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Tuesday, October 6, 2026

Turano, il fiume che scompare sotto la diga: la battaglia sull’acqua per Enel

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Turano, il fiume che scompare sotto la diga: la battaglia sull’acqua per Enel

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Per un’ora, domenica 27 settembre, nel Turano ha suonato un violino. Non su una riva, bensì dove dovrebbe scorrere il fiume, a Rocca Sinibalda, in provincia di Rieti. Da settimane l’alveo è una distesa di sassi e vegetazione. Le rilevazioni raccolte dal Comitato per il Fiume Turano indicano che il tratto completamente asciutto è cresciuto da circa 1,2 chilometri ad agosto a circa 1,5 a settembre. L’acqua ricompare più a valle, in una località definita “Il Laghetto”, grazie all’apporto di una sorgente. Il concerto organizzato da Legambiente per la Giornata mondiale dei fiumi è ancora oggi una delle immagini più efficaci della protesta di residenti e ambientalisti.

Per capire il caso bisogna però spostare gli occhi a monte o meglio al Lago del Turano. Questo invaso artificiale è infatti legato a una diga gestita da Enel Produzione e una parte delle sue acque viene rilasciata nel corso naturale del Turano. Il resto, invece, viene convogliato – attraverso una galleria – verso il Lago del Salto e quindi utilizzato nel sistema idroelettrico della vicina centrale di Cotilia. Quando però il caldo, la siccità e i prelievi si sommano, questo sistema rischia di andare in tilt e produzione energetica e acqua di andare in competizione. Un problema molto più diffuso nel mondo di quanto si possa pensare.

La portata del fiume a valle della diga non dipende infatti soltanto dall’acqua rilasciata dall’invaso ma riceve anche gli apporti degli affluenti, delle sorgenti e del reticolo idrografico minore. Quando le precipitazioni diminuiscono, anche questi contributi possono ridursi drasticamente o scomparire. Il Comune di Rocca Sinibalda ha riferito, per esempio, che durante la crisi estiva il Fosso di Stipes e il Fosso di Marangone non stavano immettendo acqua nel Turano.

A regolare il sistema del rapporto con il rilascio dalla diga, invece, c’è un disciplinare risalente al 1950. L’articolo 9 prevede almeno 100 litri al secondo all’altezza del vecchio ponte di Posticciola e stabilisce inoltre che, nel punto in cui la valle offre possibilità di irrigazione, la portata non debba risultare inferiore a 300 litri al secondo. In estate, secondo quanto riferito pubblicamente dal sindaco Stefano Micheli dopo il confronto con la società, Enel aveva indicato un rilascio dalla diga di 200 litri al secondo, ritenuto sufficiente a garantirne almeno 100 a Posticciola. Una lettura contestata dal Comitato.

Interpellata dal Fatto sulle portate effettivamente rilasciate tra giugno e settembre e sul rispetto tanto dei 300 litri al secondo quanto del minimo deflusso vitale, Enel assicura che la gestione viene effettuata “nel rispetto del titolo concessorio, del relativo disciplinare, della normativa applicabile e dei provvedimenti delle Autorità competenti” spiega che “i rilasci prescritti sono regolarmente assicurati e monitorati”. Alla domanda se dopo l’incontro con il Comune dell’11 agosto abbia aumentato il flusso, la società aggiunge di avere garantito dalla diga “rilasci maggiori del valore minimo previsto”.

Non sono pubblici neppure i numeri relativi all’altra metà della questione: quanta acqua, durante l’estate, sia stata trasferita dal Turano al Salto e quanta energia sia stata prodotta. Alla richiesta del Fatto, Enel risponde che i dati su livelli, derivazioni e produzione “hanno natura confidenziale e vengono forniti alle autorità competenti”. Per i comitati proprio la disponibilità di misurazioni verificabili è invece uno dei punti centrali della vertenza.

“Il livello dell’acqua nel Lago del Turano c’è – ci spiega David Rottgen del Comitato per il Fiume Turano – eppure, sotto Rocca Sinibalda il fiume scompare. Non chiediamo di fermare la produzione di energia rinnovabile, ma che siano aumentati immediatamente i rilasci dalla diga garantendo, nei tratti della vallata in cui è possibile l’irrigazione, almeno una portata non inferiore a 300 litri al secondo. Anche la Regione Lazio ha gli strumenti per intervenire subito. Un fiume ha il diritto di restare un fiume, non può diventare una strada sterrata”.

La protesta viene da lontano. Nella ricostruzione dettagliata dei residenti vengono ricostruite crisi di magra e prosciugamenti segnalati fin dal 1999. A maggio un guasto all’impianto mini-idro della diga ha coinciso con un nuovo episodio di secca. Enel ha confermato il disservizio, sostenendo che il deflusso prescritto fosse stato comunque assicurato attraverso aperture manuali e che la stazione idrometrica regionale non avesse registrato variazioni significative. Durante l’estate, tuttavia, il prosciugamento si è consolidato. Sono seguiti sopralluoghi, l’esposto di Legambiente e un’interrogazione della consigliera regionale Marta Bonafoni.

Il punto normativo, spiega il comitato, non si ferma comunque al disciplinare del 1950. Quando nel 2023 la Regione Lazio ha autorizzato il subentro di Enel nella concessione, lo ha subordinato non solo al rispetto del vecchio disciplinare ma anche delle norme sul “minimo deflusso vitale” e sul “buon regime delle acque pubbliche”. Il titolo scadrà il 31 marzo 2029.

“Enel – ci spiega la società – si è già resa disponibile a collaborare con le Autorità competenti nell’ambito delle rispettive funzioni istituzionali, nell’interesse comune della tutela della risorsa idrica e del territorio, al fine di individuare eventuali cause che hanno condotto alla situazione di siccità localizzata in uno specifico tratto del fiume e definire eventuali azioni di rimedio”.

Nei precedenti confronti con i cittadini erano stati richiamati la scarsità delle precipitazioni, l’assenza di apporti da alcuni affluenti e la necessità di verificare anche eventuali prelievi irrigui. Residenti e ambientalisti non negano il peso della siccità, ma sostengono che proprio quando diminuiscono gli apporti naturali, diventa necessario adeguare i rilasci dalla diga per impedire che il corso d’acqua si interrompa.

Il punto, però, non è solo stabilire se Enel rispetti formalmente le norme ma anche capire se le quantità previste oltre settant’anni fa siano ancora sufficienti nelle condizioni climatiche attuali. Un tema attualissimo: come conciliare produzione idroelettrica e tutela dei fiumi quando il cambiamento climatico modifica la disponibilità dell’acqua e rende più frequenti le stagioni secche? A gennaio la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia, contestando anche l’assenza di revisioni periodiche adeguate per alcune concessioni di prelievo e sbarramento.

A Rocca Sinibalda, oggi, la problematica diventa molto meno astratta.

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