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Friday, November 6, 2026

Combustibili fossili, elettrificazione e finanza climatica: cosa aspettarsi (e cosa no) alla Cop che fa i conti con crisi e guerre

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Combustibili fossili, elettrificazione e finanza climatica: cosa aspettarsi (e cosa no) alla Cop che fa i conti con crisi e guerre

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La Cop 31 che il 9 novembre prenderà il via ad Antalya, in Turchia, sarà una delle Conferenze delle Parti sul clima più difficili mai organizzate, nell’anno che ha visto un aggravarsi degli impatti climatici estremi. L’Europa ha vissuto l’estate più calda mai registrata e ora affronterà un inverno difficile, dovuto alla più grande crisi energetica di sempre. Nel corso degli ultimi anni, le conferenze precedenti hanno stabilito gli impegni principali che i Paesi devono assumersi e, sulla carta, già dallo scorso anno si lavora all’implementazione e all’accelerazione. La realtà, però, non coincide con gli impegni, alcuni dei quali tuttora incontrano diversi veti. Alla COP28 di Dubai, per la prima volta i Paesi avevano approvato la formula ‘Transizione dai combustibili fossili’, mentre alla Cop 30 di Belém, svoltasi lo scorso anno sotto la presidenza del Brasile, nel testo finale del Global Mutirão è stata completamente cancellata la tabella di marcia vincolante per l’abbandono delle fonti fossili, a causa dell’ostruzionismo di Paesi produttori come il Gruppo Arabo, la Russia e l’India. La presidenza brasiliana della Cop 30, però, ha lanciato su base volontaria la Roadmap globale per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, presentata nei giorni scorsi a Brasilia e a Londra. In questo momento storico, che quasi duecento Paesi decidano di arrivare a un’intesa su questo punto è una chimera, ma è quantomai necessario rilanciare la cooperazione internazionale. Qualche segnale positivo c’è, in primis il voto negli Usa che boccia la politica negazionista di Trump, ma anche il trionfo di Lula in Brasile, che avrà un ruolo strategico anche in questa Cop. E poi c’è il grido di dolore delle piazze in Europa. Quali obiettivi potrà raggiungere la Cop 31? Accanto ai negoziati formali, l’Agenda Globale sull’Azione Climatica dovrà tradurre gli impegni presi finora in azioni concrete. La Turchia ha identificato dieci aree prioritarie. L’elettrificazione è il tema su cui la Presidenza della COP31 ha puntato di più negli ultimi mesi, chiedendo di portare la quota di elettricità nei consumi energetici finali dall’attuale 20% circa al 35% a livello globale entro il 2035. Si tratta dell’altra faccia della medaglia rispetto ai combustibili fossili che, però, da sola non basta. L’altro tema è quello degli impegni presi nella finanza climatica (che pure non vive un momento facile).

Verso il prossimo bilancio globale

Tra i dossier principali della Cop 31 ci sarà l’avvio del secondo Global Stocktake (GST2). L’Accordo di Parigi, infatti, prevede che ogni cinque anni i Paesi presentino i loro piani nazionali (Nationally Determined Contributions), ma anche un meccanismo – sempre quinquennale – che valuta i progressi verso gli obiettivi previsti da quell’accordo. Il primo Global Stocktake si è concluso alla Cop 28 di Dubai, nel 2023, il secondo si concluderà alla Cop 33 del 2028 e dovrà orientare la prossima tornata di impegni nazionali (Ndc), attesa per il 2030. Facendo i conti con quanto sta avvenendo oggi. Alla Cop non dovrebbe esserci la premier italiana, Giorgia Meloni, ma si attende il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin. “Alla Cop l’Italia ci arriva tra alti e bassi – spiega Luca Bergamaschi, direttore e co-fondatore del think tank Ecco – perché da un lato siamo tra i principali sostenitori del Fondo per le perdite e i danni causati dagli eventi estremi, dall’altro si fa fatica a ridurre le emissioni, soprattutto nei settori dei trasporti e dell’edilizia residenziale”.

