Niente toga per chi non ha “equilibrio” e “autocontrollo”: il Csm vara i criteri per i test psicoattitudinali ai futuri magistrati
Non più “instabilità”, ma “carenze nell’equilibrio emotivo“. Invece che di ‘”aggressività”, si parla di “carenze nella comprensione empatica“, mentre “narcisismo” e “arbitrarietà” lasciano il posto a “carenza di equità e autonomia di giudizio“. Dopo un rinvio della pratica al rientro dalle ferie, il Consiglio superiore della magistratura approva e aggiusta il delicato elenco delle “condizioni di inidoneità alla funzione giudiziaria”, cioè le caratteristiche psicologiche, da individuare attraverso i famosi test psicoattitudinali, che impediranno agli aspiranti giudici o pm di indossare la toga. Un passaggio necessario per attuare la norma-bandiera voluta dal governo, approvata a marzo del 2024, che prevede la nuova selezione, destinata a chi supera le prove scritte, per tutti i concorsi banditi a partire dal 2026.
Come raccontato dal Fatto, la delibera (redatta con la collaborazione di quattro psicologi-accademici) era già all’ordine del giorno del Csm nell’ultima seduta prima della pausa estiva. Ma in extremis l’approvazione è saltata a causa dei dubbi sul testo originario, che elencava concetti vaghi come “rigidità cognitiva“, “chiusura al confronto” e “instabilità emotiva”, o ancora “narcisismo“, “protagonismo” e “arbitrarietà”. Così si è arrivati a una nuova versione che ribalta la prospettiva: come ha spiegato uno dei relatori, il consigliere togato Antonino Laganà, si è cercato di “individuare in positivo le caratteristiche” necessarie a fare il magistrato, per poi escludere chi manifesta la loro “completa assenza o grave carenza” durante i test e il successivo colloquio psicoattitudinale. Ecco quindi che le nuove red flags per le aspiranti toghe vengono tutte descritte in termini di “carenze”: nell’equilibrio, nella gestione dello stress, nell’autocontrollo e così via.
La riformulazione però non è bastata a mettere d’accordo l’organo di autogoverno: al termine di un lungo dibattito, la delibera è stata approvata con sei astensioni, arrivate per ragioni antitetiche. Il costituzionalista in quota Pd Roberto Romboli e la togata Mimma Miele, della “sinistra” di Magistratura democratica, hanno motivato la decisione con la contrarietà alla legge che ha introdotto i test: “È uno dei tasselli di un disegno di normalizzazione della magistratura, uno dei tanti punti realizzati del Piano di rinascita democratica della loggia P2 di Licio Gelli. Votare questa delibera significherebbe avallare una scelta che mi trova in totale disaccordo”, ha detto Miele. Mentre Romboli ha espresso “dubbi di legittimità costituzionale”, ricordando come la psico-selezione fosse prevista anche nella riforma Castelli del 2005, ispirata dagli attacchi di Silvio Berlusconi ai “giudici mentalmente disturbati“.
Del tutto opposti i motivi dell’astensione di tre “laici” di centrodestra, Isabella Bertolini (in quota FdI), Claudia Eccher (Lega) ed Enrico Aimi (Forza Italia): secondo loro, l’attuazione della legge ha tradito la volontà del governo, soprattutto a causa della scelta metodologica – adottata dal Csm lo scorso anno – di non impostare i test come un mezzo per la ricerca di disturbi psichiatrici. L’individuazione dei “criteri di inidoneità” consentirà al governo di varare il bando per il prossimo concorso in magistratura, le cui prove scritte si terranno presumibilmente nella primavera 2027; il prossimo passaggio è l’elaborazione dei test veri e propri (in “batterie” da cui attingere a ogni prova) che per legge spetterà sempre al Csm. A occuparsene sarà ancora la Sesta Commissione, presieduta dal consigliere togato Antonello Cosentino, con la collaborazione degli esperti: l’obiettivo, ha spiegato Cosentino, è arrivare all’approvazione tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028, in tempo per la correzione delle prove scritte, dopo le quali verranno somministrati i quesiti.
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