L’università non è solo slide ed esami: dobbiamo rendere piacevole il tempo passato tra le aule
di Nicola Del Sarto*
Ci lamentiamo perché gli studenti leggono sempre meno manuali e preparano gli esami soprattutto con slide, appunti e riassunti. Un’indagine realizzata da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori, che ha coinvolto 463 docenti di 34 atenei, registra una preoccupazione diffusa per la preparazione degli studenti. È la percezione dei professori, non una misurazione diretta di quanto gli studenti imparino. Ma solleva una domanda importante: che università abbiamo costruito intorno a loro?
Ci lamentiamo perché gli studenti trattano l’università solo come un luogo dove sostenere esami. Eppure abbiamo progressivamente costruito un sistema che li incentiva a viverla proprio così. Se il traguardo è superare una prova, prepararsi sulle slide può essere una scelta razionale: permette di concentrarsi sugli argomenti essenziali e passare più rapidamente all’esame successivo. Non significa necessariamente imparare altrettanto. Significa rispondere a un percorso scandito da crediti da accumulare, prove da superare e tempi di laurea da rispettare.
C’è però un aspetto di cui parliamo meno: le nostre università sono luoghi nei quali è piacevole trascorrere il proprio tempo? In molte sedi gli spazi sono organizzati soprattutto intorno alle attività programmate: aule per le lezioni, corridoi per spostarsi, biblioteche spesso affollate. Non sempre ci sono ambienti accoglienti nei quali fermarsi a studiare, discutere o incontrare altre persone. Esistono naturalmente atenei e dipartimenti che hanno investito molto in questa direzione. Ma se l’università offre poche occasioni di vita condivisa al di fuori delle attività obbligatorie, è comprensibile che venga frequentata soprattutto per quelle.
Una riflessione analoga riguarda i docenti. La presenza quotidiana nei dipartimenti è condizionata da fattori organizzativi e logistici: la distanza tra casa e lavoro, gli impegni didattici e amministrativi, il tempo da dedicare alla ricerca. E non tutti i dipartimenti offrono spazi e occasioni di confronto che rendano naturale trascorrervi l’intera giornata. Non è una questione di scarso impegno individuale, ma di condizioni che possono ridurre le opportunità di vivere l’università come comunità.
Lo studente intermittente e il professore intermittente producono così un’università intermittente: un luogo che tutti attraversano, ma che sempre meno persone abitano davvero. Eppure un ateneo dovrebbe essere molto più di un posto nel quale qualcuno tiene lezioni e qualcun altro sostiene esami. Dovrebbe permettere a persone con competenze e curiosità differenti di trascorrere abbastanza tempo insieme da far nascere idee impreviste.
Uno studente che si ferma a parlare con un professore, due ricercatori che scoprono davanti a un caffè di occuparsi dello stesso problema, un seminario seguito semplicemente perché interessante: sono momenti che non assegnano crediti e difficilmente entrano negli indicatori di valutazione. Eppure fanno parte della formazione e della produzione di conoscenza. Se studenti e docenti si incontrano quasi soltanto per attività programmate, queste occasioni si rarefanno.
Per questo la qualità degli spazi non è un lusso estetico. Biblioteche luminose, cortili, giardini, caffetterie, sale comuni e luoghi nei quali studiare e lavorare insieme sono infrastrutture della conoscenza. Non servono campus da cartolina: servono ambienti che offrano buone ragioni per rimanere anche quando non c’è nulla di obbligatorio da fare. Investirvi significa investire nelle relazioni che rendono possibile imparare e fare ricerca.
La crescita delle università telematiche rende ancora più evidente la questione. Se un ateneo tradizionale viene percepito soltanto come un servizio che offre lezioni, materiali ed esami, l’online può risultare più flessibile. L’università in presenza dovrebbe valorizzare ciò che uno schermo difficilmente sostituisce: la condivisione quotidiana di spazi, esperienze e relazioni.
Torniamo allora alle slide e ai manuali. Il punto non è solo quali materiali scelgano gli studenti, ma che significato attribuiscano all’esperienza universitaria. Quando l’ateneo diventa una successione di prove da superare, cercare il modo più efficiente per farlo è comprensibile. Se desideriamo un rapporto più profondo con lo studio, dobbiamo offrire a studenti e professori qualcosa di più di un calendario di obblighi: un’università nella quale valga la pena restare.
* PhD, Assistant Professor, Università degli Studi di Firenze
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