La notte in piazza degli Studenti serbi dopo la vittoria alle elezioni: “Siamo liberi. Non perdiamo questa occasione come dopo la caduta di Milosevic”
Il cielo sopra Belgrado è una cortina densa di fumo. Le venature di rosso sprigionate dai fumogeni illuminano a intermittenza migliaia di volti, tutti diversi ma con le stesse parole sulle labbra, slogan che raccontano di libertà e speranze. La notte serba del 25 ottobre si prospetta lunga, ma il suo buio è già carico della luce che sarà. E nelle strade della capitale, le celebrazioni per la vittoria degli studenti e per la fine dell’era Vučić hanno la potenza di un carnevale fortemente desiderato. “Oggi è una giornata bellissima. È il primo giorno di libertà per il nostro Paese, è il momento di lasciarci alle spalle un lungo periodo di repressione – dice una ragazza – Sono due anni che protestiamo, ci meritavamo questo risultato. La gente era stanca e sapevamo che in tanti avrebbero preferito dare una chance alla Lista Studentesca piuttosto che riconfermare il Partito Progressista. In fondo ci aspettavamo di vincere. Al contempo, mi sembra incredibile che sia successo per davvero”.
Quasi due anni fa, quando 16 persone morirono nel crollo della pensilina della stazione di Novi Sad e migliaia di giovani occuparono le strade con gli animi gonfi di rabbia e dolore, nessuno in effetti avrebbe scommesso che da quella energia sarebbe emersa una realtà politica in grado di mettere Vučić al tappeto. Ma, pur nell’incredulità generale, la svolta è avvenuta e la gente in Serbia l’ha salutata cantando a squarciagola e mostrandosi vicendevolemente il gesto delle tre dita (poiché 3 era il numero che sulle schede elettorali rappresentava la lista civica degli studenti).
Dopo 14 anni di potere incontrastato, ad apparire visibilmente scosso è stato lo stesso Aleksandar Vučić, che poco dopo le 21 ha ufficializzato davanti alle telecamere la sconfitta del suo partito, senza tralasciare accuse a diversi Paesi europei per aver sostenuto le proteste che hanno segnato l’inizio della sua fine. La sua pubblica denuncia di “bugie” verso attori non meglio specificati ha creato uno strano contrasto con quanto fatto emergere nelle stesse ore da CRTA, un’organizzazione indipendente che monitora la trasparenza delle elezioni e che ha segnalato irregolarità nel 29% dei seggi.
“Con tutti i soldi che il partito di Vučić deve aver speso per comprare come al solito voti e con tutti i tentativi che ha messo in atto per truccare queste elezioni, il fatto che la lista studentesca abbia comunque ottenuto ufficialmente il 52% dei voti dimostra che la giornata di oggi ha scritto la storia”, spiega un ragazzo che tiene in mano una bottiglia di champagne. Alle sue spalle, un fiume umano è impegnato a distruggere il cosiddetto Ćaciland, l’accampamento allestito nel 2025 dai sostenitori del Partito Progressista con l’esplicito obiettivo di contrastare le manifestazioni studentesche e i movimenti antigovernativi. “Non possiamo dire che cosa ci riservi il futuro, ma almeno abbiamo finalmente la sensazione che quel futuro sia tornato nelle nostre mani”.
A dimostrare l’importanza di questa tornata elettorale è anche e soprattutto il dato record sull’affluenza, che si è avvicinato al 70%. Per tutta la giornata, gli studenti hanno continuato in un’intensa opera di persuasione affinché i cittadini si recassero alle urne e non si lasciassero spaventare dalle lunghe code. “Se il vostro voto non avesse potere e se non avessero paura della vostra forza, non cercherebbero in tutti i modi di rubarlo o di metterlo a tacere”, avevano scritto in un messaggio fatto circolare in rete.
Tutti i numeri ora sembrano confermare non soltanto la vittoria elettorale ma anche quella morale di questo movimento fatto da giovani che hanno saputo trasformare un evento tragico in un’occasione di rivalsa. Questa nottata non avrà ripercussioni solo in Serbia, ma molto probabilmente toccherà gli equilibri in altri Paesi dei Balcani. Prima fra tutti la Bosnia-Erzegovina, il cui leader nazionalista serbo Milorad Dodik si ritrova da un giorno all’altro senza spalla a Belgrado. Ma anche in Albania, con i giovani attualmente impegnati a manifestare, qualcuno potrebbe pensare di prendere spunto. Tuttavia, mentre l’eco dei clacson tra le vie della Serbia si fa più flebile col passare delle ore notturne, viene già naturale chiedersi quanto il cambiamento che la nuova generazione promette sarà davvero realizzabile.
“Vučić ha trattato questo Paese come se fosse di sua proprietà, è un criminale di guerra che ha sostenuto il genocidio contro i musulmani di Bosnia-Erzegovina. Oggi possiamo dire che se ne sia finalmente andato, e questa per me è la vittoria più importante”, spiega la ricercatrice serba Snezana Stanković. “Ma la sensazione di nuovo inizio che viviamo oggi, l’avevamo vissuta anche il 5 ottobre del 2000, quando intense manifestazioni portarono alla caduta del regime di Slobodan Milošević e in molti sperarono che la Serbia potesse diventare un Paese democratico. All’epoca, tuttavia, chi prese il potere al suo posto non si dimostrò capace di governare decentemente, non riuscì a fare i conti con il passato degli anni Novanta. Tutti quegli sbagli crearono il terreno per la vittoria di Vučić. Mi auguro quindi che, 26 anni dopo, saremo in grado di non sprecare la seconda chance che ci è stata concessa”.
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