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Tuesday, September 15, 2026

Morsi, pugni, lanci di oggetti contro il Presidente del Senato: la “legge truffa” del 1953 e il dibattito parlamentare più violento della storia d’Italia

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Morsi, pugni, lanci di oggetti contro il Presidente del Senato: la “legge truffa” del 1953 e il dibattito parlamentare più violento della storia d’Italia

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Morsi, pugni, lancio di oggetti che feriscono il Presidente del Senato (seconda carica più importante dello Stato). E poi un bel “Presidente, lei è un porco!” rivolto allo stesso Presidente del Senato da parte di un futuro Presidente della Repubblica. Era questa la politica nella Prima Repubblica. Non sempre, certo: ma in occasione della discussione parlamentare su quella che passerà alla storia come “legge truffa” l’aula fu trasformata in un ring.

In Senato è stata appena approvata la nuova legge elettorale, e tra gli scranni in protesta del Movimento 5 Stelle sono apparsi diversi cartelli con scritto “legge truffa“. Ma qualcuno si ricorda cos’era la “legge truffa”? E soprattutto gli scontri (il termine non è usato in modo figurativo) parlamentari che ne hanno preceduto l’approvazione?

Siamo nel 1953 e la Democrazia Cristiana ha visto erodere i propri consensi alle elezioni amministrative del 1951 e 52. Per il partito di centro, se i risultati dovessero confermarsi alle elezioni nazionali, il pericolo di doversi avvicinare ai partiti di destra o sinistra è concreto. Nasce allora l’idea di un premio di maggioranza sostanzioso da assegnare al partito capace di raggiungere il 50% +1 dei voti: chi ottiene la maggioranza assoluta alle urne ottiene circa il 65% dei seggi in parlamento.

Le opposizioni di sinistra, però, non ci stanno: per mesi portano avanti un dibattito parlamentare che entrerà negli annali per essere il più violento della storia italiana. In un primo momento PCI e PSI si affidano all’ostruzionismo: una quantità indeterminata di emendamenti, quattro questioni pregiudiziali di incostituzionalità (richieste formali con cui si cerca di bloccare una proposta di legge prima della discussione parlamentare per via di violazioni di norme costituzionali), il ricorso a cavilli burocratici dei regolamenti parlamentari per rallentare i dibattiti, e infine delle vere e proprie maratone oratorie – si ricorda un’arringa di 9 ore avvenuta il 23 marzo, con soli 10 minuti di sospensione concessi. È qui che nasce il termine “legge truffa”, anche se la paternità dell’espressione è ancora incerta: alcuni la attribuiscono a Piero Calamandrei, padre costituente e fondatore del Partito d’Azione, altri al parlamentare comunista Giancarlo Pajetta, altri ancora al socialista Pietro Nenni che in un intervento aveva parlato di “trucchi e truffe elettorali” necessari alla DC per governare.

Ma a un certo punto si inizia ad andare oltre le parole: dapprima con azioni di sabotaggio, con un deputato comunista che rovescia le urne contenenti le palline utili al voto, poi nelle aule di Senato e Camera iniziano a scoppiare delle vere e proprie risse. Intanto le manifestazioni arrivano anche in piazza, dove la polizia manganella: passa alla storia lo spettacolare ingresso in Parlamento del deputato comunista Pietro Ingrao sanguinante dopo essere stato coinvolto in uno di questi scontri di piazza.

Il culmine arriva nella Domenica delle Palme, 29 marzo 1953. Gli animi si scaldano sin da subito, con Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica allora senatore del PSI, che si rivolge al presidente del Senato dicendo: “Ruini, lei è un porco!”. Da lì la situazione precipita: Emilio Lussu, senatore della sinistra socialista, raggiunge il banco di Ugo La Malfa, parlamentare del partito repubblicano (PRI) nonché uno degli ideatori principali della nuova legge elettorale, e lo prende a schiaffi. Intanto un altro esponente del PRI Randolfo Pacciardi, vicepresidente del Consiglio, viene colpito al volto e la conseguente rottura degli occhiali gli provoca una brutta abrasione in viso. E ancora, il deputato comunista Ado Guido Di Mauro cerca di aggredire alle spalle il premier De Gasperi e finisce per mordere la mano di Achille Marazza, mite deputato DC.

L’apice della giornata però arriva quando il comunista Clarenzo Menotti sradica dal suo banco il leggìo e lo lancia contro il presidente del Senato Meuccio Ruini; il calamaio attaccato alla tavoletta colpisce e ferisce Ruini, che viene trascinato via dai commessi dell’aula, non prima di aver gridato: “La legge è approvata, la seduta è tolta, viva l’Italia!”. E al vicepresidente della Repubblica sarebbe potuto capitare addirittura qualcosa di peggio se il senatore del PCI Velio Spano, intento a lanciare contro Ruini una poltroncina, non fosse stato bloccato in tempo. L’immagine che meglio rappresenta la giornata è quella di Giulio Andreotti, deputato alla Camera e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che con un cestino sulla testa si protegge dal lancio di oggetti in aula.

Nonostante tutto, la legge alla fine viene approvata, e il presidente Einaudi la promulga il 31 marzo 1953. Tuttavia, alle successive elezioni del 7 e 8 giugno, la DC non raggiunge la quota di voti sufficiente ad ottenere il premio di maggioranza: si ferma al 49,85%. L’anno dopo la legge sarà abrogata.

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