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Tuesday, September 1, 2026

Caracas, il petrolio al centro: Eni e Chevron pronte a firmare nuovi accordi

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Dopo mesi di trattative, diverse grandi compagnie energetiche, tra cui l'italiana Eni, le americane Chevron e GE Vernova, l'indiana ONGC e la colombiana GeoPark, sono ormai a un passo dal firmare i contratti definitivi in Venezuela. 

A rivelarlo è l'agenzia Reuters, le firme potrebbero arrivare già in settimana e si muovono su un binario diverso rispetto al maxi-accordo politico tra Washington e Caracas, pensato per garantire agli Stati Uniti una fetta delle riserve energetiche del Paese.

La maggior parte di queste intese serve a completare la transizione (durata sei mesi) verso le regole della nuova legge sugli idrocarburi. Questo cambio di rotta offre alle aziende straniere molta più libertà d'azione: possono gestire i giacimenti con meno vincoli, esportare direttamente il greggio e incassare i profitti in modo più agile. 

Questi accordi commerciali non vanno confusi con il più ampio patto tra i due governi annunciato la settimana scorsa. Con quell'intesa, la Casa Bianca punta a mettere le mani su una quota di 17 giacimenti che custodiscono circa 65 miliardi di barili di riserve provate, vale a dire un quinto di tutto il petrolio venezuelano.

Per Chevron si preannuncia un affare enorme. L'azienda punta ad aggiungere al proprio portafoglio un blocco nella vastissima cintura dell'Orinoco, mossa che le permetterebbe di espandere una joint venture già attiva con la compagnia di Stato locale, la PDVSA. Inoltre, Chevron vuole negoziare un'area nel nord di Monagas, strategica per produrre i diluenti necessari a trattare il greggio extra-pesante.

I dettagli pratici su come funzionerà l'operazione non sono ancora stati svelati dal presidente americano. Tuttavia, Bloomberg e altre testate hanno svelato che dietro le quinte si muove Alejandro Betancourt, un controverso imprenditore venezuelano indagato per riciclaggio in Svizzera e in Spagna. Nonostante i sospetti e le forti polemiche in patria, Betancourt si sta confermando una figura centrale negli equilibri geopolitici del Paese, oggi come in passato.

L'imprenditore è il socio di maggioranza della North American Blue Energy Partners (NABEP), la seconda realtà petrolifera del Paese dopo Chevron, e da mesi fa da ponte con Washington. Secondo le ricostruzioni, il governo americano acquisterebbe una quota "passiva" del 35% in NABEP, ottenendo il diritto prioritario di comprare a prezzo di costo il 20% di quanto estratto.

Questa maxi-operazione sta però sollevando parecchi dubbi tra giuristi ed esperti del settore, che chiedono massima trasparenza sui contratti e ne mettono in discussione la stessa legalità.

Il patto, annunciato venerdì dal presidente Donald Trump e confermato dalla presidente ad interim venezuelana Delcy Rodriguez, metterebbe sotto l'influenza di Washington 65 miliardi di barili di petrolio: una cifra enorme, se si pensa che supera l'intera riserva provata degli Stati Uniti (pari a 46 miliardi).

A far storcere il naso agli analisti sono anche le modalità: non c'è stata alcuna gara pubblica e le trattative sono rimaste segrete fino a pochi giorni fa, proprio mentre il Venezuela stava ridisegnando la sua legge sugli idrocarburi e trasferendo decine di vecchi contratti verso il nuovo regime giuridico, un processo che tra l'altro non è ancora finito.

Trump ha accennato sui social a una "collaborazione con imprese private", senza però fare nomi sulle aziende che gestiranno i campi petroliferi per conto degli Stati Uniti. La NABEP di Betancourt ha dichiarato al New York Times di essere pronta a collaborare e molti media danno ormai per scontato il suo coinvolgimento.

Secondo la presidente ad interim Rodriguez, l'accordo durerà almeno 25 anni, dovrebbe portare 100 miliardi di dollari di investimenti e fruttare al Venezuela 209,3 miliardi tra tasse e royalties. In pratica, al Paese resterebbero circa 19 dollari per ogni barile prodotto. In teoria.

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