Dal posto fisso alla partita Iva: cosa spinge le donne a tendere verso il lavoro autonomo
di Alessandra Lomonaco*
L’addio al posto fisso da parte delle donne risponde ormai a una dinamica che si riscontra quotidianamente nel lavoro consulenziale. La decisione matura col tempo, alimentata dal sovraccarico di lavoro in azienda e a casa, e da un modello organizzativo diventato insostenibile. Una figura con vent’anni di carriera sul campo e uno stipendio sicuro, a un certo punto chiude la porta. Nessun crollo emotivo, ma la presa d’atto che quel percorso ha esaurito la sua funzione.
Questa scelta nasce spesso da un disallineamento valoriale profondo. L’adesione a processi burocratici rigidi e a logiche di presenzialismo fine a sé stesse perde qualsiasi senso. Subentra una consapevolezza nuova: la priorità diventa il valore del proprio tempo, la libertà di scegliere come e con chi lavorare e la ricerca di un’autonomia quotidiana non più barattabile con una gerarchia rigida.
Le statistiche sul mercato del lavoro fotografano una frattura strutturale. Il Rendiconto di genere INPS 2025 fissa il tasso di occupazione femminile in Italia al 53,3%, contro il 71,1% registrato tra gli uomini. Quasi diciotto punti percentuali di distanza che raccontano un Paese incapace di trattenere le proprie energie migliori. Anche l’ingresso nel mercato del lavoro conferma questo squilibrio. Le assunzioni femminili si fermano al 42,2% del totale e il lavoro part time, spesso involontario, riguarda soprattutto le donne. Nelle posizioni di vertice il divario si ripete, con ruoli dirigenziali occupati da donne appena nel 21,8% dei casi.
Le cose non cambiano automaticamente quando si decide di mettersi in proprio. Il lavoro autonomo mostra comunque una nuova vitalità: nel secondo trimestre del 2026 sono state aperte 124.170 partite Iva, il 2,2% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le indagini di Fiscozen aiutano a capire cosa spinge le donne verso questa scelta. Da una ricerca condotta su oltre 1.100 madri libere professioniste emerge che sei su dieci scelgono la partita IVA per avere maggiore libertà nell’organizzazione del lavoro e della vita familiare. L’autonomia ha però un prezzo: una professionista su quattro teme di non guadagnare abbastanza e molte chiedono maggiori tutele in caso di malattia o maternità. A questo si aggiunge il divario economico: nel 2025 il fatturato medio degli uomini con partita IVA è stato del 19,4% superiore a quello delle donne.
Leggere questi dati con gli occhiali del passato rischia di farne fraintendere la natura. Il lavoro autonomo femminile sta attraversando una metamorfosi. La scelta della partita IVA non è una sponda d’emergenza per chi si ritrova senza un’occupazione. Sta diventando la via d’uscita consapevole di chi un posto strutturato ce l’ha, anche di rilievo, ma lo lascia per riappropriarsi della sovranità sul proprio tempo. Tuttavia, il passaggio dal lavoro subordinato alla libera professione comporta un cambio di paradigma. Significa smantellare schemi mentali stratificati in anni di routine, facendo i conti con strumenti che l’azienda non ha mai fornito.
La prima prova risiede nella ridefinizione dell’identità professionale. Chi ha ricoperto ruoli gestionali o tecnici è abituata a far definire il proprio valore dal brand aziendale. Una volta fuori da quel perimetro, occorre imparare a raccontarsi in prima persona, identificando con precisione le proprie competenze e il valore offerto sul mercato.
La seconda prova riguarda la sfera economica e la capacità di negoziazione. Chi percepiva uno stipendio fisso spesso fatica a quantificare l’importo delle proprie prestazioni. Superare questo ostacolo richiede di smettere di guardare al prezzo come a una cifra da giustificare, considerandolo invece lo specchio della responsabilità assunta.
Infine, esiste il tema della solitudine operativa. La struttura aziendale garantisce un ecosistema predefinito tra colleghi e reti di supporto. Nell’autonomia professionale la rete va progettata da zero. Il confronto e la collaborazione con altre professioniste diventa una leva strategica per condividere risorse e generare opportunità concrete. Attraversare questa transizione richiede tempo, metodo organizzativo e confronto.
Per mappare questo cambiamento sociale ed economico è stata lanciata una ricerca nazionale sul lavoro autonomo femminile. È possibile contribuire alla ricerca compilando il questionario a questo link. I dati emersi saranno presentati il 6 novembre a Milano durante il RestartHer Day, un evento dal vivo nato per offrire strumenti concreti, modelli di sostenibilità economica e occasioni di networking tra professioniste. L’evento è a partecipazione gratuita, con posti limitati. Dettagli e registrazioni su RestartHer Day ha ricevuto il patrocinio della Commissione europea.
* Fondatrice di Huky srl Società Benefit e di RestartHer Academia, la community dedicata alle professioniste che scelgono l’autonomia professionale. Laureata in Economia Aziendale, con un master in Business Administration, dopo oltre vent’anni come Business Controller in multinazionali come Deloitte, Electrolux e CSC Computer Sciences ha fondato la sua società per affiancare founder e liberi professionisti in qualità di advisor e mentor, supportandoli nella trasformazione della propria attività in un business strutturato. Le sue analisi su business planning, trasformazione del lavoro e imprenditorialità sono state pubblicate da Il Sole 24 Ore, Millionaire, Key4biz e Innlifes. Dal 2017 è tra le Unstoppable Women di StartupItalia, la lista delle donne protagoniste dell’innovazione in Italia.
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