Sarajevo tra cicatrici, murales e la speranza di Europa
Le onorificenze tributate all'ex generale Ratko Mladić in occasione della sua morte, insieme alla decisione della Bosnia-Erzegovina di espellere alcuni politici serbi, hanno riportato l’attenzione internazionale sulla sorte di un Paese che è, per molti aspetti, specchio delle contraddizioni dell’Europa. È qui che, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, si è consumato uno dei genocidi più terribili della storia contemporanea e l’assedio più lungo e sanguinoso del dopoguerra.
Il 27 agosto, giorno della morte del boia di Srebrenica, avvenuta nel carcere dell'Aja, a Sarajevo non è stata, almeno in apparenza, una giornata diversa da tante altre. Nessuna manifestazione spontanea o corteo, nessuna particolare atmosfera nelle strade. Mentre a pochi chilometri di distanza, a Banja Luka, capitale della Republika Srpska, così come a Belgrado iniziavano le prime commemorazioni, i sarajevesi tagliavano corto: “È morto? Peccato, avrebbe dovuto fare molti più anni di carcere”.
Di fatto, condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, Mladić ha passato 16 anni in latitanza, protetto da una rete di complicità, e solo 15 in reclusione. La sua morte ha riacceso la tensione e anche i fari sui Paesi dell'ex Jugoslavia e su una memoria ancora profondamente divisa, dove si terranno a ottobre le elezioni.
Incastonata tra Croazia e Serbia, con appena una piccola porzione di costa sull’Adriatico, la Bosnia rimane un Paese sospeso tra passato e futuro, tra il desiderio di Europa, il richiamo di Istanbul e le difficoltà di una struttura politica costruita sulle ferite della guerra.
Ma a Sarajevo, oggi, i giovani riempiono i festival. I turisti tornano nei quartieri storici. I graffiti ricoprono lentamente i muri segnati dai proiettili. Sono state ricostruite biblioteche, ponti, case e strade, trasformando le cicatrici in memoria e i muri in tele. Ora però deve affrontare una sfida diversa: convincere i giovani che valga ancora la pena restare.
La Gerusalemme d’Europa
La vicenda dei funerali di Mladic, il boia di Srebrenica, ha riportato al centro dell'attenzione la domanda su che cosa sia diventata la Bosnia-Erzegovina 31 anni dopo gli accordi di Dayton, che divisero la Repubblica federale in due entità autonome: la Repubblica Srpska (a maggioranza serba e ortodossa) e la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (a maggioranza bosgnacca-musulmana e croata-cattolica). La presidenza tripartita e basata sull’appartenenza etnica ha portato a un sistema politico frammentato e instabile, che rallenta lo sviluppo e rafforza le divisioni identitarie.
Già conquistata dall'impero ottomano, quindi occupata dagli austroungarici, la Bosnia fu inclusa nel primo dopoguerra nel Regno Jugoslavo e nel secondo dopoguerra nella Jugoslavia di Tito. Oggi riscopre le sue bellezze e si apre al turismo, in aumento costante negli ultimi anni. E guarda all’Unione Europea, così come la vicina Serbia, dopo aver ricevuto nel marzo 2024 dal Consiglio europeo il via libera all’apertura dei negoziati di adesione, iter supportato anche dall'Italia. Allo stesso tempo resta prigioniera del passato, segnato dalle divisioni istituzionali, corruzione e immobilismo.
Simbolo di tutte queste contraddizioni è Sarajevo, la 'Gerusalemme d’Europa': un luogo nel quale moschee, sinagoghe, chiese ortodosse e cattoliche convivono a poca distanza l’una dall’altra. Una città che per secoli è stata un incrocio di civiltà, religioni ed etnie, simbolo di convivenza, tolleranza e integrazione. Ma che negli anni Novanta è stata il teatro di una delle guerre più sanguinose dell’Europa contemporanea.
