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Sunday, September 13, 2026

Venezia 83, Maurizio Lombardi tra Dio ride, Sorrentino e il mestiere di non allinearsi

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Maurizio Lombardi racconta da Venezia 83 Fra Monaldo in Dio ride di Giovanni Veronesi, il fascino del trucco prostetico e il mestiere del caratterista. Parla di Paolo Sorrentino, Monicelli e Kubrick, del desiderio di passare alla regia e dei prossimi progetti. Venezia, intanto, resta per lui una cura e un luogo dove ritrovare il mestiere, l’amore per il cinema e quella libertà che nasce anche dall’errore e tra cinema e teatro, rivendica il diritto a cambiare.

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Il volto, per Maurizio Lombardi, sembra essere un domicilio provvisorio. Ci si abita il tempo necessario, poi si cambia indirizzo. Magari con una protesi, una parrucca, un naso differente, una postura imprevista. Non per nascondersi, ma per compiere quel piccolo miracolo laico che chiamiamo recitazione: smettere per qualche ora di essere se stessi e concedere il proprio corpo a qualcun altro.

Sicché non stupisce che in Dio ride, il film di Giovanni Veronesi presentato a Venezia 83, Lombardi interpreti Fra Monaldo, frate inquietante e deformato che appartiene alla zona più ombrosa di una storia ambientata nel Seicento. Al centro c'è Fra Leopoldo, interpretato da Pierfrancesco Favino, predicatore di un Dio vicino agli uomini e capace persino di ridere; accanto a lui, tra gli altri, Silvio Orlando, Alma Noce, Francesco Gheghi, Paolo Rossi e Carlo Cecchi nei panni di Papa Innocenzo X. Il film sarà nelle sale dal 29 ottobre con PiperFilm.

Abbiamo incontrato Lombardi al Lido. Ne è venuta fuori una conversazione che parte da un frate e arriva molto più lontano: al piacere delle maschere, alla dignità del caratterista, a Paolo Sorrentino, Mario Monicelli e Stanley Kubrick, al desiderio di passare dietro la macchina da presa e a una Venezia vissuta come una medicina. Soprattutto, all'elogio dell'imperfezione. Perché, dice l'attore, «un vestito quando è sbagliato è elegante».

Dio ride, Fra Monaldo e il piacere della deformazione

In Dio ride la tua parte non è enorme, ma Fra Monaldo resta impresso. Anche grazie al lavoro prostetico. Come avete costruito il personaggio con Giovanni Veronesi?

«Giovanni mi voleva assolutamente nel cast. Quando un regista si trova bene con un attore evidentemente resta qualcosa. Mi disse subito che non era una parte enorme, ma che aveva bisogno di un attore artigiano, di temperamento, che sapesse darle spessore.

Quando mi propose Monaldo cominciammo a divertirci e a far saltare un po' il banco. Gli dissi: “Giovanni, di frati, preti e cardinali ne ho fatti tanti. Divertiamoci, visto che siamo nel Seicento e in un convento”. Lui ebbe l'intuizione di lavorare sulla deformazione, quasi sulla rappresentazione del male, e cominciammo a fare delle prove prostetiche.

Io adoro tutto questo. Penso a Gary Oldman ne L'ora più buia, a Tootsie, a Mrs. Doubtfire. Se posso riconoscermi un merito, credo di assorbire bene il trucco prostetico: non lo porto, lo immagazzino. È qualcosa che mi piacerebbe vedere molto di più anche nel cinema italiano». 

Approfondimento

Dio Ride, il film di Giovanni Veronesi fuori concorso a Venezia

«Un bambino che ride è come Dio quando ride»

Il titolo stesso del film contiene quasi una provocazione. Ridere di Dio, o immaginare Dio che ride, può essere ancora un gesto trasgressivo?

«La risata è un grande mistero. Come l'amore. Ridere, innamorarsi e fare arte sono forse le tre cose più misteriose del mondo e, paradossalmente, anche le più semplici.

Il problema è proprio questo: la semplicità non è facile da raggiungere. Chaplin diceva che è la cosa più difficile.

Quanto è bello essere innamorati e ridere? Quanto è bello, quando reciti, riuscire a far ridere il pubblico e sentire il suono della sua risata? Un bambino che ride è come Dio quando ride»

Il caratterista come viaggiatore tra le emozioni

Hai interpretato personaggi diversissimi. Quanto c'è di necessità e quanto di scelta nella tua versatilità?

«All'inizio c'è stata anche una questione di sopravvivenza. Se non parti da ragazzo facendo il protagonista, impari a lavorare su ogni occasione. Ti concedono qualche fotogramma e tu provi a lavorarlo il più possibile, magari con un gesto, un'idea, un momento.

