Scuola, un insegnante italiano guadagna fino al 36% in meno degli altri lavoratori laureati: i dati del report Ocse
“In Italia gli insegnanti guadagnano molto meno rispetto ad altri lavoratori in possesso di un titolo di studio universitario. Quelli della scuola dell’infanzia il 36% in meno e quelli della secondaria di primo grado il 33%. Ma solo stipendi competitivi possono svolgere un ruolo importante nell’attrarre e trattenere docenti qualificati”. A confermare l’urgenza della campagna lanciata dal Fatto Quotidiano con la petizione per chiedere stipendi adeguati alle medie europee è “Education at a Glance 2026”, il rapporto dell’Ocse, presentato oggi, che fornisce una panoramica completa dello stato dell’istruzione a livello globale.
“Un docente della primaria a inizio carriera in Spagna – spiega il segretario della Uil Scuola Giuseppe D’Aprile analizzando i dati – guadagna circa il 48% in più rispetto a un collega italiano. In Germania più del doppio. A fine carriera, un docente della primaria a Madrid percepisce circa il 45% in più rispetto a quello italiano. Sono differenze che non possono essere considerate normali”.
Il divario non riguarda soltanto il confronto internazionale. In Italia un insegnante della primaria guadagna il 64% di quanto percepisce un laureato con analogo livello di istruzione che lavora in un altro settore. Nella secondaria di secondo grado siamo al 71%. “È evidente – dice D’Aprile – che dietro la questione salariale c’è un problema più grande: quanto il Paese decide di investire nella scuola e nelle persone che ogni giorno la fanno funzionare”. D’altro canto la spesa pubblica per l’istruzione dalla scuola primaria a quella post-secondaria non terziaria in Italia è scesa dal 2,8% del Pil al 2,7% tra il 2015 e il 2023 (di fronte a una media Ocse del 3,2% nel 2015 e 3,1% nel 2023).
C’è un fenomeno tutto italiano da prendere in esame: nelle nostre scuole arrivano persone che hanno già fatto altri lavori. Si tratta di donne e uomini di mezza età che magari hanno perso l’occupazione e si “riciclano” nelle aule: “Il reclutamento di insegnanti – cita il rapporto – provenienti da altre professioni è una strategia diffusa per far fronte alla carenza di docenti e contribuisce a diversificare il profilo del corpo docente”. Secondo l’indagine internazionale dell’Ocse sull’insegnamento e l’apprendimento (Talis) del 2024, in media nei paesi Ocse l’8,4% degli insegnanti della scuola secondaria di primo grado proviene da altre professioni. In Italia la percentuale sale al 14,9% del totale dei docenti.
Restano altri nodi cruciali. Il primo: in Italia, il numero di bambini iscritti all’istruzione prescolare è diminuito del 24%, mentre anche il numero di insegnanti della scuola dell’infanzia è sceso del 7%, determinando un calo del 18% del rapporto bambini- insegnanti.
Il secondo: nel nostro Paese il vantaggio salariale degli adulti in possesso di un titolo di studio universitario è inferiore alla media dell’Ocse: i lavoratori a tempo pieno e per l’intero anno in possesso di un titolo di studio universitario guadagnano il 35% in più rispetto a quelli con un titolo di studio di istruzione secondaria superiore o post- secondaria non universitaria, contro una media del 54% nei paesi dell’Ocse.
Il terzo: i divari. La percentuale di adulti in possesso di un titolo di studio terziario oscilla tra il 17% in Sicilia e il 29% nel Lazio, e l’Italia presenta i divari regionali più ampi nei tassi di occupazione tra le regioni.
Qualche dato positivo c’è e va messo in rilievo. Abbiamo compiuto progressi sostanziali nella riduzione della percentuale di giovani che non sono né occupati, né impegnati in percorsi di istruzione o formazione (i cosiddetti Neet) e della percentuale di giovani adulti con un
basso livello di istruzione. In Italia, la percentuale di giovani Neet di età compresa tra i 18 e i 24 anni è scesa dal 30% al 16% tra il 2015 e il 2025.
Con la raccolta firme lanciata dal Fatto Quotidiano Il futuro non si arma, si insegna si chiede “al Governo e al Parlamento di abbandonare la logica degli interventi minimi e temporanei e di affrontare finalmente il problema delle retribuzioni dei docenti italiani con una strategia seria, strutturale e di lungo periodo”. Solo così si potranno invertire i dati di “Education at a Glance 2026”.
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