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Khariman, a 16 anni da Bolzano a Sarajevo
A Sarajevo incontriamo Nermin Khariman, ha 31 anni e due figli, parla l'italiano come una prima lingua, pur essendo di famiglia bosniaca. "Un figlio dell'esodo" causato dalla guerra e uno dei primi a parlare pubblicamente dei 'Safari umani' del weekend, stranieri che durante l’assedio degli anni ‘90 si sarebbero uniti alle milizie serbo-bosniache per sparare sui civili.
Quando il conflitto tra Serbia e Bosnia scoppiò, nel 1992, suo padre venne arruolato. “L’esercito bosniaco era di fatto disarmato mentre le forze serbo-bosniache potevano contare sull’enorme arsenale dell’ex Armata popolare jugoslava, che nel frattempo si era trasformata di fatto in una forza a guida serba. Mia madre aveva già due figli: riuscì a trovare posto su uno degli autobus della Croce Rossa diretti verso l’Italia. A bordo potevano salire soltanto donne e bambini”.
Nermin venne quindi alla luce in Italia, a Bolzano il 22 gennaio 1995. Qui raggiunto dal padre, rimasto invalido dopo aver combattuto per difendere il suo Paese, trascorse l’infanzia e l’adolescenza fino all'età d 16 anni. Oggi è tornato a Sarajevo, dove lavora come guida turistica per italiani. Con l’associazione Bella Bosnia Tours accompagna i visitatori italiani alla scoperta di una città dalle identità sovrapposte, segnata da memorie familiari e appartenenze che spesso non coincidono con le frontiere politiche. Nel libro ‘Casa mia. Sarajevo vive e vivrà per sempre’ (La Carmelina, 2025) racconta la storia sua e di altri bosniaci figli dell'esodo.
“Decidemmo di tornare in Bosnia perché mio padre scoprì di avere un male incurabile. Voleva morire nella sua Bosnia. Tutta la famiglia lo seguì. Aveva un mesotelioma pleurico, un tumore dei polmoni molto aggressivo legato all'inalazione di particelle di amianto, provocato molto probabilmente dalle conseguenze delle armi all'uranio impoverito utilizzate durante il conflitto degli anni Novanta”. La stessa neoplasia che ha colpito Franco di Mare, il giornalista italiano che, come inviato Rai, ha trascorso otto anni nei Balcani, raccontando la sua esperienza nella raccolta di racconti 'Il cecchino e la bambina' e nel romanzo autobiografico ‘Non chiedere perché’, in cui racconta l'incontro con la figlia Stella e da cui è nata la fiction 'L'angelo di Sarajevo'.
"Con gli italiani - racconta Nermin - abbiamo sempre avuto un rapporto particolare. Ho conociuto medici, giornalisti, volontari. Gli italiani nel momento del bisogno ci sono sempre stati: hanno scortato le persone per proteggerle dai cecchini, hanno accolto i nostri bambini nel momento del bisogno".
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Il cuore antico, sotto il monte Trebevic
Per capire Sarajevo bisogna tornare a Baščaršija, il quartiere ottomano nel cuore della città: minareti, botteghe, caffè, ristoranti e artigiani. Qui emerge ancora la sua natura multiculturale, pur non priva di conflitti e tensioni. A pochi passi, però, la memoria della guerra torna continuamente.
Davanti c’è il monte Trebevic, alto 1600 metri, una delle principali postazioni militari utilizzate durante l’assedio, che in 4 anni causò la morte di circa 12mila persone tra cui 1600 bambini e il ferimento di oltre 50mila. Ben 35.000 edifici civili e abitazioni furono completamente distrutti, mentre oltre il 60-65% delle strutture dell'intera città subì danni, con una media di 329 esplosioni di granate al giorno. Oggi le stesse montagne fanno parte del paesaggio turistico: si sale per osservare la città, fare escursioni e fotografarla.
Proprio il monte Trebevic, prima di diventare postazione di tiro, era diventato nel 1984 luogo simbolo di speranza nel futuro, quando ospitò le Olimpiadi invernali. Otto anni dopo la Bosnia era in guerra e le speranze in frantumi, ma le piste per bob e slittino, in mezzo al bosco di pini, sono rimaste e ora rappresentano uno dei luoghi preferiti dai writers.