La crisi di Hormuz è costata cara alla grandi economie asiatiche, come all’Europa e ai Paesi del Medio Oriente. Nonostante abbia dimostrato i rischi di dipendere dai combustibili fossili soggetti a shock geopolitici, molti paesi hanno reagito aumentando l’estrazione di idrocarburi o siglando nuovi contratti di fornitura di gas, esattamente come ha fatto l’Unione europea con gli Usa di Trump, anche per sostituire il gas russo. D’altro canto, l’Ue ha obiettivi vincolanti sulla riduzione delle emissioni, ma non sull’uscita dai combustibili fossili, pur spingendo per una roadmap globale affinché anche le altre grandi economie (come Cina, Stati Uniti e India) accelerino i loro piani per eliminare carbone, petrolio e gas. La Turchia ospiterà la conferenza e ne deterrà la presidenza, mentre l’Australia guiderà i negoziati, ma si tratta di due nazioni ancora molto legate alle fonti fossili. La Turchia ha in programma una forte espansione della propria capacità termica a carbone e gas entro il 2035 e anche l’Australia continua ad approvare l’estensione di imponenti progetti estrattivi fossili. “Nuovo slancio alla Fossil Fuel Roadmap (legata al Transitioning Away from Fossil Fuels, TAFF), è arrivato dalla Conferenza di Santa Marta che si è svolta ad aprile scorso in Colombia e cui hanno partecipato 57 Paesi” spiega Valeria Zanini, analista di Diplomazia climatica di Ecco, sottolineando – nel corso di un briefing organizzato dal think tank – che “si è creato così uno spazio dove, per la prima volta fuori dai negoziati, ciascun Paese potesse discutere di come superare gli ostacoli all’abbandono dei combustibili fossili”. Hanno già pubblicato ‘tabelle di marcia’ Francia, Paesi Bassi e Germania.

L’iniziativa ‘35 by 35’

Ora, però, spetta alla Turchia convertire la roadmap programmatica brasiliana in azioni politiche e decisioni concrete. La presidenza della Cop 31, con il sostegno dell’Australia e all’interno della coalizione ‘Electrify Now’, ha lanciato l’iniziativa ’35 by 35’ proponendo di portare l’elettrificazione globale al 35% dei consumi finali di energia entro il 2035. Si tratta di un target che si basa su modelli elaborati dall’Agenzia internazionale dell’Energia, ma l’iniziativa non vincola legalmente la fonte con cui quella stessa elettricità viene generata. Diverse ong hanno espresso forti riserve: se i consumi elettrici globali impennano rapidamente, per esempio per auto o pompe di calore, i Paesi potrebbero rispondere al picco di domanda accendendo nuove centrali termoelettriche a gas fossile o carbone, anziché affidarsi unicamente alle fonti rinnovabili. “Potrà non sembrare ambiziosa, ma questa iniziativa così come impostata consente alla Turchia di arrivare a una maggiore condivisione, anche in vista del documento finale” ha commentato Federica Fricano, capo negoziatrice alla Cop 31 per conto della ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.

Finanza climatica e Adattamento

Altro nodo centrale è quello dei finanziamenti. A Belém è stato definito un piano per aumentare i finanziamenti globali per il clima ad almeno 1.300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 e si è deciso di triplicare quelli destinati all’adattamento climatico, portandoli a 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035, circa 120 miliardi destinati a misure nei paesi più vulnerabili. Nel 2024, i Paesi sviluppati hanno fornito e mobilitato 136,7 miliardi di dollari. Alla Cop 30, poi, sono stati promessi 135 milioni di dollari al Fondo per l’adattamento. “L’ultimo Adaptation Gap Report dell’Unep, però, racconta che i finanziamenti per l’adattamento sono ampiamente insufficienti” racconta Luca Bergamaschi. Nel 2024, sono aumentati di appena un miliardo di dollari rispetto al 2023 i flussi di finanziamento pubblico internazionale per l’adattamento da parte dei paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo, raggiungendo 28,2-31,7 miliardi di dollari. Il rapporto, però, ricorda che il fabbisogno dei paesi in via di sviluppo è di circa 305 miliardi di dollari all’anno. Anche se venisse raggiunto l’obiettivo della Cop 30 di triplicare i finanziamenti pubblici entro il 2035 (portandoli a 85-120 miliardi di dollari all’anno), questo coprirebbe appena il 20-29% del fabbisogno complessivo. Alla Cop si riproporranno due questioni: il rispetto delle promesse, visto il calo degli aiuti internazionali e i contrasti su chi debba contribuire e la forma in cui verranno erogati ha un peso. Un prestito a condizioni di mercato, infatti, prevede interessi che vanno ad appesantire il debito dei Paesi vulnerabili. Ma, come sottolinea Federica Fricano “la questione dell’adattamento è legata anche alla condivisione degli indicatori per misurarlo” in quanto non esiste una misura come può essere la Co2 per le emissioni. Come si misura l’effetto concreto di una misura di adattamento rispetto a un’altra?