Però io sono profondamente innamorato anche della parola “caratterista”. Mi piace perché significa poter viaggiare nel mondo delle emozioni. È come essere un grande viaggiatore: parti dal Vietnam, passi per Singapore, il Messico, poi magari arrivi in Canada.

Io vorrei fare questo con le emozioni, non restare sempre nello stesso posto. Ed è anche per questo che amo le protesi: posso nascondere il mio viso, nascondere me stesso e perdermi nel grande gioco della recitazione». 

Cinema italiano e set internazionali: «Non siamo secondi a nessuno»

Hai lavorato anche in produzioni internazionali. Esiste davvero una differenza così grande rispetto ai set italiani?

«Credo che noi italiani, dal punto di vista della preparazione, non siamo secondi a nessuno. Magari agli stranieri possiamo invidiare la possibilità di raccontare storie diverse, storie che noi facciamo meno. Ma abbiamo maestranze straordinarie.

Ci sono poi mestieri di cui si parla pochissimo. Penso all'operatore di macchina. È fondamentale, perché quello che inquadra sarà ciò che lo spettatore vedrà. Se sbagli un movimento, devi rifare la scena, l'attore deve ricominciare e tutto il meccanismo si rimette in moto.

Abbiamo operatori italiani richiestissimi dal cinema internazionale proprio per la loro grandissima capacità».

La regia e quei balocchi da costruirsi da soli

Hai già diretto un cortometraggio e vorresti arrivare al lungometraggio. Perché senti il bisogno di passare dietro la macchina da presa?

«Perché in fondo è un gioco e ci sono balocchi più belli di altri. Se quei balocchi non te li danno, oppure il babbo non te li compra, allora provi a costruirteli da solo. Se voglio un modellino di un aereo che vola e nessuno me lo compra, provo a costruire quell'aereo.

Ma naturalmente c'è soprattutto la voglia di raccontare storie. Storie che nascono durante la vita, dalle persone che incontri, che guardi, che osservi o che semplicemente ami.

Io ho ricevuto dei regali da film come Kramer contro Kramer, Pretty Woman, La La Land, I tre giorni del Condor. A un certo punto pensi: vorrei provare anch'io a lasciare a qualcuno qualcosa di simile a ciò che quei film hanno lasciato a me.

E allora hai bisogno della tua regia, del tuo punto di vista, del tuo movimento di macchina, del tuo modo di giocare al cinema. È un po' come invitare qualcuno a casa invece di portarlo sempre al ristorante».

Monicelli e Kubrick, i due incontri impossibili

Facciamo un gioco. Un regista italiano e uno straniero con cui avresti voluto lavorare, anche tra quelli che non ci sono più.

«Tra gli italiani Mario Monicelli. Non soltanto perché è stato il re della commedia. Mi sarebbe piaciuto conoscere l'uomo, quella sua libertà. Mi è sempre sembrato una persona impossibile da imbrigliare. Essere diretto da un uomo così libero chissà quale libertà e quale forza avrebbe potuto dare anche alla tua interpretazione.

Tra gli stranieri Stanley Kubrick. Per la sua totale, assurda follia. Mi sarebbe piaciuto entrare per un po' dentro la follia incredibile di uno degli uomini più misteriosi del cinema».

E il tuo Kubrick preferito?

«Sono diviso tra Barry Lyndon e Il dottor Stranamore»

Ai giovani attori: «Guardate tutto. E non allineatevi mai»

Che cosa diresti oggi a un ragazzo o a una ragazza che vogliono fare l'attore?

«Di guardare più film possibile. Tutti. E di guardare gli attori di un tempo. Guardate Gassman, Tognazzi, Daniel Day-Lewis. Andate lontano, cercate film lontani da voi, cercate di capire che cosa facevano quegli attori e quanto mestiere avevano.

Serve quasi come un vaccino contro la pochezza. Ci sono state persone che hanno fatto salti mortali straordinari e bisogna conoscerle.

E poi c'è una cosa da non fare: non allinearsi mai. Bisogna restare se stessi e, soprattutto, bisogna riuscire a sbagliare, a essere sbagliati. Perché proprio l'errore può attirare la curiosità e lo sguardo degli altri.

Le cose perfettamente allineate non hanno errori. Invece un vestito, quando è sbagliato, può essere elegante».

Paolo Sorrentino e un balletto nato grazie a un Americano

A proposito di cose felicemente “sbagliate”: come nacque il celebre balletto del cardinale Assente per Paolo Sorrentino?

