, ma sulla sottovalutazione da parte della Regione Veneto. Quest’ultimo filone, nonostante le denunce e i sospetti emersi anche durante il processo per disastro ambientale a Vicenza, non ha mai portato a incriminazioni di responsabili politici per possibili omissioni.

L’arringa del difensore è apparsa particolarmente suggestiva perché tenuta a Belluno, dove si indagò per la tragedia del Vajont del 1963, che era stata annunciata dalle denunce inascoltate della giornalista Tina Merlin. La corrispondente de “L’Unità” era stata processata per procurato allarme, salvo vedere dopo alcuni anni la drammatica conferma delle sue previsioni. L’avvocato ha preso spunto dal parallelismo tra l’acqua caduta dal cielo a Longarone e l’acqua inquinata nel sottosuolo del Veneto dalla società Miteni di Trissino (Vicenza). Se il numero spaventoso dei morti del Vajont fu subito evidente, quello dei morti invisibili da possibile contaminazione da Pfas è perfino superiore, arrivando a 3899 unità (dal 1985 al 2018), secondo uno studio dell’Università di Padova.

Le accuse di Peruffo riguardavano una relazione che Domenico Mantoan, direttore del settore Sanità del Veneto, aveva redatto nell’autunno 2016, sostenendo la necessità di chiudere la Miteni. Averla “tenuta nel cassetto”, riferito a Bottacin, censurava il ritardo con cui i risultati erano stati comunicati alla cittadinanza che continuava a bere l’acqua inquinata. “Per anni la popolazione dell’area rossa hanno chiesto di conoscere i risultati completi del piano di campionamento degli alimenti. – ha ricordato il legale – Greenpeace e le Mamme No Pfas hanno dovuto ricorrere al difensore civico, quindi al Tar del Veneto per ottenere che fossero consegnati dopo tanti anni i risultati di quelle ricerche”. Nel 2016 la crisi si stava per manifestare in modo drammatico. Mantoan aveva sottolineato le preoccupazioni per la produzione Miteni, inviando la relazione a tre assessori (Salute, Ambiente e Agricoltura). Bottacin ha confermato di averne a sua volta consegnato una copia al procuratore della Repubblica di Vicenza, dopo averla ricevuta.

Al processo è stato interrogato anche l’ex governatore Luca Zaia che si era arrabbiato pubblicamente nel gennaio 2017 per non essere stato informato tempestivamente dei risultati delle analisi sulla Miteni. In aula non ha però datato con precisione il momento in cui ne venne a conoscenza, anche se Bottacin ha detto di avergli consegnato personalmente una copia della relazione il giorno dopo averla ricevuta. Ciò che accadde nei palazzi della Regione è rimasto in parte nebuloso. “Eppure possiamo dire che le informazioni sanitarie e ambientali sono state effettivamente sottratte alla conoscenza dei cittadini, illegittimamente per anni. – ha detto l’avvocato Bortolotto – Peruffo, con l’immagine del ‘cassetto’ voleva denunciare l’inerzia di un’amministrazione”. Particolare importanza ha avuto la testimonianza del dottor Vincenzo Cordiano, dell’ospedale di Valdagno che dal 2013 aveva denunciato come in alcuni Comuni del Vicentino si morisse più che altrove, per tumori ed altre patologie. Altre testimonianze hanno confermato i sospetti di una sottovalutazione istituzionale dell’inquinamento da Pfas in Veneto, visto che nel 2017 alla Miteni fu concesso di proseguire la produzione.

Ritornando al parallelismo tra il Vajont e i Pfas, l’avvocato Bortolotto ha concluso: “Nel 1960 un Tribunale della Repubblica assolse Tina Merlin che aveva scritto la verità sul Vajont. Tre anni dopo quella verità costò quasi duemila vite. Nel 2024 la scienza ci ha detto che l’acqua del Veneto occidentale ne è costata 3.890. Nel mezzo, c’è stato chi ha chiesto di sapere e chi ha tenuto chiusi i documenti, ma un giudice ha già stabilito chi aveva ragione”. Il riferimento è al processo di Vicenza per disastro ambientale, chiuso in primo grado con pesanti condanne. “Alberto Peruffo non ha diffamato nessuno. Ha fatto ciò che una democrazia chiede ai suoi cittadini migliori: ha preteso trasparenza, l’ha pretesa a voce alta, l’ha pretesa per gli altri. Punirlo significherebbe dire a chiunque, domani, voglia denunciare un pericolo per la salute pubblica, che è più prudente tacere. E la storia di questa provincia ci ha insegnato fin troppo bene quanto costa il silenzio”.

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