L’uomo sparito dentro Bob Dylan, tra penombra catacombale e passi malcerti al concerto di Roma
Il signor Robert A. Zimmerman scomparve senza lasciar traccia, ancor giovane, in una data imprecisata del 1962. Di certo prima del 19 marzo, giorno in cui Bob Dylan, malmostoso usurpatore della sua esistenza, pubblicò il suo primo album. Dicono che Zimmerman abbia tentato, di quando in quando, di riprendersi la propria identità, boicottando rancorosamente l’attività del cantautore. A un certo punto, presto, si è arreso, consegnando la sua intera vita a quel perfido doppelganger che non va dove lo invitano (come quando mandò l’amica Patti Smith a fargli da supplente per ricevere il Nobel) e si materializza in posti in cui nessuno lo aspetta: per esempio a curiosare fuori delle case natali di Springsteen e Lennon, come un visitatore qualunque o un devoto del pantheon rock’n’roll.
O come quando va dal papa americano, a bussare alla porta di Pietro poggiandosi a un ombrello in un giorno di sole, travisando il capo dentro un cappuccio da facinoroso o da Giordano Bruno, chissà. Dylan detesta essere Dylan e invidia la sua vittima Zimmerman. Però essere un’invenzione artistica – il sosia famoso di un montanaro del Minnesota – gli permette di calarsi in mille personaggi divenendo, alla fine, il doppio di Ognuno. È Ebreo Errante e Cristiano Rinato, l’Everyman della fede alle prese con la musica del diavolo, la stella riluttante di un Novecento ormai trascorso e logorato dalle illusioni della Storia, il vagabondo che trascina un mucchio di canzoni a caso a ogni tappa di un incessante viaggio.
C’è il problema dell’habeas corpus: chi c’è davvero dentro quell’hoodie che sale sul palco del Palaeur con passi malcerti? Nella penombra catacombale della scena non lo si distingue: potrebbe trattarsi di un impostore, di uno stunt, di un ragazzo che nasconda sul petto un registratore con la voce di Dylan, simulando le movenze di un venerabile vegliardo. In mancanza di prove, il pubblico non può che amare quella figura impegnata al piano elettrico, mentre attorno a lui la band si disimpegna con onore, un brano via l’altro senza interruzione, un’esperienza immersiva, vagamente museale, le mani infilate dentro l’inestimabile tesoro della Grande Musica Americana, in massima parte repertorio del Nostro, più un paio di cover: il r’n’r primigenio di Bo Diddley (“I Can’t tell”) e una serenata country di Jerry Lee Lewis (“Can’t seen to say goodbye”), due di quelle cose che l’adolescente Zimmerman ascoltava a letto di notte, la radio a volume bassissimo, suoni lontani, irresistibili che arrivavano da remote distanze al suo orecchio e da Duluth lo avrebbero spinto a cercarne le radici al Greenwich Village.
Il concerto romano di Bob è esattamente questo: un virtuale apparecchio Dylan-Ola sintonizzato su un’era leggendaria. Giri la manopola ma resti sempre aggrappato a un brandello di American Dream di cui ci si sente oggi defraudati. Un live edificante, consolatorio, a patto di accettare le regole d’ingaggio del gigantesco protagonista che è lì a pochi metri: da decenni a questa parte nessuna sua performance si piega al greatest hits da narcisista patologico. Dylan si è “dimesso” già nei Sixties da portavoce dell’umanità; nei Seventies ha prodotto il massimo sforzo nei tour: quello con la gioiosa macchina da guerra di The Band, o il vaudeville gitano della Rolling Thunder Revue (ora rivisitato per un esaustivo cofanetto da 39 cd). Poi si è messo al volante di un pullmino e vai con il Neverending, tappa dopo tappa, infaticabilmente. La scaletta? Sai che lui non ti farà concessioni, eppure ci speri. Ieri qualcuno in platea ha esultato all’attacco di “Million Miles”, fraintendendolo per l’immensa “Ballad of a thin man”.
Dei classicissimi, ti concede “It ain’t me babe”, però stravolta in una dimensione easy alla Eagles, mentre l’austera meditazione di “Not Dark Yet” si muta in un quasi-reggae. Su “When I paint my masterpiece” (il brano ispirato dall’esperienza del pischello Dylan dalle parti di Piazza di Spagna: inseguiva la fidanzata Suze in giro per l’Europa e approdò sconosciuto al Folkstudio) ci cogli una rumba beffarda; in “Under the red sky” avverti una brezza West Coast, o forse è il primo soffio dei due assoli di armonica della serata (l’altro è nella conclusiva “Every grain of sand”). Ma l’esecuzione di “Tangled up in blue” vale da sola il prezzo del biglietto: avvolta in un estenuato giro di piano, sale come un gospel profano, con Dylan che trattiene la canzone a sé, temendo di vederla scappare.
Ed è così per ogni brano: un rituale Kintsugi, l’arrangiamento originale da frantumare e ricomporre, i frammenti sigillati da cicatrici d’oro. Così da “Watching the river flow” fino a “Goodbye Jimmie Reed” passando per “Love Sick”, “High water (for Charley Patton)”, “Black Rider”, “Soon after midnight” e via andare in un profluvio di rock-blues, R&B, cajun, il valzerino di “I’ve made up my mind to give myself to you”. Creazioni figlie di un Dylan minore? Macché. Non puoi non sapere che questi sono i sassolini che toglierà dalla sua bisaccia. L’Incappucciato potrebbe star pensando: “Volete ‘Blowin’ in the wind’? Andate da De Gregori, è il suo bis”. Lui, Bob, ha altro da fare.
È condannato alla character assassination del doppio di Zimmerman. E che gli dei ce lo conservino. Qualcuno lo vorrebbe pensionato: perché, di grazia? Fossero ancora tra noi, paghereste per vedere Picasso davanti a una tela o Laurence Olivier alla ribalta? Ovvio che sì. In un mondo di mezze calzette, adoremus il bardo dispettoso. Quello che a fine set, prima di fare mezzo passo avanti per salutare gli spettatori che lo applaudono, volta loro le spalle. E temi se ne possa andare così, smaterializzandosi nel suo consueto Altrove per riconsegnare la maschera a Robert A., l’uomo sparito dentro Bob Dylan.
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