La pista da bob olimpica sul Monte Trebevic a Sarajevo
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La biblioteca incendiata durante la guerra
La Vijećnica, la storica biblioteca nazionale di Sarajevo, uno dei simboli più dolorosi dell’assedio. Costruita in stile neomoresco durante il protettorato asburgico e distrutta da un incendio devastante durante la guerra il 25 agosto del 1992. Il fuoco è bruciato per giorni e ha divorato gran parte del patrimonio. Sono andati perduti oltre due milioni di libri, rari manoscritti, documenti storici e l'archivio nazionale. Venne interamente ricostruita uguale all'originale e riaperta nel 2014.
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I cecchini tra le tombe antiche
Sulle pendici del monte Trebevic, ma verso la parte sud-occidentale della città, affacciato sul fiume Miljacka, sorge il cimitero ebraico, il più grande d’Europa dopo quello di Praga. Fu fondato durante il periodo di dominazione ottomana, intorno al 1630, quando la città accolse la comunità di ebrei sefarditi, arrivati qui dopo la cacciata dalla Spagna. Durante l'assedio fu trasformato dalle truppe di Mladić in una postazione di artiglieria e di tiro per i cecchini, da cui colpire la città. Da quelle posizioni si potevano distinguere le persone che uscivano per cercare pane o acqua.
Quando mortai e cannoni tacevano, iniziavano a "lavorare" i tiratori scelti, che pagavano per venire a fare Safari umani, su cui indaga oggi la magistratura. La strada principale divenne quella che il mondo avrebbe chiamato Sniper Alley. Fu il capo della comunità ebraica di Sarajevo, durante l’assedio, a dover prendere la decisione: autorizzare le truppe bosniache a sparare contro il cimitero per cercare di fermare lo stillicidio di attacchi che partivano da lì. Prima di andarsene, i serbi minarono il cimitero.
Ancora oggi è sconsigliato uscire dal tracciato. Le storiche lapidi sefardite furono crivellate dai proiettili e danneggiate dalle esplosioni. Incluso il mausoleo dedicato alle vittime ebree del nazifascismo, che decimò la comunità locale.
La strada che porta al cimitero è dedicata a un italiano: Gabriele Moreno Locatelli, uno dei “costruttori di pace” che era venuto ad aiutare Sarajevo e fu ucciso nel 1993 sul ponte sopra il fiume Miljacka. Lo stesso ponte su cui vennero colpite le prime due vittime bosniache della guerra, Olga e Suada, mentre manifestavano per la pace, il 5 aprile 1992.
Il cimitero ebraico a Sarajevo
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Il cimitero ebraico, sei secoli di storia
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La rosa nel mercato di Markale
Passeggiando per la città, la guerra appare ancora sui muri. Alcuni edifici conservano i segni dei proiettili. Altri, mai completamente ricostruiti, sembrano congelati nel tempo. Poi ci sono le “Rose di Sarajevo”: le impronte lasciate sul terreno dalle esplosioni delle granate, riempite con resina rossa per ricordare i luoghi nei quali qualcuno perse la vita. Monumenti semplici e potentissimi che non raccontano soltanto dove cadde una granata. Raccontano dove una persona stava camminando, vivendo, aspettando o cercando di raggiungere qualcuno.
La più famosa è nel mercato di Markale, colpito con un granata mentre le persone cercavano di procurarsi i pochi viveri e beni rimasti in città: il primo massacro ebbe luogo il 5 febbraio 1994 e causò 68 morti e 144 feriti. Il secondo il 28 agosto 1995, con 43 morti e 75 feriti, fu la goccia che fece traboccare il vaso, provocando l'attacco aereo della NATO contro le forze serbo-bosniache.
