Non passa il referendum della California sulla tassa sui multi-miliardari. Che hanno investito 380 milioni per affossarlo
La mobilitazione senza precedenti dei super ricchi per affossare la proposta di una tassa una tantum del 5% sulle ricchezze dei miliardari residenti in California ha avuto successo. A scrutinio ancora in corso, i No al referendum sulla Proposition 40 sono vicini al 56%. Per la Silicon Valley, che ha investito centinaia di milioni di dollari nella campagna per fermare il prelievo, è una notevole vittoria. Tanto più che arriva nel giorno in cui i Repubblicani e l’amministrazione Trump, a cui i giganti del tech si erano legati mani e piedi, vengono travolti da una clamorosa sconfitta anche in Stati che governano da decenni. Nel Golden State, solidamente Democratico, i soldi continuano ad avere la meglio.
La consultazione sul Billionaire Tax Act era stata promossa dal sindacato SEIU-United Healthcare Workers West per recuperare risorse dopo i feroci tagli federali alla sanità decisi dall’amministrazione Trump. L’imposta straordinaria sul patrimonio netto imponibile avrebbe colpito chi ha almeno un miliardo di dollari di ricchezza e risultava residente in California il 1° gennaio 2026. Circa 250 super ricchi che al momento, come ha mostrato uno studio di Gabriel Zucman con Emmanuel Saez e Jasper Boll, versano annualmente a titolo di imposta sul reddito solo lo 0,2% di quel che possiedono. Il gettito, per i promotori, avrebbe potuto raggiungere quota 100 miliardi di dollari in cinque anni, considerata la possibilità di rateizzare il conto. Il 90% delle entrate sarebbe stato destinato alla sanità, il restante 10% a istruzione, assistenza alimentare e amministrazione dell’imposta.
Per contrastare la misura si sono mobilitati alcuni degli uomini più ricchi del pianeta. Rendendo questa consultazione referendaria “la più costosa della storia mondiale”, come ha calcolato David McCuan, docente di scienze politiche alla Sonoma State University sentito dal Washington Post: i contrari hanno raccolto nel complesso oltre 379 milioni di dollari, mentre i sostenitori della Proposition 40 si sono fermati a poco più circa 33 milioni. Il caso più eclatante è quello di Sergey Brin, cofondatore di Google, che ha versato oltre 100 milioni di dollari Building a Better California, gruppo che a sua volta ha finanziato la campagna contro la tassa sostenendo due misure che avrebbero potuto impedirne l’entrata in vigore anche se la Proposition 40 avesse ottenuto la maggioranza dei voti. L’ex di Google Eric Schmidt ha contribuito con altri 42 milioni. E altri 27 miliardari hanno messo sul piatto il loro potere economico
Secondo un’analisi del WP, il fronte del No ha speso in pubblicità 250 volte in più rispetto ai sostenitori della tassa. Inondando i media di spot pubblicitari stando ai quali la misura destinata a finanziare la sanità si sarebbe rivelata un boomerang perché avrebbe ridotto il gettito ordinario dell’imposta sul reddito per effetto della presunta “fuga dei miliardari” dallo Stato, una delle bandiere degli oppositori. Il governatore democratico Gavin Newsom ha contribuito a questo spin, nonostante la proposta fosse stata disegnata in modo da evitare il rischio di trasferimento della residenza fiscale: chi viveva in California alla fine di novembre 2025, quando la Prop 40 è stata annunciata, ha avuto solo poche settimane per spostarsi altrove. Per smontare questa campagna a colpi di disinformazione non sono evidentemente bastati gli endorsement alla tassa arrivati dai Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Daron Acemoglu, Peter Diamond, Abhijit Banerjee ed Esther Duflo.
Il risultato è una battuta d’arresto per chi puntava a fare della California un laboratorio per la tassazione delle grandi fortune, con ricadute sul dibattito nazionale e internazionale. E un’ulteriore dimostrazione di come la ricchezza estrema, davanti a una potenziale minaccia, sia in grado di orientare a proprio beneficio i meccanismi democratici.
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