“Sono un nomade stanziale e da Bologna lavoro dall’Irlanda alla Cina. I giovani se ne vanno alla ricerca di etica, merito e reputazione”
A 83 anni Piero Formica continua a lavorare. Non perché debba dimostrare qualcosa, né perché abbia bisogno di aggiungere una riga al curriculum. Semplicemente, perché dall’altra parte del computer ci sono studenti da seguire, libri da scrivere, lezioni da preparare e colleghi con cui confrontarsi. Vive fisicamente a Bologna, ma il suo lavoro continua a viaggiare tra Irlanda, Inghilterra, Svezia, Cina e altri angoli del mondo. “Oggi mi definisco un nomade stanziale”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Una definizione che contiene già una storia: quella di un uomo partito dall’Italia nel 1971 e che, dopo oltre mezzo secolo, non ha mai davvero smesso di muoversi.
Nato a Genova nel 1943, Formica ha vissuto poco nella città d’origine, poi a Messina, dove nel 1965 si laurea con lode in Scienze politiche. La tesi, dedicata alla teoria pura del commercio internazionale, gli vale anche una menzione speciale per l’attitudine scientifica. Potrebbe restare all’università siciliana, ma per un incarico deve attendere che venga rispettata una decisione già presa a favore di un altro candidato. È il primo bivio. Formica guarda altrove. Studia alla Johns Hopkins di Bologna, entra in contatto con economisti internazionali e frequenta Cambridge. Poi arriva all’OCSE di Parigi, ancora giovanissimo, attraverso una “raccomandazione” e un colloquio durato un’intera giornata. È una parola che, precisa, ha un significato molto diverso nel mondo anglosassone: “Una persona si prende l’enorme responsabilità di segnalarmi a un suo collega dicendo che, se avete spazio, merita di lavorare con voi”. Non una corsia preferenziale, dunque, ma una reputazione messa in gioco. Da lì comincia la sua carriera internazionale, che lo porta dall’econometria all’economia della conoscenza e poi nelle università di mezzo mondo.
Formica guarda ai giovani ricercatori italiani di oggi e vede una situazione peggiorata rispetto a quella incontrata dalla sua generazione. Non perché all’epoca fosse semplice, ma perché lui riuscì a trovare borse di studio, sostegno economico e soprattutto porte internazionali da attraversare. Oggi, sostiene: “Molti partono perché in Italia non trovano né risorse né ambienti abbastanza aperti”. Racconta la storia di un giovane del Politecnico di Milano che gli chiese di poter completare la tesi in Irlanda. Formica lo segnala a un collega. Il ragazzo arriva, lavora, si fa apprezzare e viene invitato a proseguire con un PhD. “Nell’arco di tre anni è diventato un professore junior”. Per Formica è uno dei tanti esempi di come funzionino i percorsi internazionali quando entrano in gioco tre elementi a lui cari: “Etica, merito e reputazione”. È anche il motivo per cui critica il sistema italiano dei concorsi e una cultura accademica che, a suo giudizio, non riesce a valorizzare abbastanza chi ha qualcosa da offrire. “I ragazzi vanno via perché trovano ambienti, tra virgolette, facili”, dice. Facili non perché privi di difficoltà, ma perché consentono di essere valutati per ciò che si sa fare.
La sua storia personale è la dimostrazione più evidente di questa differenza. Avvicinandosi ai 70 anni viene chiamato ad Abu Dhabi come consigliere del ministro dell’Università e dell’Istruzione degli Emirati per l’apertura di una cattedra sull’imprenditorialità innovativa. Poi arriva l’incontro con Martin Curley, direttore della ricerca di Intel, che lo porta all’Innovation Value Institute della Maynooth University, in Irlanda. Dal 2009 Formica lavora lì come research professor. Studia il rapporto tra tecnologia e umanesimo, segue dottorandi, pubblica libri e articoli, partecipa a board internazionali. E il suo contratto è stato rinnovato fino al 2028. “Fin quando la mia testa funziona mi tengono e mi pagano”, racconta con una semplicità che dice molto più di qualsiasi celebrazione della longevità accademica. In Italia, sostiene, “un percorso simile sarebbe impensabile”. Il suo lavoro viene valutato da un comitato internazionale e nessuno gli chiede appartenenze politiche. “Non devono chiedere permesso a nessuno”.
Anche una giovane studentessa cinese, dopo aver trovato uno dei suoi libri alla Bodleian Library di Oxford, gli ha chiesto di diventare suo mentore. Da quella relazione è arrivata anche la proposta di nominarlo fellow della Core Academy of Sciences and Humanities di Hong Kong. La sua giornata oggi è fatta di connessioni che non hanno bisogno di un luogo fisico. Recentemente ha tenuto online lezioni su Montaigne a ragazze di 12 e 13 anni della Woldingham School. Prima della lezione, gli studenti ricevono i suoi materiali e gli mandano domande. Lui trascorre una giornata a rispondere, poi tiene la lezione e torna sulle nuove domande che arrivano dopo. “L’insegnamento non dovrebbe essere basato sulle risposte che gli studenti danno ai professori, ma sulle domande che gli studenti fanno ai professori”. È una filosofia che attraversa anche il suo lavoro sulla tecnologia e sull’intelligenza artificiale, tema di un nuovo libro al quale sta lavorando. Formica osserva così l’Italia da una posizione particolare: abbastanza vicino da continuare a viverci, abbastanza lontano da confrontarla ogni giorno con ciò che accade fuori. Non parla di paradisi e inferni, ma di differenze culturali. E la sua critica più dura non riguarda una singola legge o un singolo governo: riguarda l’assenza di modelli. “Un ragazzo che vuole fare studi umanistici non ha nessun role model”, sostiene. È quella che chiama la “triade media, politica e corporazione-istituzione”: in Italia, a suo giudizio, “la notorietà passa troppo spesso dall’appartenenza a uno di questi mondi”. Per questo si considera un nomade stanziale: non è più necessario partire con una valigia per essere fuori dall’Italia. Si può abitare a Bologna e lavorare per il mondo, avere studenti in Asia, colleghi in Irlanda e lezioni da tenere in Inghilterra. Il corpo resta fermo, il lavoro continua a viaggiare.
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