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La memoria riscritta sui muri
I muri un tempo esposti ai cecchini diventano superfici sulle quali la città racconta musicisti, sportivi, scrittori ed eroi. Sulle montagne boscose che la circondano, dove ancora restano le piste costruite per le Olimpiadi del 1984 che un anno prima del conflitto avevano portato una ventata di ottimismo in città, la vecchia pista da bob è diventata area d’elezione dei writers. Ma l’opera più maestosa è nel quartiere residenziale di Ciglane e si intitola Lungs of the city, realizzata dal collettivo Obojena Klapa misura circa 20 metri di altezza per 350 metri. Un imponente albero si alza verso il cielo sulla facciata tipica dell’architettura 'brutalista' sovietica ricoprendo di graffiti migliaia di metri quadrati con il simbolo della natura che riprende il suo spazio.
Tra i nomi più noti della scena c’è Adnan Hamidović, in arte Frenkie, rapper bosniaco tra i protagonisti della diffusione dell’hip-hop nell’ex Jugoslavia: il suo percorso unisce musica e arte urbana per la riappropriazione dello spazio pubblico. Ma al di là dei singoli nomi, la street art a Sarajevo oggi, dopo diverse edizioni del Sarajevo Street festival, punta sul festival Fasada: lanciato nel 2021 dall’associazione Obojena Klapa, di cui si è appena tenuta l’edizione 2026 (dal 5 al 12 settembre), accompagnata da mostre, dj-set, incontri e laboratori per giovani e anziani.
Fasada, festival di Street Art di Sarajevo
“Ci sono ancora moltissimi edifici - spiega Benjamin Čengić, direttore creativo del festival - con tracce visibili della guerra: molte facciate forate dai proiettili e in frantumi. A distanza di trent'anni la comunità si è quasi abituata il che ha contribuito a una perdita del loro valore di memoria storica. Riteniamo che la guerra e le sue vittime debbano essere commemorati in modo etico e adeguato, ma non crediamo che preservare facciate danneggiate, o richiamare la storia attraverso lo stato di degrado, serva necessariamente alla memoria collettiva e culturale. Ci impegniamo a trasformare la città per offrire un ambiente di vita più confortevole e utilizziamo l'arte negli spazi pubblici per richiamare l'attenzione sulle problematiche che affrontiamo oggi, come l’inquinamento”. Come nel murale 'Lungs of the city', nel quartiere periferico di Ciglane.
Per ogni edizione si sceglie un quartiere diverso e per il 2026 è stata la municipalità di Novo Sarajevo, il quartiere nato dalla grande espansione degli anni ‘60 e ’70. Finora, Fasada ha prodotto 45 murales, inclusi gli 8 realizzati quest'anno, oltre a quelli dipinti al di fuori del festival per un totale di 60 in tutta la città. Ogni nuova edizione mira a promuovere un cambiamento attraverso un'arte che sostiene la tutela ambientale, l'uguaglianza e la solidarietà. E di pari passo trasformare Sarajevo in una galleria a cielo aperto. Il tema di quest'anno, "Topografie della scomparsa”. “Stiamo assistendo – prosegue Čengić - a un massiccio sfruttamento delle risorse naturali in Bosnia-Erzegovina che mette a rischio la vita stessa degli esseri umani. Usiamo l'arte per riflettere su cancellazione e scomparsa”.
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Vesprini, urban artist dalle Marche a Sarajevo
Tra gli ospiti internazionali dell’edizione 2026 di Fasada Festival c'è stato Giulio Vesprini, urban artist e archigraphic di Civitanova Marche, che ha realizzato 'G100-Defend', nel quartiere Hrasnica. Lavora esclusivamente con pittura acrilica a base d'acqua stesa a pennello e rullo, senza l'uso di bombolette spray, per un impatto visivo legati alle forme grafiche e alla materia. "Attraverso il linguaggio astratto e la ricerca da architetto ho tradotto le forme topografiche della terra per raccontare la necessità di difendere la natura creando un dialogo armonico tra l'intervento artistico e l'ambiente”, spiega all'ANSA. "Defend è il mio 100esimo muro, un traguardo importante. Con quest'opera porto una riflessione sull’archigrafia, tecnica di progettazione che unisce architettura e grafica, come forma di difesa del territorio. Utilizzare il colore, le geometrie e la struttura del muro per tutelare il paesaggio e la biodiversità significa proteggere lo spazio collettivo e, con esso, l'identità della comunità".
