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Thursday, October 29, 2026

Terremoti nel Mar Tirreno: come e perché si verificano

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Movimenti delle placche terrestri e attività vulcanica: come nascono le scosse sismiche nel Tirreno Meridionale e quali sono le differenze con i Campi Flegrei

Tra il 20 e il 24 ottobre una serie di scosse sismiche hanno colpito il Mar Tirreno Meridionale, a circa 30 km a nord-ovest di Alicudi, una delle isole Eolie. L’evento con la magnitudo più alta, pari a 5.0  si è verificato il 23 ottobre alle ore 12:19.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Sono stati i cittadini dell’arcipelago e della costa settentrionale della Sicilia ad avvertire maggiormente la scossa, che è invece risultata più leggera nel resto della Sicilia e in Calabria.

Il Servizio di sorveglianza sismica nazionale dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) che ha monitorato lo sciame, ha dichiarato che il terremoto dello scorso 23 ottobre è stato uno dei più forti registrati nell’area negli ultimi 46 anni, secondo solo a quello di magnitudo 5.2 del 28 maggio 1980.

La sequenza ha contato circa 220 eventi dal terremoto principale, secondo le stime aggiornate dall’Ingv alla mattina del 28 ottobre.

“HAI SENTITO IL TERREMOTO?”

Mappa preliminare delle intensità macrosismiche (MCS) stimate nei Comuni tramite i questionari inviati al sito «Hai sentito il terremoto?» a seguito del terremoto di magnitudo 5.0, a cura dell’Ingv.

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I movimenti nel Mar Tirreno Meridionale

Ma quali sono i movimenti all’origine delle scosse sismiche? Quando si verificano eventi sismici nel Mar Tirreno – dove, dal 1985 ad oggi, ne sono stati registrati di frequente e molti di magnitudo superiore a 4.0 – si tende a pensare al Marsili, il vulcano sottomarino più grande del Mediterraneo e d’Europa.

Eppure, come riporta l’Ingv in un suo articolo, il Marsili è interessato da «un’attività idrotermale e da un’attività sismica a bassissima energia».

Non si riscontra alcuna correlazione diretta anche per altri due elementi: i 20 km di distanza tra il vulcano e l’area interessata dalla sequenza sismica dei giorni scorsi e la discordanza tra il vulcanismo di tipo distensivo del Marsili e la sorgente di tipo compressivo, che ha caratterizzato il terremoto del 23 ottobre.

Salvatore Stramondo, il direttore del Dipartimento terremoti dell’Ingv, spiega che il Mar Tirreno, in particolare la parte meridionale, è interessata da tre principali sorgenti sismiche: 1) quelle crostali; 2) quelle profonde; 3) quelle vulcaniche.

Se le eruzioni vulcaniche sottomarine sono da escludere in questo caso, anche le caratteristiche delle sorgenti profonde non combaciano con le scosse di ottobre.

Questo tipo di terremoti possono raggiungere tra i 400 e i 600 km di profondità ipocentrale e sono provocati dalla subduzione della placca ionica al disotto dell’arco calabro: la prima scende progressivamente a centinaia di chilometri di profondità, fino a raggiungere la litosfera e scontrarsi con essa.

Quella di ottobre è invece stata una sequenza sismica crostale, la cui causa è un accumulo di energia generato dal movimento continuo della placca africana verso nord lungo la superficie di contatto con la placca euroasiatica.

Stramondo ricorda che, se le zone sismiche sono ben note e monitorate, il fattore temporale – cioè quando accadrà il prossimo terremoto – non è ancora prevedibile.

I Campi Flegrei

Intanto, i Campi Flegrei registrano nuove scosse nella giornata di martedì 27 ottobre – anche se di lieve entità –, dopo lo sciame di magnitudo 4.4 dello scorso maggio. «È importante ricordare che i Campi Flegrei sono una zona vulcanica, una di quelle a più alto rischio al mondo –sottolinea Stramondo –. Sono un’area attiva: il sollevamento del terreno avviene a causa dei gas riscaldati dal magma sottostante. E in più il rischio – risultante del prodotto tra pericolosità, vulnerabilità e valore esposto – è dovuto alla presenza di numerose abitazioni e infrastrutture sulla superficie della zona d’interesse».

Per quanto riguarda invece il timore – sempre aleggiante – di una possibile eruzione del Vesuvio, Stramondo rassicura che «i vulcani italiani sono i meglio monitorati al mondo», grazie ad un sistema che rende possibile avere dei parametri di riferimento. Inoltre, la consultazione di rapporti del passato permette di riconoscere potenziali elementi di allarme e attivare eventuali misure di allerta.

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