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Monday, October 26, 2026

Mafie sulla ricostruzione post-sisma nelle Marche: ’ndrangheta, Casalesi e appalti milionari

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Professor Musacchio, la maxi-operazione antimafia condotta dalla DDA di Ancona e dalla Guardia di Finanza sta delineando un quadro inquietante sulla ricostruzione post-terremoto nelle Marche. Qual è la sua lettura di questa inchiesta?

L’inchiesta non fa che confermare un modello ormai consolidato e sistematico, di cui parlo da anni. Dove ci sono grandi flussi di denaro pubblico da spendere in tempi brevi – come nelle emergenze e nella ricostruzione – la criminalità organizzata si infiltra immediatamente. In questo caso parliamo di un piano di penetrazione ramificato nei cantieri del post-sisma 2016 e di un comitato d’affari capace di spartirsi appalti tra edilizia universitaria, sanità e sociale per oltre 150 milioni di euro. Le mafie oggi non sparano più nei territori d’infiltrazione: usano la finanza, il riciclaggio e le sponde infedeli della pubblica amministrazione.

Nel secondo filone d’indagine emerge la figura centrale di E.C., definito dagli inquirenti un “imprenditore-cerniera”. Chi è e che ruolo gioca questa figura nel panorama mafioso moderno?

La figura dell’imprenditore-cerniera rappresenta lo snodo fondamentale della moderna penetrazione mafiosa nel tessuto economico e finanziario legale. Non parliamo del classico uomo d’onore con la coppola e la lupara, ma di un soggetto inserito nel circuito economico legale, capace di fare da ponte con le consorterie criminali. Sfruttando una posizione di sostanziale monopolio, E.C. incassava i fondi pubblici dell’anticipo del 20% sui contratti di ricostruzione privata (il cosiddetto “SAL 0”, garantito dallo Stato tramite Cassa Depositi e Prestiti) per poi redistribuire i lavori, tramite subappalti fittizi di manodopera, a ditte colpite da interdittive antimafia. È un meccanismo perverso che trasforma le risorse pubbliche in liquidità per i clan.

L’inchiesta evidenzia una sinergia tra matrici criminali diverse: mafia calabrese e campana. Come si sono divise la “torta” delle Marche?

Si tratta di una spartizione pragmatica e d’affari. Da un lato c’è la pista calabrese, legata a doppio filo alle cosche reggine degli Avignone e dei Crea di Rizziconi, attiva tramite un imprenditore radicato nel territorio da anni. Questo canale drenava denaro pubblico alimentando una rete di false fatturazioni da circa otto milioni di euro, poi retrocessi in contanti ai clan. Dall’altro lato troviamo la componente camorristica riconducibile alla fazione del boss Michele Zagaria del clan dei Casalesi, specializzata nell’infiltrazione dei mercati. Gli operatori campani hanno letteralmente trasferito i propri interessi operativi dalla Toscana alle Marche per aggredire e “cannibalizzare” i fondi della ricostruzione. Le mafie non si fanno la guerra quando c’è da arricchirsi con le risorse dello Stato: cooperano attivamente tra loro.

Il terzo filone tocca da vicino i “palazzi del potere” regionali, chiamando in causa dirigenti e tangenti. Che peso ha il fattore corruttivo in questo schema?

La corruzione è l’ossigeno dell’infiltrazione mafiosa. Senza la complicità dei colletti bianchi e di funzionari pubblici infedeli, la criminalità organizzata non potrebbe entrare nelle procedure amministrative. L’esempio del dirigente apicale della Regione Marche è indicativo: vendeva informazioni riservate e orientava i centri decisionali in cambio di tangenti, ricevute sia in contanti sia sotto forma di lavori di ristrutturazione nelle sue proprietà private. La corruzione ammorbidisce i controlli, orienta i bandi e apre le porte della pubblica amministrazione alla speculazione delle cosche.

L’episodio dello studentato universitario a Macerata appare particolarmente grave. Come si è articolata la speculazione su quell’immobile?

Quello dell’ex monastero lesionato dal sisma è un compendio di cattiva gestione e malaffare. Il comitato d’affari ha intascato una mazzetta da 250.000 euro per far acquistare l’immobile all’ERDIS Marche a un prezzo gonfiato (rivenduto a oltre tre milioni a fronte dei due iniziali). Dopodiché, ottenuti dal MIUR e dall’Ufficio Speciale Ricostruzione finanziamenti per dodici milioni di euro, l’appalto da sei milioni è finito proprio nelle mani dell’imprenditore-cerniera E.C., il quale avrebbe poi subappaltato i lavori alla ’ndrangheta, garantendo persino un ulteriore “ritorno” del 2% al comitato d’affari. È la dimostrazione di come un’opera destinata ai giovani e alla cultura sia stata trasformata in una lavatrice di denaro sporco.

L’inchiesta ha sfiorato anche altri settori strategici della regione, dalla sanità agli immobili militari. Le dimissioni del dirigente hanno interrotto questi progetti?

Credo di sì, ma solo perché l’azione investigativa e le dimissioni del funzionario hanno bloccato sul nascere altre operazioni in cantiere: la ristrutturazione di un immobile militare ad Ancona, l’accreditamento di una RSA nel Fermano e il rinnovo ventennale del servizio energia per l’ospedale di Torrette di Ancona. Questo ci dimostra quanto l’aggressione ai beni pubblici fosse a 360 gradi. Il lavoro svolto dal GICO della Guardia di Finanza e dalla DDA di Ancona, con il coordinamento della Direzione Nazionale Antimafia, è stato fondamentale per interrompere un circuito criminale devastante per la comunità marchigiana.

In conclusione, professor Musacchio, qual è la lezione che dobbiamo trarre da questa vicenda per il futuro dei controlli antimafia?

Direi un insegnamento più volte ribadito: l’attenzione non deve mai abbassarsi e le cosiddette “isole felici” non esistono più. I controlli burocratici formali non bastano se manca un tracciamento stringente dei flussi finanziari, dei subappalti e della filiera della manodopera. Serve rafforzare la prevenzione, rendere trasparenti le procedure della pubblica amministrazione e proteggere gli imprenditori onesti e le imprese sane del territorio dall’aggressività del capitale mafioso. Quando la ricostruzione e le opere pubbliche diventano un affare per le cosche, a perdere sono sempre i cittadini.

Vincenzo Musacchio è professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS), Rutgers University di Newark (USA).

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