Per lui è la prima volta a Sarajevo: “è una città che mi ha colpito da subito per la sua energia, la sua complessa stratificazione storica e la grande ricchezza culturale. Lavorare in questo contesto urbano offre una prospettiva profonda su come l'arte pubblica possa interagire con lo spazio vissuto dalle persone e inserirsi nella quotidianità della comunità locale”. E Fasada, aggiunge, "è un festival che restituisce all’arte pubblica la sua dimensione: non un semplice decoro superficiale, ma un dispositivo politico e di ascolto sociale".
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Street art a Grbavica, calcio e identità
I murales legati alla fede calcistica: quelli dell’FK Željezničar (antagonista dello storico FK Sarajevo) e dei suoi tifosi, i Maniacs, dominano sui muri di Grbavica, quartiere sulla riva sinistra della Miljacka. Ma in quest’area, sviluppatasi in larga parte durante l’epoca socialista, ancora segnata dalle granate della guerra, ci sono anche opere ‘civili’ che rappresentano personaggi legati alla storia e alla cultura della città. Nel 2025, su progetto di Rijad Hadžić, è comparso un grande murale dedicato a Milan Mladenović, leader degli Ekatarina Velika, che da bambino aveva vissuto nel quartiere.
Mentre nel 2022 è stato realizzato quello dedicato a Jovan Divjak, noto come il generale serbo che difese Sarajevo durante l’assedio e fondatore dell’associazione ‘L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina’: campeggia enorme vicino la sede dell’associazione, opera dell'artista di strada sarajevese Benjamin Čengić insieme a un collettivo.
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Il colore copre i segni delle granate
Il celebre cantante raffigurato nel murale di street art nel quartiere di Grbavica a Sarajevo è Milan Mladenovi?, l'indimenticato frontman e cantante della leggendaria rock band jugoslava Ekatarina Velika (EKV). 26 agosto 2026. ANSA/Livia Parisi
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Dayton, la 'pace fredda'
Con un bilancio drammatico di quasi 100mila morti e 2 milioni di profughi, la guerra finì con gli accordi di Dayton del 1995, negoziati in Ohio, negli Stati Uniti, e sottoscritti a Parigi il 14 dicembre. Il Paese, come detto, è oggi diviso in due entità principali, la Federazione di Bosnia-Erzegovina e la Republika Srpska, oltre al distretto autonomo di Brčko. Il sistema comprende una Presidenza collegiale di tre membri e un equilibrio costituzionale molto precario tra le tre nazionalità principali: tra bosgnacchi, serbi e croati.
A fare da garante a questo equilibrio precario, l'Alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina istituito con con gli accordi di Dayton e incaricato della comunità internazionale di supervisionare sull'attuazione degli accordi di pace. Dopo che il tedesco Christian Schmidt ha concluso il suo mandato il primo luglio luglio 2026, lasciando l'incarico in anticipo per ragioni personali, due italiani sono in lizza per la successione. E forse il tradizionale legame che lega Bosnia e Italia - forte di migliaia di bambini profughi ospitati durante la guerra, il contributo importante nelle missioni umanitarie e i volontari italiani che vi persero la vita - potrebbe avere la meglio.
La pace, in sostanza, ha messo fine alla guerra ma ha creato “un purgatorio rappresentato da oltre 30 anni di assenza di guerra ma dalla persistenza di una pace fredda, vuota e lontana da prospettiva di autentico progresso civile sociale ed economico", secondo la definizione di Michael Louis Giffoni, ex diplomatico italiano, che lavorò a lungo negli anni Novanta nei Balcani. Da qui la domanda che molti analisti fanno riguardo al percorso europeo della Bosnia: può un Paese entrare nell’Unione mantenendo una struttura istituzionale nata per chiudere una guerra di trent’anni fa?
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La città che interroga l’Europa
Sarajevo non ha mai smesso di interrogare l’Europa. Lo fa con le sue ferite e contraddizioni, ma anche con la capacità di trasformare la memoria in qualcosa di nuovo. È la città raccontata da Joshua Evangelista nel libro ‘Sarajevo. Laboratorio fragile dei Balcani, metronomo d’Europa’ (Paesi Edizioni, 2025): una città stanca ma vitale, sospesa tra il passato e un futuro europeo ancora da costruire.
