Chiara Gamberale ospite a Stories, lunedì 28 settembre alle 21 su Sky Tg24

In libreria con "Liberi Tutti", suo diciassettesimo romanzo, la scrittrice si racconta al vicedirettore di Sky TG24 Omar Schillaci nella nuova puntata del ciclo di interviste dedicato ai protagonisti dello spettacolo
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La protagonista della nuova puntata di “Stories”, il ciclo di interviste ai principali protagonisti della cultura e dello spettacolo di Sky TG24 è Chiara Gamberale. Ospite del vicedirettore Omar Schillaci, la scrittrice si racconta in “Chiara Gamberale – Io Bambina”. In onda lunedì 28 settembre alle 21:00 su Sky TG24, sabato 3 ottobre alle 12.30 su Sky Arte e sempre disponibile on demand.
‘Liberi Tutti’, il diciassettesimo romanzo
Al centro dell’intervista c’è ‘Liberi Tutti’ edito da Feltrinelli, il diciassettesimo romanzo di Gamberale, in libreria dal 22 settembre. “È successo qualcosa di enorme in una prima elementare: sono indagate cinque famiglie, cinque coppie e anche i bambini. Una voce, quella della maestra, racconta tutto alla polizia ed entra nelle case di questi cinque sistemi familiari”, spiega l’autrice, che per la prima volta si misura con un romanzo di genere: “Per la prima, forse seconda volta in vita mia, è un thriller sentimentale. Sono emozionata come a un esordio, nonostante sia il mio diciassettesimo romanzo”. La scintilla, racconta, è arrivata da un’abitudine che la accompagna da sempre: “Quando incontro una persona vedo subito in controluce il bambino che quella persona è stata: mi interessa sempre che tipo di genitori ha avuto, che tipo di infanzia”. Da qui la scelta di ambientare la storia nel “fuoriscuola”, nato da un’esperienza vissuta in prima persona durante il Covid, quando per proteggere la figlia e altri bambini del palazzo si è inventata una scuola in casa: “Ho cominciato a capire il potenziale romanzesco del fuoriscuola: è un luogo dove siamo così nudi, dove ti scappa qualcosa. Un bambino, se glielo spieghi in bambinese, capisce tutto: l’ambiguità lo ammazza”.
Dall'infanzia alla scrittura come cura, dalla maternità alla vena scaramantica
Il racconto parte da casa Gamberale, quella dell’infanzia: nata a Roma da un padre originario di Agnone, in Molise, e da una madre della provincia di Padova, “una donna molto semplice, che non poteva immaginare di avere una figlia così complessa fin da piccola”. Una bambina “molto emotiva”: messa all’asilo dalle suore a tre anni, si ribella – “se non mi togli da quelle signore nere non mi puoi più toccare” – e ricorda ancora oggi quel senso di non libertà: “Piangevo, volevo andare via: c’era qualcosa in quella scuola che non mi faceva sentire libera. Forse la parola chiave è proprio Liberi Tutti”. Genitori che, racconta, “si sono messi lì a provare a crescere insieme a me, intuendo che dove c’è un figlio che non sta bene c’è sempre una famiglia che non sta bene”.A scuola si definisce “perfetta nelle materie classiche, disastrosa in chimica”, con qualche nota in condotta: “Non andavo benissimo, ero inquieta: ero rappresentante d’istituto, avevamo fatto tanta politica”. La scrittura arriva prestissimo, a otto anni e mezzo, con un romanzo intitolato ‘Clare Ricchi’: “Ce l’ho ancora, invece il seguito l’ho regalato a un fidanzato a 23 anni e non l’ho mai più recuperato”. Il vero esordio, ‘Una vita sottile’, arriva prima dei vent’anni, in un periodo segnato da un lungo malessere adolescenziale: “Ero così impegnata a stare meglio che non era così centrale quella pubblicazione”. Da quell’esperienza, dice, è nata anche la sua idea della scrittura come cura: “Se non avessi trasformato questa passione in una professione non so nemmeno se oggi sarei qui: i miei lettori sono gli amici immaginari con cui giocavo da bambina”.
Sul rapporto con le critiche è diretta: “Avendo avuto un’educazione molto severa, mi trovo più a mio agio con le critiche che con i complimenti” – persino quando arrivano da un maestro come lo scrittore Walter Siti, che di lei ha detto: “Da quando è diventata madre, qualcosa si è un po’ rammollito dentro di lei”. La maternità è arrivata a 40 anni, con una gravidanza che le era stata definita improbabile: “Sapevo che era femmina, il nome era già pronto perché mio padre si chiama Vito”. Un’esperienza che ha messo in crisi la sua tendenza al controllo e, insieme, la sua creatività: “È andata in crisi anche la mia creatività nel momento in cui è nata Vita: questo è il primo romanzo, da quando è nata, in cui sento di esserci di nuovo, di essermi ripresa”. Oggi racconta un legame ancora molto simbiotico, su cui sta lavorando, e un tipo di amore diverso da quello sentimentale: “Non deve sempre succedere qualcosa di meraviglioso o di tremendo: l’amore è soprattutto quotidianità, è la costruzione di un amore”. Alla domanda su cosa vorrebbe che sua figlia dicesse di lei da grande, risponde: “Mi piacerebbe che pensasse che l’ho lasciata libera di corrispondere ai suoi desideri, di averla messa nelle condizioni per ascoltarsi davvero”. Di sé dice: “Credo di avere la fama di essere un po’ matta, troppo emotiva, non sempre affettuosa”. Non mancano i lati più personali: la sua paura più grande, spiega, è “che succeda qualcosa a me prima che mia figlia sia in grado di essere autonoma”. Immaginando il proprio funerale, sceglierebbe “le sponde del lago di Trevignano, dove mi sono sposata: mi piacerebbe tanta musica”. Ammette una vena scaramantica – “il gatto nero, la scala, lo specchio” – e rivela di portare sempre con sé un portafortuna, una pietra raccolta durante un viaggio in Tibet, al confine con il Nepal, ai tempi dell’università, che sistema in una posizione precisa prima di iniziare a scrivere. Alla domanda su quale intenso momento di felicità vorrebbe rivivere, la risposta è legata all’amore: “Tutte le volte che mi sono innamorata: non sono state tante, credo tre in tutto. Mi piacerebbe rivivere quei momenti”.
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