La Cop17 a Yerevan non ha dato risposte all’altezza della crisi della biodiversità
La biodiversità continua a scomparire, ma i governi non stanno facendo abbastanza per proteggerla. Si è conclusa lo scorso sabato a Yerevan, in Armenia, la COP17 (Conferenza delle Parti dell’Onu) sulla biodiversità. Il vertice ha compiuto alcuni passi avanti nell’attuazione del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, ma non ha dato risposte all’altezza della crisi. A soli quattro anni dalla scadenza cruciale del 2030, gli obiettivi globali concordati per la biodiversità sono ancora lontani.
Il problema non è soltanto stabilire nuovi traguardi, ma trovare le risorse e la volontà politica per raggiungerli. I finanziamenti destinati alla tutela della natura restano infatti insufficienti, mentre i vincoli fiscali e il debito limitano la capacità di molti Paesi di investire nella protezione degli ecosistemi. A questo, si aggiunge la mancata riforma dei sussidi che continuano a sostenere attività dannose per l’ambiente. Intanto, le grandi multinazionali realizzano enormi profitti dallo sfruttamento della natura, contribuendo troppo poco alla sua conservazione.
Un altro segnale preoccupante arriva dai negoziati sui diritti dei Popoli Indigeni e delle comunità locali. La COP17 non ha garantito un riconoscimento sufficientemente forte del loro diritto all’autodeterminazione. Non basta creare spazi istituzionali per queste comunità, che devono essere coinvolte e ascoltate per poter partecipare realmente alle decisioni che riguardano i loro territori, contare su un’equa rappresentazione e avere il potere di determinare il loro futuro.
La crisi climatica e quella della biodiversità sono strettamente connesse e le foreste giocano un ruolo cruciale in entrambe. Fermare e invertire la deforestazione entro il 2030 è indispensabile per limitare l’aumento delle temperature globali, rafforzare la resilienza degli ecosistemi e proteggere le foreste ancora integre. Per farlo servono politiche coordinate, maggiore trasparenza e il coinvolgimento effettivo dei Popoli Indigeni e delle comunità locali. La road map sulle foreste al 2030, attesa prima della COP31 sul clima, potrebbe rappresentare un’occasione per superare la frammentazione delle politiche forestali.
Anche gli oceani, d’altra parte, sono lontani dagli obiettivi di protezione. La Revisione globale della Convenzione sulla biodiversità ha evidenziato la lentezza dei progressi: solo una percentuale minima, il 3,5%, degli oceani è completamente protetta dalla pesca industriale e da altre attività estrattive e distruttive. Ogni anno le grandi flotte prelevano milioni di tonnellate di specie marine, compromettendo ecosistemi già sottoposti a forti pressioni. La prossima Conferenza Onu sugli oceani, prevista a gennaio a New York, dovrà essere l’occasione per trasformare gli impegni in protezione concreta, istituendo vaste aree marine protette interdette alla pesca industriale e alle altre attività che danneggiano questi ecosistemi.
La COP17 lascia dunque un percorso ancora aperto, ma anche molte questioni irrisolte. Non possiamo aspettare il 2030 per scoprire che gli obiettivi sulla biodiversità sono rimasti sulla carta. Servono finanziamenti adeguati, un cambiamento delle politiche economiche che alimentano la distruzione della natura e il riconoscimento dei diritti di chi la protegge. Perché la biodiversità non si difende con le dichiarazioni, ma con scelte politiche e azioni concrete.
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