Nel libro, Evangelista la descrive come un “laboratorio fragile dei Balcani” e come un metronomo d’Europa. “Oggi, dopo trent’anni da Dayton, - spiega all’ANSA - la distanza tra Sarajevo e Bruxelles non riguarda soltanto i Balcani: dice qualcosa dell’idea di Europa che vogliamo costruire. La sua capacità di integrare, la sua impotenza o la sua distanza dai Balcani. Negli anni Novanta Sarajevo ci ha mostrato cosa poteva accadere quando l’Europa non riusciva a intervenire davanti alla violenza nazionalista. Oggi ci mostra l’incapacità di trasformare una pace "militare" in una piena integrazione politica. Quello che è successo dopo la morte di Mladic è lo specchio dei nostri tempi: oggi sembra che tutti i fantasmi del passato possano essere rievocati e relativizzati, quasi ri-brandizzati, impunemente. Eppure, Sarajevo continua a essere profondamente europea. Nella sua storia, nella sua mescolanza".
Intanto, la città sembra vivere di contraddizione, come racconta Evangelista nel documentario 'Zemlja - La memoria divisa. La terra che ricorda, la terra che dimentica'. "Da una parte una memoria ancora contesa, istituzioni bloccate e identità nazionali molto forti; dall’altra festival, musica, arte. “Bisogna stare attenti a non romanticizzarla. Sarajevo è sempre stata bravissima a produrre cultura anche nei momenti peggiori. Pensiamo a tutte le rassegne culturali nate durante l’assedio, mentre i cecchini sparavano alle persone in fila per il pane. La vitalità culturale non significa automaticamente che i problemi politici siano stati superati. Però è importante, perché crea degli spazi nei quali le identità diventano meno rigide. C'è una contraddizione interessante. Il sistema politico continua spesso a chiedere alle persone: a quale gruppo appartieni? La città, invece, continua a produrre luoghi nei quali quella domanda conta molto meno”.
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Restare, la nuova sfida
La guerra non è l’unica ferita aperta della Bosnia contemporanea. C’è anche quella silenziosa dell’emigrazione. “Questa è forse – continua Joshua Evangelista - una delle ferite più profonde, perché è una ferita silenziosa. Una città può ricostruire gli edifici distrutti durante una guerra, molto più difficilmente può ricostruire una generazione che se ne va. Molti giovani bosniaci se ne vanno perché hanno la sensazione che il futuro sia già distribuito: attraverso i partiti, le appartenenze nazionali, le reti di potere, le conoscenze personali. Senza questi giovani si restringe anche lo spazio sociale di chi potrebbe mettere in discussione quel sistema. Ma esiste anche una generazione che sceglie consapevolmente di rimanere e di costruire qualcosa: giornalisti, artisti, attivisti, imprenditori.
Sarajevo ancora segnata dalla guerra
Da anni il Paese perde giovani, laureati, medici, ingegneri, informatici e lavoratori qualificati che scelgono di trasferirsi soprattutto in Germania, Austria, Slovenia o Croazia. La disoccupazione giovanile rimane tra le più alte d’Europa e negli ultimi anni si è mantenuta attorno al 35-40%, a seconda delle fasce d’età considerate e dei diversi istituti statistici.
Secondo il Migration Profile 2024 del Ministero della Sicurezza della Bosnia-Erzegovina, la diaspora riguarda circa 2,2 milioni di cittadini bosniaco-erzegovesi residenti. A ciò si aggiunge la denatalità. A pesare è anche la situazione politica, come spiega ancora Nermin Kahriman. "Purtroppo stiamo vedendo come i nazionalismi, che da 30 anni covano sotto le ceneri, si stanno riaccendendo, anche in vista delle elezioni che si terranno in contemporanea anche in Serbia, e si diffondono video inquietanti sui social. Molti però alla politica non ci credono più. Domina la sfiducia verso i partiti e la politica. Troppa corruzione, troppi brogli e interessi privati".
