Italia-Egitto, dopo l’omicidio Regeni i rapporti commerciali tra Roma e il Cairo sono aumentati: 10 anni di grandi affari su gas e armi
Il rapimento, la tortura e la morte di Giulio Regeni, il dottorando di Cambridge scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo dopo essere stato brutalmente torturato, non hanno per niente rallentato la corsa degli affari tra Roma e il Cairo. Al contrario, dal 2016 a oggi le relazioni commerciali tra l’Italia e l’Egitto hanno registrato un’imponente accelerazione, segnando una profonda discontinuità rispetto al decennio precedente. Se tra il 2006 e il 2015 l’interscambio bilaterale era cresciuto con un modesto +13,1% – passando da 3,8 a 4,3 miliardi di euro a causa dei rallentamenti legati alla crisi politica egiziana del 2011 –, dal 2016 in poi si è verificato un balzo del +36,2%. Nel 2022 il valore del commercio bilaterale ha sfiorato i 7 miliardi di euro, per poi assestarsi sui 5,9 miliardi l’anno. Le principali linee guida lungo le quali l’interscambio è cresciuto vedono l’Italia esportare macchinari industriali, prodotti petroliferi raffinati e sostanze chimiche, mentre Roma importa dal Cairo idrocarburi, metalli come acciaio e alluminio e concimi.
A guidare l’espansione economica è il settore dell’energia, con il boom degli investimenti dell’Eni per lo sfruttamento del gas del maxi-giacimento offshore di Zohr, scoperto nell’agosto 2015, situato a 1.450 metri di profondità sotto le acque territoriali dell’Egitto a circa 200 chilometri a nord di Port Said nel Mediterraneo, con un potenziale di 850 miliardi di metri cubi di gas naturale. Lo sfruttamento della risorsa è scattato a tambur battente e dal 2016 l’Egitto è diventato il principale centro degli investimenti industriali mondiali del Cane a sei zampe, che vi ha destinato oltre 12 miliardi di dollari per Zohr – capace di coprire quasi il 40% del gas egiziano – e lanciato un ulteriore piano da 8 miliardi di dollari per altri 230 nuovi pozzi. Trasformato il Paese nordafricano in un hub di esportazione di gas naturale liquefatto (Gnl) tramite il terminale di Damietta, l’Eni assicura all’Italia forniture strategiche per i rigassificatori di Panigaglia, Cavarzere e Piombino, detenendo in Egitto il 20% delle sue riserve globali. Questo canale energetico, fondamentale per i rifornimenti della Penisola dopo lo stop al gas russo per la guerra in Ucraina, costituisce il pilastro del Piano Mattei del governo Meloni, che considera il Cairo un Paese pilota e un hub strategico per la cooperazione nel Mediterraneo. Il piano include la scuola alberghiera di Hurghada, la rotta marittima Damietta-Trieste e i contratti ferroviari di MerMec.
In parallelo tra Roma e il Cairo crescono gli affari nel settore delle armi e della difesa. Fincantieri, il colosso della cantieristica nazionale, ha venduto alla Marina egiziana due fregate multiruolo Fremm per 1,2 miliardi di euro, ottenendo un contratto di manutenzione da 260 milioni. Dal canto suo, il gigante degli armamenti Leonardo ha fornito oltre 20 elicotteri militari ed è in trattativa per trasferire all’Egitto aerei addestratori M-346 e caccia Eurofighter Typhoon, in un pacchetto di contratti del valore compreso tra i 3 e i 9 miliardi di dollari.
La terribile fine di Regeni dunque non ha affatto frenato i grandi affari. Il processo che si è concluso ieri alla Prima Corte d’Assise di Roma, con le condanne di tre agenti segreti egiziani per il sequestro e le torture, si era aperto il 20 febbraio 2024. Ma questo non aveva impedito che, a pochi giorni dall’avvio del processo e nonostante l’inchiesta puntasse l’accusa proprio contro l’apparato del governo egiziano, il 17 marzo 2024 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si recasse in visita di Stato insieme a una delegazione Ue al Cairo, ricevuta dal presidente al-Sisi, per stringere imponenti accordi economici. Business is business, che importa se un italiano è stato massacrato dai partner d’affari.
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