Marina Hedman, un nuovo saggio affronta la parabola della regina delle luci rosse italiane
Si può scrivere un monumentale volume di 432 pagine su Marina Hedman Frajese, la regina delle luci rosse italiane degli anni 80? C’è riuscito Alessandro Palamà che ha dato alle stampe “con un approccio da fan se non da ultras” Marina Hedman. Introduzione allo studio esegetico e riesaminativo con finalità di conservazione e tutela, neoeditato da Cinema Bis e ovviamente vietato ai minori. Marina vista, dunque, come un bene culturale.
Chi sia Marina Hedman Frajese è noto: è la prima pornostar italiana (nata in Svezia) giunta agli onori della cronaca nei primi anni 80, anche in quanto moglie del noto giornalista Rai Paolo Frajese, grande professionista (fu il primo a trovarsi in via Fani quando fu rapito Aldo Moro e massacrata la sua scorta dalle Brigate Rosse, ma fu anche il solo ad aver avuto il coraggio di prendere finalmente a calci, in diretta, il disturbatore Gabriele Paolini).
Il giornalista, scomparso nel 2000, ha dato a Marina due figli, ma il loro matrimonio si sfaldò presto e nel 1985 Frajese ottenne dai giudici di negare alla ex moglie l’utilizzo del suo cognome. I due s’erano conosciuti in Svezia dove lei, straordinariamente affascinante, faceva la modella, figlia di un notaio e di un’amministratrice di un teatro di Goteborg e proveniva da un primo matrimonio difficile e violento.
Palamà, nel suo libro, racconta dettagliatamente le sue personali vicende grazie ad una maniacale ricerca sui giornali di allora. Ma non è certo questo il fulcro del bio-saggio. L’autore, dipingendo le vicende di Marina, vuol sottolineare come fu lei a dare inizio, nei primi anni 80, al porno nazionale in pellicola 35 millimetri (spesso ripreso e lodato dagli addetti ai lavori, anche all’estero, persino negli Usa). Un porno che oggi da noi non esiste più, sostituito da un elenco di parafilie in rete.
Il cinema italiano, negli anni 70, con la pletora di registi, tecnici, artigiani che ci lavoravano, era in crisi nera. Anche per questo nacque la commedia sexy che poi, ‘pornizzata’, aprì alle luci rosse italiane (il primo cinema a proiettare un hard fu, il 15 novembre ’77 il Majestic di Milano che, fino ad allora, aveva in programmazione cartoni animati), dando il via al boom delle sale a luci rosse.
Marina arriva all’hard dopo aver frequentato vari ambienti dello spettacolo. Sono una cinquantina i film ‘normali’ ai quali ha partecipato, magari con una semplice comparsata, a volte con ruoli più significativi, con registi del calibro di Fulci, Festa Campanile, Risi, Bruno Corbucci e tanti altri, persino Fellini (con un‘apparizione ne La Città delle donne). E ci sono le sue foto senza veli su Playboy, scattate da Bruno Oliviero. Ricorda Palamà che in un’intervista del 1981 per L’Europeo Marina svelò il perché del suo approccio al porno: almeno nell’hard, disse, il produttore non chiede all’attrice di andare a letto con lui (la stessa motivazione adottata da Moana anni dopo…). E nel 2008, a 67 anni, rifiutò l’offerta di comparire in una puntata della fiction tv Carabinieri, “ribadendo ancora una volta di aver abbandonato definitivamente la scena pubblica” e prima “nel ’98 aveva già rinunciato a una parte nel film Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco”.
Il suo primo film che la vede impegnata in una scena hard è Emmanuelle in America (’76) di Joe D’Amato. Scrive l’autore, che esamina e disamina ogni pellicola di Marina nel suo mastodontico libro: “Mi sono sforzato di approfondire tutti i percorsi artistici dell’attrice, anche quelli precedenti al porno, nel teatro, in tv, nel mondo della moda, del fumetto, negli scandali da rotocalchi e ci tengo a sottolineare che, avendo la svedese attraversato praticamente tutti i generi cinematografici (manca il western), anche chi non è molto incline alla pornografia potrà trovare qualche particolare interessante e probabilmente inedito riguardante un giallo, un horror, una commedia sexy o un poliziesco”.
Marina Hedman oggi ha 85 anni ed è gelosamente protetta dai figli, com’è giusto che sia. Su di lei, come capita a tutti i personaggi mitologici, si sono diffuse leggende: c’è chi dice che si trovi una Rsa (come, pare, la collega Karin Schubert). Altri raccontano di averla vista molti anni fa, sui viali romani, altri ancora ipotizzano che sia quasi cieca o addirittura morta. Tutte, naturalmente, notizie indimostrabili. Non me ne importa granché, lasciamola in santa pace. Ciò che conta è stato il suo ruolo, anche sociale e antropologico, nell’aver cambiato una certa mentalità degli italiani, avvicinandoli al sesso che, nei suoi film, girati con una trama, una colonna sonora, dialoghi, anche se magari un po’ ridicoli, dimostrano la sua professionalità attoriale: altro che le nostre attuali attricette da cine-tv.
L’epopea successiva a quella di Marina, dominata da Schicchi (che pure ha avuto molti meriti nella lotta per la liberalizzazione dell’immagine) era più fondata sui soldi. Marina, a differenza di Moana, non è mai diventata ricca. E posso confermarlo per averla incontrata personalmente negli anni 80 a Genova, era veramente simpatica, comunicativa e gentile, anche se un po’ alticcia. Non ha mai fatto la diva, ‘futura’ o meno. Alessandro Palamà ha capito anche questo e il suo libro non è solo un ritratto di Marina, ma uno spaccato sociale di quegl’anni e dei loro pessimi successivi mutamenti.
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