Quando la pittura cominciò a suonare. "KANDINSKY", la mostra a Roma, fino al 14 febbraio 2027

E se un quadro potesse essere ascoltato, oltre che guardato? È la domanda che sembra attraversare la grande mostra, a Roma, dedicata a Vassily Kandinsky, a Palazzo Bonaparte, dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027.
Oltre settanta opere, provenienti da musei internazionali e soprattutto dal “Centre Pompidou” di Parigi, ricostruiscono la traiettoria di un artista che non si limitò a cambiare la pittura: la rivoluzionò in un lettura trasversale tra le arti.
Per Kandinsky, un colore poteva avere la forza di un suono, una linea quella di un ritmo, una composizione quella di una partitura. Non era una semplice metafora: era la convinzione profonda attorno alla quale costruì una delle più radicali innovazioni estetiche del XX secolo.
"Kandinsky", mostra a Palazzo Bonaparte (Federico Emmi ph.)
La mostra, prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con il Centre Pompidou e curata da Angela Lampe, arriva a Roma dopo oltre venticinque anni dall'ultima esposizione monografica dedicata all'artista nella Capitale. Un ritorno reso possibile anche dalla temporanea chiusura del museo parigino per i lavori di ristrutturazione, che ha consentito prestiti eccezionali. Il Centre Pompidou conserva infatti, grazie anche alle donazioni e al lascito di Nina Kandinsky, il più importante nucleo di opere dell'artista.
"Kandinsky", mostra a Palazzo Bonaparte (Federico Emmi ph.)
La pittura oltre la pittura
L'arte di Kandinsky mostra e vive dell'Europa dei primi anni del Novecento: un continente attraversato da una febbre di trasformazione che investe contemporaneamente arte, letteratura, musica, filosofia.
È il tempo in cui la pittura comincia a interrogarsi sulla propria autonomia: i Fauves (pittori francesi d'avanguardia) hanno già fatto esplodere il colore oltre la fedeltà alla natura; Cézanne ha incrinato la tradizionale costruzione dello spazio; il Simbolismo ha cercato ciò che si nasconde dietro le apparenze; l'Espressionismo tedesco porta sulla tela inquietudine, deformazione, interiorità.
Nella musica, Wagner - che aveva già diffuso la Gesamtkunstwerk, l’ “opera d’arte totale” che fonde note, poesia, teatro, scenografia, arti visive e gesto in un’unica forma d’arte organica - ha dimostrato quanto un motivo, un timbro, un'armonia possano evocare un mondo senza rappresentarlo visivamente. Mentre Schönberg avrebbe spinto la musica oltre i confini della tonalità.
"Kandinsky", mostra a Palazzo Bonaparte (Federico Emmi ph.)
Kandinsky nel terremoto culturale
Nato a Mosca nel 1866, Kandinsky studia diritto ed economia e sembra destinato alla carriera universitaria. Solo intorno ai trent'anni decide di abbandonare tutto e di dedicarsi alla pittura. Nel 1896 arriva a Monaco, allora uno dei centri più vivaci della cultura europea, e qui entra in contatto con lo “Jugendstil”, con le avanguardie e con Gabriele Münter, destinata a diventare compagna di vita e artista di primo piano.
Ma sono soprattutto due esperienze a cambiare il suo modo di guardare: la prima è un quadro di Monet, i “Covoni”, dove Kandinsky scopre che la pittura può agire sull'emozione anche quando l'oggetto rappresentato perde precisione e riconoscibilità.
La seconda è musicale: a Mosca assiste al “Lohengrin” di Richard Wagner. La musica gli rivela che è possibile evocare immagini, emozioni e mondi interiori senza rappresentare nulla in senso figurativo. È una rivelazione decisiva: la pittura può aspirare alla libertà della musica.
La mostra “KANDINSKY”, aperta a Roma fino al 14 febbraio 2027, è divisa in cinque sezioni e parte dagli esordi, gli anni della formazione, per arrivare agli anni della maturità, a Parigi; attraversando l'esperienza in Russia, gli anni a Monaco e scuola del Bauhaus.
"Kandinsky", mostra a Palazzo Bonaparte (Federico Emmi ph.)
Wagner, Schönberg, il “Cavaliere Azzurro” e il colore come suono
Wagner è il primo grande interlocutore ideale: il suo teatro musicale cerca una fusione delle arti e costruisce attraverso il suono un universo emotivo e simbolico. Kandinsky guarda a quella possibilità e la trasferisce sulla tela.
Poi arriva Schönberg: nel gennaio 1911, Kandinsky ascolta a Monaco un suo concerto e ne rimane profondamente colpito e gli scrive, intuendo una sorprendente affinità tra la sua pittura e quella musica che stava rompendo le gerarchie tradizionali del linguaggio tonale. I due entrano in dialogo e Schönberg partecipa anche al “Blaue Reiter” (Il Cavaliere Azzurro): un progetto artistico d’avanguardia, fondato a Monaco nel 1911 da Vasilij Kandinskij e Franz Marc, rete di artisti accomunati dalla ricerca di una nuova arte, spirituale e libera dal naturalismo, in cui colore, forma e musica diventano linguaggi autonomi.
