Elezioni in Nuova Zelanda, il National Party sfida il Labour Party. Scenario politico

Il premier uscente Christopher Luxon tenta il bis: il suo avversario principale è il leader dei Laburisti, Chris Hipkins, sconfitto dallo stesso Luxon nel 2023. Gli ultimi sondaggi danno i loro due partiti rispettivamente al 30% e al 29%, troppo poco per riuscire a formare un governo. Fondamentali saranno i partiti minori
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La Nuova Zelanda va al voto. Il 7 novembre i cittadini sono chiamati a scegliere i nuovi membri della Camera dei rappresentanti: le urne restano aperte dalle 9 alle 19 ora locale (dalle 21 del 6 novembre alle 7 del 7 novembre in Italia). Stando ai sondaggi, dalle urne potrebbe uscire un testa a testa tra la coalizione di governo uscente, guidata dal National Party del premier Christopher Luxon (centrodestra) e i partiti di opposizioni capitanati dal Labour Party di Chris Hipkins (centrosinistra). L’ultimo sondaggio di 1News-Verian dava il National al 30% e il Labour al 29%. Con molta probabilità, come già successo dopo le ultime elezioni nel 2023, saranno le formazioni politiche più piccole a rivelarsi decisive per la formazione dell’esecutivo. I seggi disponibili sono 120, ma in alcuni casi sono ammessi seggi aggiuntivi. La legislatura attuale, per fare un esempio, ne conta 123.
Elezioni in Nuova Zelanda, sfida tra National e Labour Party
La sfida principale si gioca dunque tra il primo ministro uscente Luxon e l’ex premier Hipkins. Il primo, 56 anni, è in cerca di un secondo mandato, dopo aver sconfitto nel 2023 proprio Hipkins, che era diventato capo del governo soltanto pochi mesi prima, dopo le dimissioni di Jacinda Acern. Come in occasione dell’ultimo voto, Luxon ha puntato molto sull’economia per fare breccia nell’elettorato: gli obiettivi sono potenziare il sistema pensionistico da un lato e riportare il bilancio statale in positivo dall’altro. Hipkins, alla sua prima prova con le urne da quando è ufficialmente leader del Labour, ha incentrato la campagna elettorale sull’abbassamento del costo della vita, a partire da trasporti e sanità, a un ampliamento dei servizi pubblici e degli investimenti in edilizia abitativa, mondo del lavoro e infrastrutture.
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Gli alleati del National
Insieme al National Party, al governo al momento ci sono l’ACT di David Seymour e NZ First di Winston Peters, che nei sondaggi sono dati rispettivamente al 10% e all’8%. Il primo, che si autodefinisce partito liberale di destra, negli ultimi mesi ha spinto su un’immigrazione più controllata. Il secondo si muove verso posizioni ancora più nazionaliste, suggerendo ad esempio di limitare il diritto di voto ai soli neozelandesi. Tra le altre proposte anche quella di uscire dall’Accordo di Parigi sul clima.
Il blocco del Labour
Nel blocco di centrosinistra affianco al Labour c’è innanzitutto il partito ambientalista Green Tea Party (al 16% nei sondaggi), con la leadership divisa tra Chlöe Swarbrick e Marama Davidson. Tra le sue principali proposte elettorali – al di là di quelle legate all’ambiente - ci sono l’introduzione di una nuova imposta patrimoniale e un aumento delle tasse per le aziende più grandi, così come per le banche e i profitti delle società tecnologiche offshore. Il Labour potrebbe poi far leva anche sul partito Te Pāti Māori (0,4% nei sondaggi), che pur essendo al di sotto della soglia di sbarramento può contare sui seggi speciali riservati per legge ai Māori. A guidarlo ci sono Rawiri Waititi e Debbie Ngarewa-Packer.
L’ago della bilancia
Sembra difficile, con i numeri ipotizzati dalle ultime rilevazioni, che le due principali coalizioni riescano a formare un governo stabile. Il vero ago della bilancia a questo giro potrebbe essere l’Opportunity (un tempo The Opportunities Party, TOP), forza politica né di destra né di sinistra nata nel 2016 con l'economista Gareth Morgan, adesso guidata dall’imprenditrice Qiulae Wong. Per ora non è mai entrato in Parlamento, raggiungendo il miglior risultato nel 2017 (2,6%). Gli ultimi sondaggi lo danno questa volta al 6%. Al centro del suo programma ci sono le grandi riforme economiche e il risanamento dei conti, ad esempio attraverso un'imposta sul valore dei terreni dell'1,75% sui terreni residenziali e dello 0,5% su quelli rurali, che dovrebbe fruttare intorno ai 24 miliardi di dollari neozelandesi all’anno.
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