Il viaggio di Leone in Francia è politico: un’Europa inerte che si riarma preoccupa la Santa Sede
Papa Leone è in Francia. Il suo viaggio – dopo la recente visita in Spagna – rimarca la scelta di dedicarsi all’Europa occidentale che il predecessore Francesco aveva negletto, benché si trattasse dello spazio politico-sociale-culturale che per lunghi secoli ha rappresentato il pilastro storico della Chiesa cattolica. Francesco prediligeva le periferie del mondo, ma anche in Europa occidentale i fedeli e la pratica della fede costituiscono una “periferia” nel panorama culturale corrente. Sarà interessante vedere in che modo il pontefice agostiniano imposterà il problema. Oltre all’aspetto religioso e culturale il viaggio di Leone ha un chiaro risvolto politico perché la tappa nella città di Metz sarà dedicata espressamente ad una riflessione sui temi dell’Europa, della pace e dell’unità.
Le origini “democratiche” del papa statunitense lo spingono ad una particolare attenzione ai valori su cui è nata dopo la guerra l’Alleanza atlantica e su cui è stata costruita l’Unione europea. Lo stato dell’Europa costituisce da tempo una preoccupazione per la Santa Sede. A Lisbona, la capitale in cui nel 2007 fu firmata la riforma dell’Ue, papa Bergoglio nel 2023 aveva etichettato l’Europa di “anziano continente” e si era chiesto: “Verso dove navighi, se non offri percorsi di pace, vie creative per porre fine alla guerra in Ucraina e ai tanti conflitti che insanguinano il mondo?”.
L’interrogativo è rimasto. L’Unione europea non riesce a giocare alcun ruolo per impostare un negoziato che porti fine alla guerra in Ucraina. L’Unione europea non gioca alcun ruolo per dare a Gaza la piena autonomia di rifornimenti fondamentali e liberarla dall’occupazione israeliana (70 per cento della Striscia) che continua con estrema noncuranza a seminare morti a centinaia, fra cui tanti bambini. L’Unione europea, infine, non riesce ad aprire bocca sulla guerra che gli Stati Uniti e Israele hanno scatenato contro l’Iran nel febbraio scorso.
Eppure ben tre stati europei (Francia, Inghilterra, Germania) erano stati nel 2015 co-firmatari di quel trattato sull’uso del nucleare a fini pacifici, garantito all’Iran nel 2015 e che venne stracciato da Donald Trump durante il suo primo mandato presidenziale, su impulso di Israele. I capi di stato e di governo europei, che il presidente francese Emmanuel Macron ha invitato a Metz, non possono ignorare che la Santa Sede – oggi retta da papa Prevost – ha su punti chiave di politica internazionale posizioni molto precise che sono di monito ad un’Unione incapace di elaborare a livello internazionale azioni di ampio respiro.
Ancora oggi, dopo il massacro degli oltre settantamila gazawi ad opera dell’esercito israeliano e l’uccisione di un migliaio di palestinesi in Cisgiordania ad opera di squadracce di coloni ebraici, l’Ue non ha riconosciuto lo Stato di Palestina mentre il Vaticano – per bocca del Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin – sottolinea in occasione dell’assemblea generale dell’Onu il “diritto inalienabile del popolo palestinese a vivere, in libertà, sicurezza e dignità all’interno di uno stato indipendente e sovrano”. Rispetto al conflitto in Ucraina il ministro degli Esteri vaticano, mons. Paul Gallagher, reduce da una missione a Kyiv e a Mosca, ha sottolineato senza mezzi termini: “Per essere chiari questa guerra deve finire… E’ urgente e necessario terminare le ostilità e pianificare le relazioni future per non rimanere prigionieri dei torti del passato”. Un concetto, che non solo ritiene urgente aprire trattative concrete ma invita a pensare anche alla prospettiva di un ritorno di rapporti di collaborazione tra Europa e Russia.
E’ evidente l’abisso tra questa visione e la ripetitiva proposta di sanzioni e di automatici invii di armi da parte dell’Unione europea con la speranza ossessiva di “mettere in ginocchio” Mosca. Tuttavia è nella visione globale del momento storico – e di ciò che sarebbe necessario fare o non fare – che si manifesta il divario tra lo sguardo di Bruxelles e la vista che da Roma i pontefici hanno sullo stato del mondo.
Ai confusi progetti di riarmo lanciati dalla Commissione Ue – che non prevedono una standardizzazione degli armamenti, e non prevedono nemmeno, come sarebbe naturale, un esercito europeo – papa Leone contrappone un monito, espresso alla Sapienza: “Non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce la fiducia nella diplomazia, arricchisce élites a cui nulla importa del bene comune”. Appena giunto a Parigi, Leone ha rimarcato, citando addirittura Giovanni XXIII, l’urgenza che “venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti…”. Non sono parole con la testa rivolta al passato, ma dettate da una mente consapevole del degrado della situazione in cui sta scivolando il mondo attuale. Adesso.
Sono temi su cui l’Europa è chiamata a riflettere seriamente. E sembra paradossale che la voce geopolitica intellettualmente più laica sia quella di un leader religioso.
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