“Non possiamo modificare le azioni di chi ci ha preceduto”: re Carlo III parla degli orrori della schiavitù, ma si rifiuta di chiedere scusa. E i Paesi caraibici tornano a chiedere risarcimenti alla Gran Bretagna
“Non possiamo modificare le azioni di chi ci ha preceduto; possiamo, tuttavia, imparare dal passato”. Re Carlo III ha pronunciato il suo discorso al meeting dei capi di governo del Commonwealth a St Johns, in Antigua, senza sorprese. Restando in linea con quanto già premesso da Buckingham Palace, il re ha evitato di chiedere “scusa” in maniera diretta, lasciando così la parola al governo e ai paesi caraibici poche speranze di vedersi riconosciuto il risarcimento per i danni subiti ai tempi dello schiavismo. “La tratta transatlantica di persone ridotte in schiavitù proietta ancora oggi un’ombra su queste isole e sugli altri membri del nostro Commonwealth. Come ho già avuto modo di dire, – ha aggiunto il re – quel vergognoso capitolo della storia riempie il mio cuore di orrore e la mia anima di un profondo dolore personale”.
Durante questa missione tra Antigua e Barbuda, Carlo III è stato trasformato in una pedina di Downing Street, che lo ha mandato in avanti per cercare di risolvergli la questione. Alcuni paesi del Commonwealth non hanno mai digerito il ruolo del Regno Unito in quel drammatico capitolo della storia che va dalla metà del 1600 fino alla svolta dello Slavery Abolition Act del 1833, e oggi pretendono un risarcimento formale ed economico che il primo ministro Andy Burnham non è assolutamente in grado di elargire; quindi la diplomazia sta giocando il suo equilibrismo, con le parole.
“La nostra storia ci ispira, può sconvolgerci, ma ha sempre qualcosa da insegnarci”, così con un colpo di orgoglio, il re si è aggrappato al ruolo determinate svolto dal suo Paese nel porre fine alla tratta transatlantica degli schiavi, ma non ha ceduto alle responsabilità e alle scuse.
“La storia ci insegna anche che il male non deve necessariamente avere l’ultima parola; che il carattere e il coraggio possono unirsi per superare le ingiustizie più mostruose, come è accaduto con la determinazione a porre fine al commercio internazionale di esseri umani ridotti in schiavitù, un’impresa in cui la Royal Navy ha svolto un ruolo di primo piano”.
In un discorso da leader del Commonwealth, oltre che da Capo di Stato, che le pulsioni indipendentiste di molti paesi delle isole caraibiche vorrebbero eliminare, Carlo III ha cercato di usare toni un po’ più decisi rispetto a quelli del passato, ma non ha offerto la sua testa ai suoi interlocutori.
Prima della sua partenza, alcuni quotidiani inglesi si erano interrogati sul ruolo che era stato chiamato a sostenere da un governo ossessionato dal desiderio “di piacere a tutti”. Anziano e malato, era stato spedito di là dall’oceano per cercare di ammorbidire il terreno al primo ministro che lo ha raggiunto promettendo di versare più soldi per aumentare gli aiuti finanziari e contribuire a riparare al ruolo della Gran Bretagna nella tratta degli schiavi.
Andy Burnham, secondo quanto rivelato dal Telegraph, avrebbe stanziato 40 milioni di sterline per progetti da realizzare nei Caraibi e avrebbe “delineato piani per sostenere i membri più poveri del Commonwealth, alle prese con l’aumento dei costi del debito”. Da qui, le parole del ministro degli Esteri Ed Miliband che ha dovuto ribadire che “le scuse formali per il ruolo del Regno Unito nella tratta transatlantica degli schiavi non comporteranno costi aggiuntivi per i contribuenti britannici”. E mentre il re, in abito grigio chiaro cercava di reggersi in piedi, tra la stanchezza e l’equilibrismo lessicale, accanto a lui partiva la polemica politica con il ministro degli Esteri intento ad accusare i governi precedenti (anche laburisti come il suo) di aver avuto la tendenza a “nascondere sotto il tappeto” la questione della schiavitù. Intervenendo al podcast “BBC Newscast”, Miliband ha criticato Tony Blair per l’atteggiamento del tipo “mi dispiace, ma non veramente”, avuto nel 2006, quando da primo ministro, espresse “profondo dolore e rammarico” per il coinvolgimento della Gran Bretagna nella tratta degli schiavi, senza però arrivare a porgere delle scuse ufficiali. Così come, del resto, si è rifiutato di fare anche il re.
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