Ilva, confermato lo stop agli altiforni senza attendere la Cassazione: l’8 ottobre via allo spegnimento
L’Ilva deve spegnere l’area a caldo senza attendere il giudizio della Corte di Cassazione sulla legittimità del procedimento che ha portato alla decisione della Corte d’Appello di Milano. Il diritto alla salute è prevalente sull’interesse economico e quindi Acciaierie d’Italia, società in amministrazione straordinaria che gestisce lo stabilimento, dovrà eseguire il decreto emesso a fine luglio dagli stessi magistrati milanesi. È questa, in sintesi, la decisione presa dalla Corte d’Appello di Milano, presieduta da Giuseppe Ondei, che ha respinto il secondo ricorso di Ilva e Acciaierie: chiedevano, alla luce della data ravvicinata del giudizio della Suprema Corte, di sospendere l’esecuzione della decisione di luglio poiché l’eventuale stop agli altiforni – che potrebbero essere riaccesi in caso di annullamento del decreto da parte della Cassazione il prossimo 20 ottobre – comporterebbe centinaia di migliaia di euro di costi.
Il “pericolo” che consegue “all’eventuale ‘spegnimento’ degli altiforni” deve cedere “rispetto al preminente diritto alla salute nell’ottica del necessario bilanciamento dei contrapposti interessi”, hanno ribadito i giudici dando ragione all’Associazione Genitori Tarantini che ha aperto la vicenda cinque anni fa con una azione inibitoria collettiva. La tutela “del diritto alla salute”, infatti, è “comunque prevalente, nel doveroso rispetto dell’interpretazione data in sede comunitaria, oltre che delle stesse previsioni costituzionali”. Sulla vicenda, infatti, era intervenuta la Corte di Giustizia europea nel 2024 sostenendo che non possono essere continuamente rimandati gli interventi di ambientalizzazione e quindi l’Ilva, se inquina, deve chiudere. Il prossimo 8 ottobre – secondo le voci mai smentite dall’azienda che circolano in fabbrica – inizierà l’abbassamento della carica dell’altoforno 2, l’unico in funzionamento, così da ottemperare al decreto che impone lo spegnimento totale entro il 25 ottobre.
Il 30 settembre, davanti ai giudici, si era tenuta la discussione delle parti. Anche il sostituto procuratore generale Angelo Renna aveva chiesto di respingere la nuova istanza di sospensiva, dopo quella rigettata già l’11 settembre. I legali della ex Ilva e di AdI, invece, avevano ribadito le loro ragioni, ossia il danno irreparabile – sostenevano – dovuto allo spegnimento e avevano chiesto tempo fino a dopo il giudizio della Cassazione. Ascanio Amenduni, l’avvocato dei cittadini tarantini, invece, aveva spiegato che, essendo ora “l’impianto al minino”, non c’era nemmeno alcun “pregiudizio irreparabile”. Secondo la Corte, come si legge nell’ordinanza di 12 pagine, “la fissazione dell’udienza” della Suprema Corte non cambia nulla, rispetto ai precedenti provvedimenti che hanno indicato la prevalenza del diritto alla salute, date le emissioni nocive degli impianti e la presenza di amianto. Non cambia nulla, si legge, “rispetto al passato in ordine alla tutela sostanziale degli interessi coinvolti” e la fissazione di quell’udienza è solo “meramente consequenziale alla presentazione dei ricorsi straordinari avanti alla Suprema Corte di Cassazione”.
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