11 settembre. "Era la più normale e luminosa delle mattine": il racconto di chi era sotto le Torri

“Era la più normale e luminosa delle mattine, bellissima, con il cielo azzurro”.
È da qui che, venticinque anni dopo, comincia il ricordo dell'11 settembre di Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi, giornalisti italiani che allora vivevano con la figlia Francesca a poche centinaia di metri dalle Torri Gemelle. Non sono i soli. Quel cielo insolitamente limpido ritorna nei racconti di chi quella mattina era a New York quasi quanto il fumo che, poche ore dopo, avrebbe oscurato tutto.
Lo ricordò Rudolph Giuliani, allora sindaco della città: quando gli riferirono del primo aereo contro il World Trade Center, alzò gli occhi e pensò a quanto fosse difficile immaginare un incidente in una giornata con una visibilità così perfetta.
Lo ricordano i cameraman della CBS Mark LaGanga e Mark Weitz, quel “cielo terso di una bellissima giornata di fine estate, con appena un accenno d'autunno nell'aria”. Una donna che avrebbe dovuto raggiungere il World Trade Center raccontò anni dopo allo Smithsonian di aver cambiato programma proprio perché la giornata era troppo bella per non concedersi una passeggiata.
Cometto e Maggi avevano accompagnato la figlia a scuola a piedi, come ogni giorno. Erano arrivati a New York l'anno precedente e quei due grattacieli erano ormai entrati nel loro paesaggio familiare. Nel tragitto verso la scuola avevano il fiume da una parte e le Torri dall'altra: “quasi un faro psicologico”. Un punto fermo nello skyline e nelle loro giornate.
Poi, appena rientrati a casa, una telefonata di un collega da Milano: “Avete visto cosa succede?”. Le finestre dell’appartamento guardano verso il New Jersey e non sanno ancora del primo impatto. Scendono in strada in ciabatte, ma con il taccuino in mano. Pensano ancora a un incidente, a un aereo finito contro un grattacielo.
Quando alzano gli occhi, le Torri colpite sono due.
I corpi che cadevano e gli appunti sul taccuino
“La scena è stata allucinante. Eravamo paralizzati”. Poi, quasi automaticamente, prende il sopravvento il mestiere. Cometto e Maggi sono due giornalisti (del Corriere della Sera e della Stampa) e fanno quello che hanno sempre fatto: osservano, cercano di capire, prendono appunti. Ma questa volta davanti a loro ci sono le Torri in fiamme. E le persone intrappolate ai piani più alti.
È questa l’immagine che, venticinque anni dopo, dicono di avere ancora “negli occhi e nel cuore”: gli uomini e le donne che, senza più una via di fuga, si gettano nel vuoto.
“Il primo che ho visto buttarsi mi ha svegliato da quella sensazione di paralisi o torpore”, racconta Glauco Maggi. Intorno a lui, la gente comincia a capire: “Questo è un attentato”. Arrivano poliziotti e vigili del fuoco, mentre per strada centinaia di persone restano immobili, con lo sguardo rivolto verso l’alto. Sul taccuino annota gli orari: “9.11, visto il primo. 9.13, adesso il secondo”. Appunti asciutti, insopportabili riletti oggi. “Quella casualità assurda ci aveva messi lì, in quella posizione, in quel giorno, in quel momento, ad assistere alla storia che si stava dipanando”.
L'11 settembre negli occhi di una bambina
Quando arriva l’ordine di lasciare la zona, Cometto e Maggi corrono a prendere Francesca a scuola. Sono a pochi passi dall’edificio quando la prima Torre crolla su se stessa e la nuvola di polvere arriva a lambire il punto in cui si trovano. Con Francesca per mano cominciano a camminare verso nord. Dopo poco lungo Hudson Street si voltano indietro e, questa volta tutti e tre insieme, vedono crollare la seconda Torre.
Francesca ha appena otto anni. Guarda lo skyline e dice una frase che i genitori non dimenticheranno più: “L’Empire State Building è tornato a essere il grattacielo più alto della città”.
