Aggrappati al cielo: il secondo capitolo di Sergio Bianchi sulla generazione degli anni Settanta
Spesso gli anni Settanta continuano a subire una semplificazione sistematica: o vengono schiacciati da qualche blando politico forcaiolo o in qualche marginale salotto TV pieno di non-protagonisti di quell’epoca, o vengono liquidati attraverso memorie individuali difensive, prive di uno sguardo d’insieme.
Sergio Bianchi parte da un presupposto opposto. Con il romanzo Aggrappati al cielo, pubblicato da Milieu Edizioni, prosegue il discorso iniziato con Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo, uscito per lo stesso editore. Se in quel primo volume l’attenzione era concentrata sulla periferia sociale e sull’emarginazione di chi era privo di rappresentanza politica, in questo nuovo libro quella stessa marginalità compie un salto decisivo e si prende il centro della scena.
Aggrappati al cielo non è una storia intima raccontata a mezza voce, ma un romanzo solido in cui la vera protagonista è una generazione che ha avuto il coraggio di osare e di pretendere tutto, facendo esattamente ciò che ci si aspetterebbe da ogni giovanissima leva: rifiutare l’esistente, prima di finire schiacciata e massacrata dal mondo dei padri. Bianchi capovolge il vecchio slogan del periodo: non è più il personale a farsi politico, ma è la dimensione politica che irrompe nelle esistenze, le occupa interamente e non lascia spazio ad altro.
La Storia non fa da semplice sfondo, ma detta le scelte, i ritmi del quotidiano, il carcere e le relazioni personali, compreso il legame tra il protagonista e Kiki, figura che attraversa le pagine muovendosi tra complicità, amicizia e amore.
Per ottenere questo risultato, Bianchi lavora sulla forma del romanzo in modo preciso e sottile. Costruisce un memoir narrativo, riduce i dialoghi al minimo indispensabile e sceglie di abolire quanto possibile i segni di interpunzione per imprimere alla pagina un ritmo serrato, compatto, quasi ossessivo. La narrazione procede così non per fatti privati, ma per tappe storiche reali: dalla strage di piazza Fontana ai GAP di Feltrinelli, dalle tappe dell’occupazione di Mirafiori fino al ’77, al sequestro Moro e alle sezioni speciali. Ma non ci sono solo quegli elementi che nel futuro qualche sempliciotto liquidò con la definizione di “anni di piombo”. Ci sono la scoperta delle musiche, l’amicizia, la letteratura, l’insieme, la voglia di una generazione di costruire, magari anche distruggendo, ma costruire qualcosa di migliore. Di più giusto.
In questo quadro, l’illegalità e la violenza non compaiono per fare spettacolo né vengono liquidate come fanatismo deviato. Vengono ricondotte alla loro radice materiale di esercizio di contropotere, senza il quale non si comprende la portata dello scontro di quegli anni. A differenza di molta letteratura sul tema, che liquida la sconfitta in poche righe d’occasione, Aggrappati al cielo dedica proprio all’epilogo e ai suoi cocci le pagine più dure, mostrando cosa rimane sui corpi e nelle vite quando la tempesta si placa.
Sergio Bianchi firma un testo che dimostra come la narrativa sappia restituire la verità di un’epoca meglio di molta saggistica. Senza compiacimenti e senza cercare assoluzioni tardive, Aggrappati al cielo registra il percorso di una generazione che ha provato a prendersi tutto e ci consegna il ritratto di una sconfitta con cui il Paese non ha ancora finito di fare i conti.
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