Il ruolo (e le contraddizioni) dell’Europa

Bruxelles chiede di rafforzare il Programma di lavoro sulla mitigazione e un aumento dell’elettrificazione pulita. Come ogni anno, però, al tavolo negoziale della Cop, l’Europa si presenta con un’unica posizione negoziale proposta dai ministri dell’Ambiente nel Consiglio dell’Ue che, pur riconoscendo che accelerare l’elettrificazione pulita sarà decisivo per aumentare l’ambizione climatica, non menzionano nelle conclusioni finali il target del 35%. Lato combustibili, dalla sua posizione emerge l’impegno dell’Unione verso la transizione dai combustibili fossili, però non c’è ancora un calendario di uscita dai combustibili fossili, o una strategia su come ridurre le importazioni fossili, da quali fornitori e a quali condizioni. Nel 2024, gli Stati membri hanno speso in sussidi ai combustibili fossili circa il 18% in più rispetto al 2021, e diversi sostengono ancora nuovi investimenti fossili. La finanza climatica resta, invece, competenza dei ministri delle Finanze, quindi dell’Ecofin. I Ministri delle finanze dei ventisette sostengono l’impegno di triplicare la finanza per l’adattamento, senza però indicare quale sarà il contributo europeo. Ed esprimono preoccupazione per il rallentamento degli impegni climatici delle Banche multilaterali di sviluppo. A giugno, sotto la pressione di Washington, la Banca mondiale ha ritirato l’obiettivo di destinare al clima il 45% dei propri finanziamenti. Entro la fine del 2026, Bruxelles dovrà presentare la Comunicazione sulla finanza prevista dall’Accordo di Parigi. “In quella comunicazione – spiegano gli esperti di Ecco – l’Ue dovrebbe delineare una traiettoria al 2035 includendo la quota europea della finanza per l’adattamento triplicata, l’equilibrio tra sovvenzioni e prestiti e il sostegno al Green Climate Fund e all’Adaptation Fund”. Il prossimo bilancio dell’UE (2028-2034) sarà un altro banco di prova: “Il suo strumento per l’azione esterna, Global Europe, ha bisogno di una quota climatica vincolante, con l’adattamento al centro”.

Il ruolo della Cina

In questo contesto, la Cina ha un peso sempre più importante, nonostante le sue contraddizioni. Il Paese continua a consolidare il suo primato globale nella transizione energetica, con la quota di elettricità prodotta da fonti fossili che è scesa per la prima volta sotto la soglia del 50%, il primo ‘Codice dell’Ambiente ecologico’ in vigore dallo scorso agosto e il Piano quinquennale (2026-2030) che ha fissato l’obiettivo di ridurre l’intensità di carbonio del 17% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2025, puntando a far coprire il 25% dei consumi energetici nazionali da fonti non fossili. Allo stesso tempo, però, i governi locali hanno continuato ad approvare e attivare centrali a carbone. Nella prima metà del 2026, la Cina ha reso operativi 30 gigawatt di nuova potenza derivata da centrali a carbone (+43% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) e sono stati aperti i cantieri per una ulteriore tranche di 25,4 GW di nuove centrali a carbone mentre, nello stesso arco di tempo, la capacità di centrali a carbone vecchie o obsolete rimosse o chiuse è stata di appena 2,7 GW. Nel Piano quinquennale, inoltre, la Cina ha modificato la metodologia di calcolo dell’intensità di carbonio inserendo le emissioni dei processi industriali, come la Co2 rilasciata durante la produzione del cemento-clinker o dell’acciaio che, però, ha già superato il suo picco storico. Inserendo nel calcolo una componente di emissioni già in calo, Pechino vedrà calare la sua intensità di carbonio complessiva, senza dover tagliare in modo altrettanto drastico le emissioni derivanti dai combustibili fossili.

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