Anche la letteratura entra in questo universo: Kandinsky guarda al Simbolismo e, in particolare, a Maurice Maeterlinck, autore che aveva fatto della parola non soltanto uno strumento per raccontare, ma una materia capace di evocare atmosfere e risonanze interiori.
"Kandinsky", mostra a Palazzo Bonaparte (Federico Emmi ph.)
Il "principio della risonanza con l'anima umana"
A Murnau, nel 1908, Kandinsky e Gabriele Münter dipingono paesaggi in cui il colore acquista progressivamente autonomia. Le forme si semplificano, le masse cromatiche si accendono, il rapporto con la realtà visibile si allenta.
Tre anni dopo Kandinsky dà una formulazione teorica a quella ricerca. Nel 1911 pubblica “Dello spirituale nell'arte e nella pittura in particolare”: uno dei testi fondamentali dell'arte moderna.
"La armonia dei colori deve basarsi unicamente sul principio della risonanza con l'anima umana. Questo fondamento sarà definito come il principio della necessità interiore", scrive.
La formula è destinata a diventare una delle chiavi di lettura dell'arte del Novecento.
"Kandinsky", mostra a Palazzo Bonaparte (Federico Emmi ph.)
Il Bauhaus e la "fase fredda"
Nel 1922 Walter Gropius lo chiama al Bauhaus di Weimar: la scuola che più di ogni altra incarna l'idea di una modernità capace di unire arte, architettura, design e vita quotidiana.
Kandinsky è "maestro della forma". Lavora accanto a Paul Klee e approfondisce il rapporto tra punto, linea, superficie, colore e struttura. Nel 1926 pubblica Punto e linea sul piano e definisce questa fase della propria ricerca come la "fase fredda".
Tra il 1925, quando il Bauhaus si trasferisce a Dessau, e il 1933, anno della chiusura della scuola sotto il regime nazista, Kandinsky realizza 289 acquerelli e 259 dipinti. Poi, ancora una volta, l'esilio.
"Kandinsky", mostra a Palazzo Bonaparte (Federico Emmi ph.)
Parigi: la leggerezza dopo la tempesta e la Seconda guerra mondiale
Nel dicembre 1933 Kandinsky si trasferisce con Nina a Neuilly-sur-Seine e la sua pittura cambia ancora: "Parigi, con la sua meravigliosa luce (forte e dolce), ha ampliato la mia tavolozza", scrive.
I colori diventano più chiari, pastello, talvolta quasi acidi. Alla geometria si affiancano forme biomorfe, più libere, organiche, vicine per sensibilità alle ricerche surrealiste di Jean Arp e Joan Miró.
È l'ultima metamorfosi di un artista che non ha mai smesso di cercare un linguaggio capace di oltrepassare la realtà visibile.
La Seconda guerra mondiale arriva anche dentro la sua pittura: le tele vengono sostituite in parte da legno e cartone, i colori si fanno più scuri, le composizioni più minute e complesse.
Kandinsky muore in Francia nel 1944.
"Kandinsky", mostra a Palazzo Bonaparte (Federico Emmi ph.)
Accanto al maestro, Gabriele Münter
La mostra romana compie però un'operazione importante: non racconta Kandinsky come un genio isolato ma dà spazio anche a Gabriele Münter, compagna del pittore, per lungo tempo oscurata dalla fama del compagno e oggi riconosciuta come una delle protagoniste della modernità europea. La sua pittura conserva il rapporto con la figurazione, ma lo sottopone a una semplificazione radicale, affidandosi a contorni netti e grandi campiture di colore.
Come sottolinea Alessandra Taccone, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, la mostra restituisce "il giusto spazio a figure cruciali come Gabriele Münter e Nina Kandinsky", e mette in luce la capacità dell'artista di "legare intimamente pittura e musica: sulla tela il colore si trasforma in suono e la linea diventa ritmo".
"Kandinsky", mostra a Palazzo Bonaparte (Federico Emmi ph.)
Guardare Kandinsky con occhi diversi
Per molto tempo, la storia dell'arte lo ha indicato come il pioniere della pittura non figurativa. Oggi la ricerca ha restituito all'astrazione una genealogia più complessa e chiarisce meglio la grandezza di Kandinsky: non soltanto l'artista che porta sulla tela l'astrazione, ma il teorico che costruisce una vera grammatica.
“Per Kandinsky la musica era un modo per comprendere l’arte astratta. Lo incoraggiò ad andare oltre la figurazione. La musica era un modello per l’arte e un’analogia", ha detto Angela Lampe, conservatrice del Centre Pompidou, curatrice della Mostra a Palazzo Bonaparte.
Kandinsky fu pittore, teorico, pedagogo, editore. Pensò l'arte come un sistema di corrispondenze e forse questa la ragione per cui, a più di ottant'anni dalla sua morte, i suoi quadri continuano a sembrarci stranamente contemporanei.
A Palazzo Bonaparte, tra il nero dell'Arco nero del 1912, la geometria di Gelb-Rot-Blau del 1925 e le leggerezze dell'ultima stagione parigina, la domanda non è soltanto che cosa rappresenti un quadro.
È che cosa ci accade davanti a un quadro quando non deve più rappresentare nulla.
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