Magistrati, il governo taglia gli aumenti: in manovra la norma per abbattere gli adeguamenti salariali di giudici e pm
Una norma ad hoc per tagliare l’entità degli aumenti di stipendio dei magistrati. Il governo usa la legge di bilancio per sterilizzare la discussa sentenza del Consiglio di Stato che ha rivisto al rialzo i criteri di adeguamento delle retribuzioni delle toghe, creando improvvisamente un maxi-arretrato a carico delle casse pubbliche. Breve riassunto della questione: per legge alcune categorie del pubblico impiego, tra cui i magistrati, non contrattano gli aumenti salariali con lo Stato, ma li ricevono automaticamente “in ragione degli incrementi medi conseguiti (…) dalle categorie di pubblici dipendenti contrattualizzati”. Nel caso di giudici, pm e avvocati dello Stato, questo allineamento ha cadenza triennale: ogni tre anni viene definito con un decreto del presidente del Consiglio (Dpcm) sulla base degli aumenti dei tre anni precedenti. Di recente, però, i giudici amministrativi hanno annullato i Dpcm relativi agli ultimi due trienni (2021-23 e 2024-26), giudicando illegittima in particolare l’applicazione del criterio della media ponderata, cioè “pesata” in base al numero di assunti nei diversi settori, invece di quella semplice, per cui ogni categoria del pubblico impiego “vale uno”. L’effetto è stato un ricalcolo verso l’alto delle retribuzioni dovute negli ultimi anni: per farvi fronte è stato previsto in manovra lo stanziamento-monstre di 979 milioni di euro, oggetto di una velenosa campagna anti-toghe da parte della destra, con la premier Giorgia Meloni che ha annunciato addirittura di non voler firmare l’apposito decreto (un bluff, perché in quel caso la sentenza verrebbe comunque eseguita da un commissario).
Ora però l’esecutivo corre ai ripari per evitare di dover applicare questo criterio anche in futuro. L’articolo 67 del disegno di legge di bilancio riscrive la norma sugli aumenti del personale non contrattualizzato trasformando in legge il criterio bocciato dal Consiglio di Stato: d’ora in poi gli incrementi medi dovranno essere calcolati dall’Istat “in base alla media ponderata con la consistenza numerica di ciascuna delle categorie di pubblici dipendenti contrattualizzati”. In questo modo aumenterà il peso di categorie molto numerose ma poco premiate dagli aumenti (ad esempio gli insegnanti) e si ridurrà quello di piccole élite con stipendi da favola (ad esempio i dirigenti di palazzo Chigi, che con l’ultimo rinnovo guadagneranno in media 558 euro lordi in più al mese). “L’utilizzo della media ponderata è finalizzato a evitare errate rappresentazioni dell’effettivo incremento medio pro capite previsto dalla norma, che deriverebbero dall’attribuire lo stesso peso a retribuzioni riferite a gruppi di dimensioni diverse”, si legge nella relazione tecnica. Se questa modifica varrà per tutti i dipendenti non contrattualizzati, un’altra novità contenuta nello stesso articolo penalizza specificamente magistrati e avvocati dello Stato, cioè le categorie con adeguamento triennale: nel calcolo degli aumenti medi del triennio, infatti, non andranno più considerate le categorie con adeguamento annuale, cioè docenti universitari e dirigenti di polizia e forze armate. Un’esclusione destinata ad abbassare ulteriormente la media, e su cui, tra le toghe, già si ragiona di possibili ricorsi alla Corte costituzionale.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.