Il racconto si spezza. Restano in silenzio per alcuni secondi, prima di riuscire a riprendere. Quella considerazione da bambina, venticinque anni dopo, conserva intatta la misura di ciò che era accaduto: le Torri, che quella mattina erano ancora il punto di riferimento del suo mondo, non ci sono più.
“Questo è l’unico modo in cui posso vedere New York oggi e domani”
C’è un altro episodio che Cometto e Maggi ricordano. La scuola di Francesca rimase chiusa per tutto l’anno, utilizzata dalle agenzie federali e dai soccorritori. Quando le lezioni ripresero in una sede provvisoria nel Village, le maestre chiesero ai bambini di disegnare come immaginavano la New York del futuro.
Gli altri riempirono i fogli di casette, sole e fiori. Francesca fu l’unica a disegnare le Torri Gemelle: una già accasciata, avvolta nella polvere e nel fumo nero, l’altra ancora in fiamme. Quando le chiesero perché, rispose: “Questo è l’unico modo in cui posso vedere New York oggi e domani”.
Venticinque anni dopo, quel disegno porta direttamente al tema della memoria: come si racconta l’11 settembre a chi non c’era?
Solo negli Stati Uniti, circa 100 milioni di persone sono nate dopo gli attentati. Sono tre miliardi in tutto il mondo. A loro si aggiungono quelli che nel 2001 erano troppo piccoli per conservarne una memoria diretta. Per una parte sempre più grande della popolazione, dunque, l’11 settembre non è un ricordo: è storia.
Una storia che oggi passa inevitabilmente anche attraverso reel e post sui social, dove eventi enormi vengono compressi in pochi secondi e dove, nello stesso flusso, possono convivere documenti autentici, ricostruzioni false e teorie del complotto. Con un rischio maggiore proprio per chi di quel giorno non possiede una memoria diretta.
Per questo, venticinque anni dopo, conservare la memoria significa anche difenderla dalla disinformazione. E per raggiungere i più giovani bisogna usare gli stessi linguaggi e gli stessi canali nei quali incontrano le fake news, riportando però al centro le fonti.
È uno dei passaggi più delicati del venticinquesimo anniversario: l’11 settembre sta uscendo dalla memoria vissuta per entrare nella storia proprio mentre quella storia viene raccontata in un ecosistema informativo in cui vero e falso possono confondersi.
E allora acquistano ancora più valore le tracce lasciate da chi c’era: le testimonianze, gli appunti presi mentre accadeva, le fotografie, i filmati. Persino il disegno di una bambina di otto anni.
La New York di oggi: "Pensavamo che non si sarebbe ripresa mai più"
Pochi giorni dopo l’attacco Cometto e Maggi tornarono verso il loro appartamento.
Per raggiungerlo dovettero camminare tra le macerie, la polvere e i fogli di carta precipitati dalle Torri che avevano ricoperto il parco. Davanti a quella devastazione ebbero un pensiero: «Questo quartiere non si riprenderà mai più».
Venticinque anni dopo è accaduto il contrario. La popolazione dei quartieri più a sud di Manhattan è triplicata. Nell’area lavorano circa 230 mila persone; gli alberghi, che allora erano appena sei, sono diventati 42. Lower Manhattan non è soltanto tornata a vivere: Ground Zero è diventato uno dei luoghi simbolo e una delle grandi mete di chi visita New York.
È anche da qui che nasce il loro nuovo libro, “Da Giuliani a Mamdani. New York 25 anni dopo l’11 settembre”, in cui l'attacco alle Torri Gemelle è il punto di partenza per osservare la metamorfosi di New York attraverso cinque amministrazioni, da Rudolph Giuliani a Zohran Mamdani, e attraverso crisi che sembravano ogni volta capaci di spezzarla: il terrorismo, la crisi finanziaria, gli uragani, la pandemia. La città che ne emerge è diversa da quella del 2001: meno legata a Wall Street e più alla tecnologia, più ricca di musei e centri culturali e più sicura, ma anche molto più cara e attraversata da profonde divisioni politiche.
Venticinque anni dopo, di quella mattina luminosa restano la memoria di ciò che accadde e una città che, contro ogni previsione, è riuscita ancora una volta a cambiare.
Il libro di Marta Teresa Cometto e Glauco Maggi (Ufficio stampa)
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