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Thursday, September 17, 2026

“Siamo abbandonati, Colosimo convochi il governo”: l’appello dei testimoni di giustizia dopo il suicidio di Denise Cosco

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“Siamo abbandonati, Colosimo convochi il governo”: l’appello dei testimoni di giustizia dopo il suicidio di Denise Cosco

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Il suicidio di Denise Cosco, figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo, ha aperto uno squarcio sulle difficoltà di centinaia di persone che hanno deciso per senso civico di aiutare lo Stato. Per questo l’Associazione nazionale testimoni di giustizia, presieduta da Giuseppe Carini e Ignazio Cutrò, ha chiesto alla presidente della Commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo, di sentire in audizione il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, che ha la delega alla presidenza della Commissione centrale per la definizione e applicazione delle misure di protezione. “Sono quattro anni che è al governo e vorremmo capire come mai non hanno presentato ancora una proposta per i contributi pensionistici dei testimoni, che aspettiamo da 19 anni”, denuncia Carini. “Inoltre manca il decreto attuativo della legge che permetterebbe ai testimoni di ricevere il riconoscimento del danno biologico ed esistenziale, visto che ci sono tanti testimoni fuori dal programma che si trovano in mezzo ad una strada. La Commissione presieduta da Molteni ci prende in giro, continua a dire che valuteranno le richieste del danno biologico quando sarà approvato il decreto attuativo, la legge è del 2018 e siamo nel 2026”.

Una situazione denunciata da anni dall’associazione, con centinaia di testimoni che si sentono abbandonati, senza un supporto economico e psicologico.“È dal 2019 che i testimoni non vedono un raggio di luce, non capiamo se siamo figli di questo Stato oppure no. Chiediamo questa audizione con Molteni, e di essere presenti, così potrà dirci come stanno davvero le cose, se dobbiamo fare le valigie e andare via dall’Italia, o rischiare di fare la stessa fine della povera Denise. Siamo totalmente abbandonati, abbiamo perso tutto, la nostra vita e la nostra libertà, viviamo nella paura, sappiamo di essere morti che camminano e siamo arrivati al punto di non ritorno”, aggiunge Cutrò.

Lo scorso 23 maggio a Palermo, in occasione della commemorazione della strage di Capaci, la premier Giorgia Meloni ha annunciato che “nessun testimone di giustizia sarà lasciato solo”. Eppure il caso Garofalo mostra tutte le crepe del sistema. “Denise è morta e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi non ha detto una parola, il sottosegretario Molteni neppure, per una ragazza che schiacciata dal dolore si è suicidata. Denise si è tolta la vita ed era fuori dal programma di protezione, loro sai cosa ti dicono? Non siamo responsabili per quello che accade per coloro che sono fuori dal programma. Invece dovrebbero dare un sostegno, perché il programma di protezione non significa che mi tuteli finché ho testimoniato e arrivo vivo nelle aule dei tribunali, e dopo? L’isolamento, la frustrazione, il dolore, la fatica non finiscono con la cessazione del programma di protezione”, è lo sfogo di Carini.

Il prezzo che pagano i cittadini che hanno contribuito alla giustizia sembra essere troppo alto. “Se potessi tornare indietro, farei quello che ho fatto, ma il giorno prima porterei la mia famiglia fuori da questo Paese, perché questo Paese non ci merita per colpa di una parte di politici che ci governa. Chiediamo a Meloni di dimostrarci che vogliono davvero combattere la mafia e aiutare i testimoni, ma non con le chiacchiere, con i fatti”, aggiunge Cutrò. Infine il ricordo per Denise. “Sono stanco, ho pensato anche io di suicidarmi, ma non gliela do vinta così facilmente. Se avessi potuto parlare con Denise, avrei cercato di convincerla. L’avrei abbracciata. E se c’era da buttarsi, lo avremmo fatto insieme. Capisco il suo malessere: l’abbandono. È la cosa più atroce che un testimone possa provare, da chi ha protetto e difeso lo Stato dentro le aule giudiziarie. Vergogna!”, conclude.

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