Quanti libri bisogna leggere per essere colti? Umberto Eco aveva la risposta
In una sua famosa Bustina di Minerva del 1997, intitolata “Quanti libri non abbiamo letto?“, Umberto Eco si interrogava su quale fosse la soglia di libri letti per potersi definire “colti”. Osservava il compianto semiologo: “Quanto tempo ci vuole per leggere un libro? Parlando sempre dal punto di vista del lettore comune, che dedica alla lettura solo alcune ore del giorno, azzarderei per un’opera di medio volume almeno quattro giorni. È vero che per leggere Proust o san Tommaso occorrono mesi, ma ci sono capolavori che si leggono in un giorno. Atteniamoci dunque alla media di quattro giorni.”
Una pletora di volumi stampati invade ogni giorno gli scaffali delle nostre librerie in cerca di un lettore. Si fatica a stare al passo della sterminata bibliografia in continuo divenire. Se consideriamo un tema qualunque, come ad esempio l’intera produzione libraria su Dante, il progetto Bibliografia Dantesca Internazionale enumera circa 9.000 titoli in lingua italiana (senza contare gli articoli scientifici e tralasciando i testi nelle maggiori lingue internazionali…).
Se ci atteniamo alle statistiche echiane (che certo di libri e lettura era esperto), un avido lettore, tra i 15 e gli 85 anni avrà letto circa 6.400 libri, poco più di 2/3 solo dell’intera produzione sul Sommo Poeta… Neanche i maggiori dantisti del nostro tempo possono vantare di aver dunque letto tutti i testi editi sulla loro disciplina.
Concludeva Eco chiosando da par suo: “Si rassicurino i lettori. Si può essere colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo stesso libro. Dovrebbero preoccuparsi solo coloro che di libri non ne leggono mai. Ma proprio per questa ragione essi sono gli unici che non avranno mai preoccupazioni di questo genere”. Non è dunque necessariamente possibile misurare la cultura in quanti libri si sono letti per il limite oggettivo (e arbitrario) offerto dal tempo a nostra disposizione nel nostro transito terreno. Piuttosto, la cultura è tale quando offre la capacità di incasellare, organizzare e reperire le informazioni. Colto non è dunque chi ha letto tutto quanto sia stato scritto con parvenza di rigore scientifico su un dato argomento. Colto è chi sa comprendere la natura delle informazioni di cui dovesse eventualmente difettare e può reperirle all’occorrenza.
Colto è, ad esempio, colui che, registrando un’informazione relativa alla ricorrenza della figura dello zeugma negli scritti di un padre conciliare tridentino, sappia incasellarla nell’ambito delle figure retoriche e della critica letteraria, situando il Nostro tra gli autori della letteratura canonica del XVI secolo.
Nell’epoca attuale, di pervasività dell’informazione, in cui ogni nostro smartphone può spalancarci quantità di sapere che eccedono le più grandi collezioni librarie delle maggiori biblioteche al mondo, è ancor più necessario abbandonare una vieta concezione che trova nel nozionismo puro la misura della cultura. Oggi che chiunque trova liberamente disponibile e a portata di click ogni più inusitata informazione, la cultura è ancor di più la conoscenza della mappa del sapere, la cognizione di come si articoli lo scibile umano. Gli antichi greci avevano coniato per tale competenza un termine specifico: méthodos, vale a dire letteralmente la strada verso.
Per farci strada nella selva di rumore e di sovraccarico cognitivo, è proprio quello di cui oggi abbiamo bisogno.
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