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Wednesday, October 28, 2026

L’obbligo di pubblicare le sentenze di assoluzione è legge: anche il Senato approva il ddl di Enrico Costa (FI)

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L’obbligo di pubblicare le sentenze di assoluzione è legge: anche il Senato approva il ddl di Enrico Costa (FI)

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Via libera del Senato alla legge “garantista” di Enrico Costa. Il capogruppo di Forza Italia alla Camera esulta ovviamente di fronte alla notizia che il Senato, in meno di un’ora di dibattito, ha definitivamente votato la sua proposta di legge sull’obbligo per tutti i media, giornali, siti, tv, di pubblicare “una sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di non luogo a procedere, o un provvedimento di archiviazione” se il protagonista del caso, oggetto di un articolo che dava conto del suo coinvolgimento giudiziario, ne fa esplicita richiesta. La notizia è che su una legge che riguarda la giustizia, protagonista in tutta la legislatura di un duro conflitto tra il governo Meloni e le opposizioni, stavolta invece non va così. Scontato il voto favorevole della maggioranza, ma proprio l’opposizione non ne dà uno contrario, ma si astiene, contestando soprattutto il ruolo attribuito al Garante della privacy che, di fronte alla frenata dei media e alla richiesta del soggetto coinvolto, “entro 5 giorni”, quindi un tempo brevissimo, analizza il caso e rende obbligatoria la pubblicazione. Dichiarandolo in aula si astengono M5S, Pd, Avs e Iv. L’unica voce contraria, con meno di un minuto di intervento, è quella del Dem Filippo Sensi che parla “a titolo personale”. Contro il tentativo “di vendicarsi dei giornalisti, del loro lavoro, della libertà di informazione, in un contesto nel quale il giornalismo è sotto attacco, maltollerato e colpito da poteri vari, anche economici, da governi e purtroppo anche dai Parlamenti”.

Ovviamente, dalla Camera, arriva la soddisfazione di Costa, che ha presentato la sua proposta nei primi giorni della legislatura e poi si è battuto, anche con varie “concessioni” all’opposizione, per portarla a casa. “È una norma di civiltà e di giustizia, che tutela concretamente la reputazione delle persone coinvolte in un procedimento penale” dichiara Costa. Che commenta così l’astensione delle opposizioni: “È un segnale importante, visto che sulla giustizia ci sono state spesso divisioni nette”.

Scontata la “ola” di Forza Italia. Perché, mentre resta ancora al palo il ddl Zanettin sugli smartphone, con un duro scontro tra lo stesso Costa e i meloniani favorevoli alle richieste del procuratore nazionale Antimafia Gianni Melillo, passa invece l’obbligo di pubblicare assoluzioni e archiviazioni che entra nel Codice della privacy con il nuovo articolo 144ter. Un legge di due soli articoli, il secondo solo per escludere un carico economico, e che al primo recita così: “Su richiesta della persona nei cui confronti sono stati pronunciati sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di non luogo a procedere ovvero provvedimento di archiviazione, il direttore o il responsabile della testata giornalistica, radiofonica, televisiva o telematica che ha dato notizia del procedimento penale o di atti o provvedimenti relativi è tenuto a dare pubblicità, senza oneri per l’interessato, alla notizia dei provvedimenti favorevoli a quest’ultimo, con rilievo adeguato allo spazio già riservato al relativo procedimento penale”. Dunque un obbligo vero e proprio che, in ben due interviste al Fatto quotidiano, secondo l’avvocato Caterina Malavenda già esiste. Per Costa invece, che lo ha ribadito ancora ieri, siamo di fronte a una norma che stabilisce un principio inderogabile: “Oggi nasce una legge profondamente garantista e liberale, perché rimette al centro la persona, la sua dignità, la sua reputazione e il suo diritto a non rimanere prigioniera per sempre di un’accusa dalla quale è uscita completamente estranea”. Per lui il voto definitivo di oggi è “una bella pagina”, di cui è “particolarmente orgoglioso” perché “la legge porta la firma di Forza Italia, a dimostrazione che il garantismo non è solo nel nostro Dna, ma soprattutto che sappiamo declinarlo in provvedimenti concreti”.

Ovviamente d’accordo con lui la capogruppo di Fi al Senato Stefania Craxi che nel voto di oggi vede “una risposta concreta a una questione di civiltà giuridica, perché quando un cittadino viene assolto o la sua posizione viene archiviata non si può consentire che il sospetto sopravviva alla verità giudiziaria”. In aula, durante il dibattito prima del voto, piena soddisfazione di Pierantonio Zanettin, il capogruppo forzista in commissione Giustizia che da venerdì scorso è candidato come laico del Csm proprio dai capigruppo Craxi e Costa, unico caso del genere nella lista degli aspiranti al Csm: “Il ddl Costa è uno dei provvedimenti più significativi dell’intera legislatura”. Perché “interviene sull’autentico paradosso del processo penale dove riceve grande visibilità mediatica l’apertura di un’indagine o un rinvio a giudizio, con conferenze stampa dei pm, spesso con toni altisonanti, sparate in prima pagina a caratteri cubitali. Poi i riflettori si spengono. Quando arrivano a soluzioni, proscioglimenti, archiviazioni l’attenzione è molto minore e non trova spazio sugli articoli di stampa”.

Ma è con il ruolo attribuito al Garante della privacy che si apre il conflitto con le opposizioni. Recita il testo che se la richiesta dell’assolto o dell’archiviato non viene pubblicata “l’interessato può rivolgere una segnalazione al Garante che decide nei cinque giorni successivi e, all’esito di tale procedimento, può ordinare la pubblicazione della notizia dei provvedimenti favorevoli per l’indagato o l’imputato”. Proprio questo dictat viene bocciato, via via nel breve dibattito a Palazzo Madama, da Ilaria Cucchi di Avs, da Ada Lopreiato di M5S, da Walter Verini del Pd. Cucchi insiste anche sull’ostinata indifferenza della maggioranza e dei meloniani sulle querele temerarie. Lopreiato contesta il coinvolgimento del Codice della privacy perché così “il ddl Costa rischia di sovrapporsi a strumenti già esistenti senza chiarire come debbono coordinarsi”. E giudica sbagliato che “le sentenze di assoluzione, di proscioglimento, di non luogo a procedere e le archiviazioni possano essere messe sullo stesso piano”. Ma soprattutto per Lopreiato la norma Costa limita “la libertà di stampa perché introduce un obbligo generalizzato a carico del direttore o del responsabile anche se la prima notizia era stata pubblicata correttamente”. Ma la maggiore criticità è quell’intervento del Garante che decide in soli cinque giorni, con l’ovvio rischio di “una procedura sommaria”.

L’ultima stoccata arriva, con “perplessità fortissime”, dal Dem Walter Verini di fronte a un ddl “delicato” che riguarda “il rapporto della maggioranza con i principi costituzionali della libertà di informazione e del diritto alla privacy”. Principi che proprio la maggioranza ha attaccato. Verini rivendica gli interventi del suo gruppo alla Camera per cambiare il testo Costa e chiude così: “I giornali non sono l’agenzia Stefani, non sono organismi di regime, debbono fare con coscienza il loro lavoro rispettando il principio della libertà di informazione, senza colpire immotivatamente la reputazione delle persone”. Ma vanno fatti i conti con “la pulsione” della maggioranza a tenere occultati i provvedimenti sui colletti bianchi. Quindi l’astensione è frutto di una norma come quella di Costa di cui “inquieta fortemente la ratio”, nonché il contesto delle iniziative di maggioranza sulla giustizia in cui si inquadra”.

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