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Friday, September 11, 2026

Ti ricordi… Claudio Pellegrini, attaccante dalla figurina iconica: “Ne firmo ancora oggi, lo scorso mese ho inviato tre raccomandate”

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Ti ricordi… Claudio Pellegrini, attaccante dalla figurina iconica: “Ne firmo ancora oggi, lo scorso mese ho inviato tre raccomandate”

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“Lo so che il mondo è cambiato, ma non cambi tu”: Liberato canta così i ricordi in una canzone che si chiama “Fotografia”. Un brano che, rigorosamente in napoletano, racconta il passato e i ricordi fissandoli su pellicola, col clic della macchinetta che fa da sottofondo rumoroso. E la fotografia è cruciale per raccontare Claudio Pellegrini: attaccante veloce degli anni ’70 e ’80, figurina iconica di un’era meravigliosa, fotografo per passione e oggi anche per professione e tante altre cose.

Figurina iconica, sì, perché se c’era un dettaglio caratterizzante di quell’oggetto che ha segnato un’epoca. Era il numeretto romano accanto al nome per distinguere fratelli d’arte: Claudio era Pellegrini (III). “Già, c’era mio fratello Romolo che ha giocato tra C e serie minori, poi c’era Stefano che ha giocato nella Roma, nel Bari e nell’Avellino e che purtroppo non c’è più e poi io. Il più forte di tutti? Tecnicamente non c’è dubbio, Romolo, anche se non è mai arrivato in A o in B”. E Pellegrini III è ancora un riferimento per i cultori della figurina: “Mi cercano ancora per inviarmi bustine da autografare o la mia figurina: solo il mese scorso ho inviato tre raccomandate. L’ho fatto con piacere eh, io stesso ancora conservate un paio di mie figurine dell’epoca e mi piaceva pure quel numeretto sulla mia figurina: rispecchiava la realtà”.

Istantanee da un’altra epoca, di un calciatore che parla sempre col sorriso e racconta come se invece di 50 anni fossero passati cinque giorni: “Ricordo tutto e con gioia: a 14 anni ero già fuori di casa nelle giovanili del Torino, talmente forti che facevano due squadre, il Toro e l’Asti Ma.Co.Bi. Giagnoni cominciò a portarmi in prima squadra ma, non ebbi modo di esordire, perciò andai a Novara e poi a Barletta dove riuscii a giocare con mio fratello”. In Puglia comincia a far parlare di sé, anche se la sfortuna si mette di mezzo: “Il Napoli già mi aveva notato, organizzarono un’amichevole solo per vedermi giocare ma io ero stirato: il loro medico mi fece pure un trattamento ma praticamente in quell’amichevole fui spettatore. E andai all’Udinese di Dal Cin, anche se tutt’ora non so come fecero a notarmi a Barletta, a quei tempi”.

E al Napoli ci finì lo stesso Pellegrini: “Nel 1978, quando arrivai per le visite mediche vidi il San Paolo vuoto e pensai ‘Quando lo riempiranno?’, in amichevole non c’era spazio per uno spillo: impressionante”. La passione per la fotografia inizia lì: “Giravo la città, mi piacevano gli scorci, scattavo le mie foto rigorosamente in bianco e nero, ne ho ancora una dell’altra faccia del Golfo, quella con Nisida, meno conosciuta. Avevo messo su una camera oscura in casa mia per svilupparle e a volte perso nella bellezza delle foto che facevo in giro mi scordavo di mangiare o non andavo a dormire”.

Un’istantanea che ancora non riesce a dimenticare però risale all’ aprile 1981, il Napoli di Marchesi si sta giocando il campionato e al San Paolo, è primo e arriva il Perugia. Ferrario fa subito autogol e il Napoli si lancia a testa bassa alla ricerca della rimonta, ma coglie tre pali, uno di questi Pellegrini: “Lì fui uno str… -non usa mezzi termini – accompagnai il pallone con la pancia invece di buttarmi dentro la porta con tutta la palla, fui proprio str… e ancora oggi me lo sogno la notte. Un peccato, un peccato anche che la squadra non fu rinforzata con i tasselli che servivano: il Toro era un po’ in difficoltà e Pecci e Graziani andarono alla Fiorentina, li avessimo presi noi avremmo vinto il campionato”.

Prima di quel palo però c’è un’altra fotografia, più triste: “Era il 23 novembre 1980, avevo fatto un grandissimo gol a Bologna, in pullman sapemmo di quel che era accaduto ma non c’era internet né i telefonini: fu un viaggio surreale col cuore in gola, nessuno di noi parlava e l’autista andava a una velocità incredibile per tornare a casa. Non la dimenticherò mai quella domenica”. Nel 1984 l’addio a Napoli, che prende Maradona e gli mette accanto Daniel Bertoni dalla Fiorentina, ai viola come contropartita finisce Pellegrini: “Un peccato non aver giocato con Diego, sarebbe stato bello giocargli accanto”.

E dopo il calcio, le foto: “Quando facevo il calciatore ero l’unico con questo hobby. Passione che ho ripreso a fine carriera: faccio mostre e ricevo molti apprezzamenti”, ma non solo, c’è pure il “gyrotonic” una disciplina che unisce danza, arti marziali, ginnastica e non solo di cui Claudio era anche trainer: “Bellissimo, ancora oggi grazie agli anni passati col gyrotonic gestisco alla grande il mio corpo. Non ho più un mal di schiena”. “Lo so che il mondo è cambiato, ma non cambi tu”, canta Liberato. E Pellegrini, in fondo, sembra aver fatto proprio così: è cambiato il campo, è cambiata la macchina fotografica, sono cambiate le stagioni, ma non la curiosità di guardare, fermare e custodire ciò che passa. “Se potessi cambiare una foto? Nulla: mi tengo il bello, il brutto, le passioni di oggi, di ieri e quelle che verranno”. Perché certe vite non hanno bisogno di essere ritoccate: basta metterle a fuoco.

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