Quello che viene da chiedere è che cosa possa aspettarsi dal futuro un giovane in un Paese ancora così ferito e dalla memoria così contesa da bloccare l’evoluzione politica. “La fiducia è nella conoscenza, nei viaggi, negli incontri. Nella possibilità che le nuove generazioni conoscano ciò che è accaduto e imparino a non ripetere gli stessi errori”, racconta Nermin: “Forse il vero futuro della Bosnia sta qui. Nella capacità di convincere una generazione che partire non sia l’unico modo per avere un futuro”.
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Nel 2024 35mila italiani in Bosnia
Di fatto, nonostante l’immobilità politica e i tanti problemi che frenano la crescita, Sarajevo ha ripreso a ballare, a produrre musica: attraverso festival, locali, arte urbana e giovani che aprono attività e provano a costruire una vita in città. Crescono anche gli investimenti le ristrutturazioni di edifici ma anche per la costruzione di alberghi e strutture ricettive, attraendo capitali esteri. E cresce il turismo, spinto soprattutto da Turchia e Paesi del Golfo, inclusa l’Arabia Saudita. Grazie alla natura rigogliosa, i monasteri remoti, i prezzi ancora accessibili e per il mix Oriente e Occidente, nel 2024 la Bosnia-Erzegovina ha registrato quasi 1,94 milioni di arrivi turistici e oltre 4 milioni di pernottamenti, con un aumento del 10,3% negli arrivi e dell'8,5% nei pernottamenti; nel 2025 la crescita ha però rallentato a +0,3% e +1%.
Nel 2024 dall'Italia ci sono stati 35.369 arrivi e 81.520 pernottamenti; nel 2025 sono saliti a 38.362 (+8,5%) e 88.267 (+8,3%). A trainare è soprattutto il fascino di Sarajevo, ma anche Mostar, incastonata nell’Erzegovina con il ponte medievale patrimonio dell’Unesco ricostruito dopo la guerra, il santuario mariano di Medjugorie e le tante meravigliose cascate come quella, frequentatissima, di Kravice.
Bascarsija, antico bazar e centro storico di Sarajevo
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Un campo minato verso le elezioni
La Bosnia-Erzegovina si prepara al voto di ottobre stretta tra il desiderio di entrare nell’Unione Europea e la difficoltà concreta di adeguarsi alle richieste della comunità internazionale superando i limiti dei nazionalismi, sempre più rivendicativi. L'Ue si aspetta che le elezioni di ottobre "siano democratiche, libere ed eque", ha detto a luglio l'alto rappresentante Ue Kaja Kallas sottolineando che la retorica politica "deve avere dei limiti": dopo aver registrato buoni progressi fino al 2024, ha puntualizzato Kallas, si è verificato un "preoccupante rallentamento" delle riforme, spesso ostacolate dalle divisioni politiche.
La presenza ancora di mine e ordigni inesplosi (le stime parlano di circa 180mila) in Bosnia copre un'area di circa 838 chilometri quadrati e quindi inagibili al trekking, come all’edilizia o all’agricoltura. Come minati e spinosi sono ancora molti argomenti densi di contraddizioni. La Repubblica Srpska non vede di buon occhio l’annessione all’Ue e ancora reclama l’annessione alla Serbia, negata dagli accordi di Dayton. Qui Mladic è un eroe, e non solo la religione è diversa, ma la memoria, la narrazione politica e la memoria storica.
Con questo peso il Paese si avvicina alle elezioni del 4 ottobre. Tre milioni e mezzo di persone sono chiamate alle urne a rinnovare le complesse cariche istituzionali del Paese (tra cui la Presidenza tripartita e i vari parlamenti). Sarà la prima tornata con un sistema elettronico pensato, voluto dalla Commissione Elettorale Centrale che prevede l’uso di nuove tecnologie, come l’identificazione biometrica e la scansione delle schede elettorali al posto del conteggio manuale. L’obiettivo, oltre ad accelerare lo scrutinio, è contrastare le frodi.
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