Fiscal drag: la legge del 1989 che lo neutralizzava è ancora in vigore, ma il governo la dà per morta
Se lo stipendio sale quanto i prezzi, non si diventa più ricchi. Per l’Irpef invece sì. È il cosiddetto fiscal drag, il drenaggio fiscale: l’imposta cresce più dei redditi quando inseguono solo l’inflazione, perché scaglioni e detrazioni restano fermi.
A settembre i prezzi al consumo sono saliti del 4,2% in un anno, il massimo da tre anni. Meloni ha chiesto a Bruxelles flessibilità sulla spesa gonfiata dall’inflazione e sulla maggior Iva. Sul drenaggio tace.
Pietro riceve una paghetta settimanale di 10 euro. Degli euro oltre gli 8, metà va nel salvadanaio della gita: gli restano 9 euro per comprare 9 gelati (mignon) da 1 euro. Il gelataio porta il cono a 1,10 e la nonna la paghetta a 11, ma la soglia resta a 8: nel salvadanaio vanno 1,50 euro, a Pietro ne restano 9,50 e i gelati scendono a 8. Prezzi +10%, salvadanaio +50%. Con la soglia a 8,80 sarebbero rimasti 9. Il salvadanaio è l’Erario, la soglia è lo scaglione, la nonna è il contratto collettivo.
Fuor di metafora, l’Irpef è progressiva, ma scaglioni e detrazioni sono fissati in euro e non seguono i prezzi. Non serve cambiare scaglione: basta che l’aliquota sull’aumento, la marginale, superi la quota di reddito che già va in imposta, la media. Nell’Irpef la supera e la metà del salvadanaio non è un’iperbole: fra 32.000 e 40.000 euro un dipendente lascia all’Erario 54 centesimi per euro di aumento, il 33% di aliquota più il calo delle detrazioni. Con lo stipendio fermo si perde potere d’acquisto, ma l’imposta non cambia: il drenaggio colpisce la quota d’inflazione che il reddito recupera, anzitutto quello di dipendenti e pensionati. Risparmia chi paga un’aliquota piatta, come i forfettari o chi affitta con la cedolare secca.
L’espressione fiscal drag si diffuse negli anni Sessanta con Walter Heller, a capo dei consiglieri economici di J. F. Kennedy: il gettito che cresce da solo frena la domanda, se non lo si restituisce. Allora lo gonfiava la crescita, oggi l’inflazione. La scienza delle finanze italiana aveva già dato un nome a quell’effetto, illusione finanziaria, con Amilcare Puviani (1903): il contribuente vede l’aumento lordo, non l’aliquota media che sale.
L’Italia aveva trovato una soluzione. L’articolo 3 del decreto-legge n. 69 del 1989 stabilì che, se l’inflazione media dei dodici mesi chiusi ad agosto supera il 2%, entro il 30 settembre un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri adegua scaglioni, detrazioni e limiti di reddito per “neutralizzare integralmente” il prelievo in più dovuto all’inflazione. Funzionò: lo applicarono i Dpcm nel 1989, 1990 e 1991. Poi la disciplina venne svuotata un po’ alla volta: nel 1992 la manovra d’emergenza la restrinse alle detrazioni, escludendo gli scaglioni (art. 9, d.l. n. 384 del 1992), dal 1995 la restituzione fu tagliata e dal 1996 via via sostituita da assegni familiari e detrazioni mirate. La finanziaria per il 2001 fece valere come restituzione del drenaggio le modifiche all’Irpef appena approvate. Un anno dopo il ministro dell’Economia sostenne in Parlamento che quella legge aveva “sostituito, assorbito” il meccanismo, ma la legge stessa lo richiamava come operativo, e nessuna l’ha mai abrogato: nemmeno il nuovo testo unico delle imposte sui redditi.
Nell’ultima fiammata dell’inflazione si è fatto lo stesso, in grande. Per uno studio della Banca d’Italia, nel 2022-2025 drenaggio ed erosione dei sussidi hanno tolto alle famiglie quasi 20 miliardi e le misure dei governi ne hanno dati circa 31, con un saldo vicino a quello dell’indicizzazione, ma a beneficiari diversi: le famiglie che vivono di pensione, in media, hanno perso potere d’acquisto. Gli sgravi ai redditi bassi e medi sono stati pagati dal drenaggio: senza, per l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), avrebbero rischiato di essere insostenibili.
Eppure nel 2022 e nel 2023 la soglia è stata superata di slancio, con medie del 5,5 e dell’8,4%. Nessun decreto. Nel dicembre 2022 la Camera, su parere contrario del Governo, ha respinto un ordine del giorno che chiedeva di applicare la norma. Nell’ottobre 2023, a un’interrogazione che ricordava l’8,1% del 2022, il Governo ha risposto che “con il calare dei tassi d’inflazione tali meccanismi non si sono rivelati più praticabili”. Quest’anno la soglia non è scattata per un decimale: 1,9%. E oggi chi chiede di indicizzare l’Irpef propone un meccanismo nuovo: pare che nessuno ricordi che uno sia ancora in vigore.
Il legislatore ha ammesso il problema e lo ha aggirato. La legge di bilancio per il 2026 applica un’imposta sostitutiva del 5% agli aumenti contrattuali di quest’anno, dichiaratamente per adeguare i salari al costo della vita, ma solo ai dipendenti privati fino a 33.000 euro di reddito. Per l’Upb è un’incoerenza: sugli aumenti si paga ormai ben più che sul reddito già percepito. Restano fuori pensionati e pubblico impiego, dove sei lavoratori su dieci sono donne.
Altrove si è scelto diversamente. Gli Stati Uniti indicizzano gli scaglioni dal 1985; la Svizzera, per obbligo costituzionale, compensa la progressione a freddo, come lì chiamano il drenaggio, ogni anno dal 2011; in Germania il Bundestag corregge le aliquote per legge, su rapporto biennale del Governo. Il Regno Unito indicizza dal 1977 e dal 2022 congela le soglie, ma ogni volta con un voto del Parlamento.
L’articolo 53 della Costituzione vuole che tutti concorrano alle spese pubbliche “in ragione della loro capacità contributiva”, con un sistema tributario “informato a criteri di progressività”. La progressività è modulata dal legislatore, che sceglie quanto deve dare chi ha di più. Il drenaggio la riscrive ogni anno senza un voto e male: per l’Upb alza l’aliquota media e riduce la progressività, misurando una capacità contributiva che l’inflazione ha soltanto gonfiato. Gli svizzeri hanno messo il rimedio in Costituzione, noi in un decreto-legge del 1989, rimasto lettera morta da quasi trent’anni.
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