“Giocano per i sudanesi che soffrono”: l’Al-Hilal Omdurman scappa dalla guerra e diventa campione in due Paesi stranieri
Quante possibilità ci sono che una squadra diventi campione in un Paese che non è il suo, poi cambi confine e faccia quasi lo stesso altrove, senza avere più uno stadio da chiamare casa? Nel calcio, quasi nessuna. Per l’Al-Hilal Omdurman, invece, è diventata la normalità degli ultimi anni.
La guerra scoppiata nell’aprile 2023 tra esercito sudanese e Forze di supporto rapido ha svuotato gli stadi di Khartoum e costretto il calcio del Paese a cercarsi una geografia provvisoria. L’Al-Hilal, 31 volte campione nazionale e due volte finalista della Coppa dei Campioni africana, ne è diventato la squadra nomade. Florent Ibenge era a Omdurman quando sono iniziati i combattimenti. “Ho lasciato il Sudan con 500 dollari e una piccola valigia”, ha raccontato l’allenatore franco-congolese al quotidiano Le Monde. Da allora la squadra è passata tra Egitto, Arabia Saudita, Marocco, Tanzania e Ruanda.
Nel 2024 è arrivata la Mauritania. La federazione locale ha aperto la propria Super D1 ad Al-Hilal e Al-Merreikh, l’altra grande squadra di Omdurman, garantendo anche alloggio, campi di allenamento e trasporti interni. Le due rivali finirono persino in hotel distanti poche centinaia di metri a Nouakchott: il derby più feroce del Sudan trasformato in convivenza da esuli. L’Al-Hilal ha risposto nel modo che conosceva, chiudendo il campionato 2024-25 al primo posto, sei punti davanti al Nouadhibou. Formalmente, però, il titolo nazionale non poteva andare a un club straniero: al Nouadhibou è rimasto lo scudetto mauritano, all’Al-Hilal quello di “campione d’onore”.
Poi un altro timbro sul passaporto. Nel 2025-26 Al-Hilal e Al-Merreikh sono stati ammessi al campionato ruandese. Anche lì i blu di Omdurman hanno finito davanti a tutti ricevendo trofeo e medaglie, ma il titolo di campione nazionale e il posto CAF, però, sono rimasti al miglior club del Ruanda. È difficile perfino trovare la parola giusta: ospite, rifugiato, campione. L’Al-Hilal è tutte e tre le cose. In due stagioni ha trasformato due tornei stranieri in altrettante classifiche dominate, senza però poterle possedere fino in fondo.
Dietro l’anomalia sportiva c’è una vita molto meno romantica. A Nouakchott il capitano Mohamed Abdelrahman controllava ogni giorno notizie e social alla ricerca di segnali sulla guerra e sui familiari rimasti in Sudan. Alcuni giocatori hanno perso parenti, altri hanno vissuto mesi senza sapere quando avrebbero rivisto moglie e figli. Il club ha messo a disposizione anche uno psicologo. Hassan Ali Essa, dirigente dell’Al-Hilal e professore universitario rifugiato al Cairo, lo ha spiegato con poche parole: “Giocano per i sudanesi che soffrono”. Il vice allenatore Khaled Bakhit, inoltre, ha perso il padre e il fratello maggiore mentre cercava di mettere in salvo la propria famiglia.
Eppure il pallone ha continuato a rotolare come se conoscesse una strada che le mappe non avevano. Nella Champions africana 2025–26 l’Al-Hilal – uno dei grandi club africani che non hanno mai sollevato la Champions, pur avendo raggiunto due finali, nel 1987 e nel 1992 – ha vinto il proprio girone davanti ai Mamelodi Sundowns ed è arrivato ai quarti, venendo eliminato dal Berkane per un gol al 93’, nella gara di ritorno disputata a Kigali.
A maggio, dopo oltre tre anni, il calcio è tornato a Khartoum e l’Al-Hilal è rientrato in Sudan per la fase Elite del campionato. Ma la normalità resta un concetto elastico. A settembre, nella nuova Champions africana, ha eliminato l’Aigle Noir del Burundi con un 3-0 complessivo; la partita di ritorno, formalmente casalinga, si è giocata ancora all’Amahoro Stadium di Kigali.
Nel calcio si dice che una squadra porti i propri colori ovunque. Per l’Al-Hilal non è una metafora: il blu è diventato l’unico elemento stabile mentre tutto il resto — stadio, campionato, Paese — continuava a cambiare. Puoi perdere lo stadio, il campionato, perfino il Paese scritto accanto alla parola “casa”. Ma non necessariamente la squadra. L’Al-Hilal ha imparato a vincere in esilio, ma ora resta il risultato più difficile, quello che nessuna classifica può certificare: tornare a casa.
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