Azzurri: maxi convocazione ed esordienti, Mancini riparte alla Bernardini
E' una strada impervia e piena di trabocchetti quella che si accinge a imboccare Roberto Mancini.
Il tecnico azzurro si porta appresso il marchio della fuga nell'eldorado arabo che oscura sia i trionfi (titolo europeo 2021 e striscia record di 37 risultati utili) che le sconfitte (la cacciata dal mondiale dopo il ko con la Macedonia del Nord).
Per il pacchetto di partite di Nations League (si parte venerdì all'Olimpico con il Belgio) sono 34 i convocati con 9 debutti.
Considerando i 25 dell'Under 21 di Baldini sono una sessantina sotto osservazione per il nuovo ciclo, una platea vasta da cui ricostruire un'identità per aprire un ciclo che porti risultati e ricrei un senso di appartenenza da parte dei tifosi italiani.
E' uno spartiacque insidioso ma affascinante che fa tornare in mente il tentativo in chiaroscuro affidato 52 anni fa a un gigante gentiluomo del calcio, fuori dal coro, come Fulvio Bernardini chiamato, a 69 anni, a far riemergere la nazionale che, dopo i fasti dell'europeo 1968 e della finale mondiale 1970, sprofondò ai mondiali 1974 con un gruppo invecchiato, eliminata nel girone eliminatorio dalla Polonia, che cercò invano di 'ammorbidire'.
Col suo carisma da fuoriclasse (Vittorio Pozzo gli negò l'azzurro e i mondiali 1934 perché era troppo bravo rispetto agli altri, da allenatore vinse gli scudetti in piazze poco abituate come Firenze e Bologna affossando la Grande Inter) nell'agosto 1974 fece 2000 km con la sua macchina per visitare in ritiro le squadre, parlare con giocatori e tecnici e convocò a Coverciano decine e decine di giocatori, anche di squadre di seconda fascia e di serie B.
Bernardini tirava dritto senza curarsi delle critiche (voleva soprattutto giocatori 'dai piedi buoni') ma i risultati non lo aiutarono. Contro l'Olanda di Cruyff e Neeskens fece esordire Rocca, Roggi, Orlandini, Zecchini e Antognoni e fini' 3-1 per i vicecampioni del mondo. Per voltare pagina lasciò a casa anche Mazzola e Rivera. "Voglio una squadra - era il suo credo - che giochi a tutto campo, con interscambi. Chi non corre, non gioca.
E senza portar troppo palla, cercare passaggi veloci. E voglio eclettici, giocatori capaci di adattarsi a tutte le situazioni".
C'era talmente entusiasmo intorno alle scelte da 'marziano' di Bernardini che per una partitella con l'Under 23 a Roma il 23 settembre 1974 confluirono 60 mila spettatori di cui 40 mila paganti. Dopo un anno di risultati deludenti venne affiancato da Enzo Bearzot che poi rimase in sella da solo. Ma le basi erano state gettate. Dalla semina impostata da Bernardini vennero fuori anche Gentile, Bettega, Causio, Graziani, Zaccarelli, Scirea a cui si aggiunsero, dai settori giovanili, Collovati, Tardelli, Cabrini e Paolo Rossi. Con il cesello finale di Bearzot era nata l'Italia che dette spettacolo ai mondiali 1978 e vinse Spagna 1982.
Il 'dottore' (era laureato in scienze politiche ed era anche un apprezzato giornalista) andò via da Coverciano senza lamentarsi, lui che aveva un carattere fumantino (una volta al volante insultò Mussolini che l'aveva superato con una manovra spericolata e a salvarlo dall'arresto fu il suo amico Monzeglio, intimo del duce, che organizzò un incontro di tennis 'riparatore' a Villa Torlonia).
Tutt'altro è l'atteggiamento di Mancini, perfettamente inserito nel sistema calcio. Ma ora più che la forma conta la sostanza e il ct deve portare risultati per far dimenticare lo strappo arabo e suscitare un entusiasmo che i tifosi italiani riservano ora a Sinner, Antonelli e ai campioni di atletica, nuoto e pallavolo.
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