Arabia Saudita, ratificata la condanna a morte di un minorenne
Il 14 ottobre le autorità saudite avevano illuso di essere in grado di esercitare clemenza: era stata infatti annullata la condanna a morte di Anojan Sivarasa, un lavoratore migrante di 24 dello Sri Lanka, in precedenza giudicato meritevole dell’impiccagione per un commento, ritenuto offensivo nei confronti del profeta Maometto, scritto nel corso di uno scambio di insulti tra musulmani e induisti sotto a un post di Facebook.
Poi, tutto è tornato nella norma. Il 16 ottobre la Corte suprema ha ratificato la condanna a morte di Yousef al-Manasif, accusato di “reati di terrorismo” per aver preso parte a manifestazioni della minoranza sciita e a funerali di membri di quest’ultima. Tali “reati di terrorismo” sarebbero stati commessi quando al-Manasif aveva tra 15 e 17 anni: un minorenne, dunque, categoria nei confronti della quale il diritto internazionale prescrive un divieto assoluto non solo di eseguire ma anche di emettere condanne a morte. Secondo l’organizzazione per i diritti umani Reprieve, al-Manasif è stato torturato affinché firmasse una dichiarazione autoincriminante. Arrestato nel 2017, ha potuto vedere un avvocato solo cinque anni dopo.
Sempre secondo Reprieve, nonostante nel 2020 le autorità saudite avessero annunciato l’abolizione della pena capitale per i minorenni al momento del reato, le esecuzioni di persone incriminate quando avevano meno di 18 anni sono proseguite.
Quest’anno ce ne sono state già due: ad aprile Ali al-Subaiti è stato impiccato sempre per “reati di terrorismo” che avrebbe commesso quando di anni ne aveva 12. Il 17 ottobre è stata la volta di Hassan Zaki al-Faraj, 14 anni al momento del reato.
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