Lula sfida Bolsonaro junior: con ogni probabilità, sarà una conta all’ultimo voto
Mancano pochi giorni al primo turno delle elezioni brasiliane. Il presidente in carica Luiz Inácio Lula da Silva, 81 anni a fine ottobre, è in lizza per il suo quarto mandato. Apparirà per la settima volta sulla scheda elettorale presidenziale e di certo anche l’ultima, nonostante la dichiarata intenzione di arrivare a 120 anni e i reel in cui si allena predicando i benefici del fitness.
Ha voluto aprire la campagna a São Bernardo do Campo, alle porte di San Paolo, dove alla fine degli anni Settanta guidò le agitazioni dei metalmeccanici che lo resero celebre: un modo per chiudere il cerchio, ma anche per svecchiare un’immagine ormai istituzionale, specie agli occhi dei più giovani, molti dei quali lo identificano, a torto o a ragione, con il sistema tout court.
Dall’altra parte c’è Flávio Bolsonaro, primogenito dell’ex presidente Jair, oggi ai domiciliari per motivi di salute dopo la condanna a 27 anni per il tentato colpo di stato che cercò di impedire il ritorno di Lula al potere. Se vincerà, ha promesso Flávio, tra i suoi primi atti ci saranno la liberazione del padre (mediante una grazia o un’amnistia) e la destituzione – che tecnicamente spetta però al Senato – del giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes, relatore del processo che ha portato alla sentenza del padre. Un pessimo viatico per un’eventuale presidenza che si annuncia ancor più all’insegna dell’autoritarismo e dell’improvvisazione di quella paterna.
Il primo turno del 4 ottobre non dovrebbe riservare grandi sorprese: Lula è dato avanti di qualche punto, ma senza la maggioranza assoluta per chiudere subito la partita. Massima, invece, l’incertezza sul ballottaggio del 25 ottobre: alcuni istituti danno in vantaggio Lula, altri Flávio, sempre entro il margine d’errore. Sarà, con ogni probabilità, una conta all’ultimo voto.
Sulle elezioni incombono poi diverse insidie, a cominciare da quelle esterna. Pochi giorni fa, il politologo Steven Levitsky, coautore di Come muoiono le democrazie, ha dichiarato che ci sono buone probabilità che Donald Trump non riconosca la vittoria di Lula. L’ostilità di Washington non è una novità: il Brasile è stato, insieme all’India, il paese più colpito dai suoi dazi, e da luglio ne subisce di nuovi, cuciti su misura.
A propiziare questa e altre sanzioni vi è la regia di un altro figlio di Jair, Eduardo, espatriato negli Stati Uniti da oltre un anno e mezzo e dedito a un’infaticabile lobby volta a danneggiare il suo stesso paese.
Senza mai nominare Trump, Lula ha replicato duramente all’Onu la scorsa settimana. Dopo aver denunciato il ritorno alla legge del più forte, Lula ha tuonato: “Il Brasile non ci sta nel cortile di casa di nessuno”, chiaro riferimento alla riesumazione della dottrina Monroe e alle continue ingerenze statunitensi nell’emisfero occidentale. Ingerenze non solo governative, ma di sistema: a dieci giorni dal primo turno Meta ha bloccato temporaneamente l’account pubblicitario ufficiale della campagna di Lula, e non mancano sospetti di manipolazione degli algoritmi a favore di Flávio.
Sul fronte interno, le acque non sono meno agitate. Da diversi mesi, il Brasile è alle prese con quello che è ormai il più grande scandalo finanziario e istituzionale della storia nazionale, la cui trama continua a infittirsi di settimana in settimana. Al suo centro c’è il Banco Master di Daniel Vorcaro, accusato di aver gonfiato i propri attivi, a danno anche di diversi istituti previdenziali pubblici. Le complicità politiche, nazionali e locali, sono numerosissime, e quasi tutte a destra.
Ma a emergere, ora, è soprattutto la copertura che diversi giudici della Corte Suprema, compreso Moraes, avrebbero fornito a Vorcaro in cambio di cospicue prebende. E se fino a qualche mese fa i togati sembravano disposti a coprirsi le spalle a vicenda, oggi è guerra aperta tra due fazioni, a colpi di fughe di notizie selettive e accuse incrociate. Un colpo durissimo alla credibilità di quello che pareva l’ultimo baluardo contro le spinte eversive e la corruttela parlamentare.
Per Lula, il danno è doppio. Moraes, volto del processo a Jair Bolsonaro, è comunemente associato al Presidente, benché abbia una biografia tutt’altro che di sinistra (fu ministro di Michel Temer, che lo nominò alla Corte). Un’equazione pretestuosa, su cui Flávio batte con insistenza per distogliere l’attenzione dai milioni ottenuti da Vorcaro: sulla carta per produrre un film sul padre (Dark Horse), in realtà – sospettano gli inquirenti – anche per mantenere l’attività del fratello Eduardo negli Stati Uniti.
L’incertezza dei sondaggi ha spinto Lula a varare due misure: l’aumento della Bolsa Familia, il sussidio per le famiglie più povere, e, ben più discusso, un decreto che dal 6 ottobre chiuderà tutti i siti di scommesse online. Misure dal sapore elettorale, certo, ma dal merito inoppugnabile. E che, in un ballottaggio che si deciderà per una manciata di voti, potrebbero contribuire – c’è da augurarselo – a mettere al riparo quel poco che rimane della democrazia in Brasile.
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