«Con Paolo naturalmente non nasce niente per caso, perché non credo gli sfugga qualcosa neanche quando dorme.

Eravamo a una festa. A me piace moltissimo ballare e avevo corrotto la barista dicendole: “Quando finisce l'Americano, mi raccomando, refill”. Quindi ero, diciamo così, a temperatura.

Ballavo e Paolo venne da me, con quel suo modo filosoficamente napoletano di osservare le cose, e mi disse: “Ma tu sempre a ballare stai?”. Gli risposi: “Paolo, a me piace”.

Una settimana dopo mi chiamò la segretaria. Sorrentino mi aveva mandato un brano e voleva che costruissi un balletto. Io studiai un po', arrivai sul set e lui mi fece da lontano: “Ma oggi ballo?”. “Sì, Paolo, non ti preoccupare. Io ballo”.

Gli piacque. Credo che Sorrentino, oltre ad avere un enorme gusto musicale, sia profondamente affascinato dal movimento dei corpi, che sia danza oppure no». 

Venezia come medicina: «Avevo bisogno di essere curato»

Che cosa significa per te essere a Venezia quest'anno?

«Questo 2026 per me ha tanti significati. Prima di tutto Venezia è una medicina. Venezia, come l'Italia, prima ancora di essere un bellissimo posto è una cura. E io avevo bisogno di essere curato.

Per la prima volta sono venuto dal primo giorno e sono rimasto per tutte e due le settimane. Non l'avevo mai fatto. Avevo bisogno di incontrare attori, registi, produttori, ma anche di perdermi la notte a ballare e di vivere questo posto come il Paese dei balocchi di Pinocchio e Lucignolo.

Avevo soprattutto bisogno di riappropriarmi dell'amore per questo mestiere. Oggi ci incontriamo troppo poco. Una volta gli artisti si ritrovavano in trattoria: magari fuori faceva freddo, dentro c'era caldo, si incontravano scrittori, registi, attori, qualcuno regalava a un altro una battuta.

Per fare arte bisogna tornare a incontrarsi. Soprattutto cinema e teatro si fanno incontrandosi».

Cinema e teatro: esistono soltanto buona e cattiva recitazione

Tu continui a lavorare moltissimo anche in teatro. Esiste davvero una differenza così grande fra il palcoscenico e la macchina da presa?

«Per me la differenza è soprattutto fisica, quasi meccanica. Al cinema ho un microfono, ho una macchina da presa. In teatro ho un palcoscenico e devo arrivare fino al pubblico.

Sento spesso dire: “Al cinema faccio meno, in teatro faccio di più”. Io non credo che il problema sia il meno o il più. Il problema è la buona recitazione e la cattiva recitazione.

Naturalmente cambiano gli strumenti. Può essere un po' come la differenza tra fotografia e pittura. Ma per me non cambia il principio».

E il teatro continuerà ad accompagnarlo tra la fine del 2026 e il 2027: a novembre tornerà in scena con L'uomo rondine, scritto e diretto da lui e interpretato insieme a Giuseppe Scarpato; ad aprile sarà invece protagonista del suo one man show. Poi tornerà anche a vestire i panni della strega cattiva in un nuovo allestimento di Biancaneve. Ancora maschere, dunque. Ancora il piacere di essere altrove.

Da Galileo a I mastini: «Finalmente ho raggiunto il papato»

E sullo schermo? Quali sono i prossimi progetti?

«C'è innanzitutto la voglia di far partire un mio progetto cinematografico come regista. Ho soggetti, trattamenti e sceneggiature che sto portando ad alcune case di produzione. Mi auguro che si possa arrivare presto a qualcosa di concreto».

Tra gli impegni già in programma c'è poi il film biografico diretto da Roan Johnson e dedicato alla vita di Galileo Galilei. Lombardi interpreterà Maffeo Barberini, che nel 1623 venne eletto papa con il nome di Urbano VIII.

Una promozione ecclesiastica che l'attore racconta con la consueta ironia: «Finalmente ho raggiunto il papato».

E non è finita. Lombardi sarà anche nella serie I mastini per Netflix, mentre all'orizzonte lascia intravedere un altro progetto ancora senza nome.

Forse non poteva esserci conclusione più coerente. Perché Maurizio Lombardi sembra appartenere a quella razza di attori che non desiderano essere riconosciuti a ogni costo. Preferiscono essere scoperti.

Un frate, un cardinale, un papa, una strega, magari domani qualcuno che ancora non esiste. Ogni volta un volto diverso e, sotto, lo stesso piacere infantile del gioco.

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